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Emanuele Macaluso, un caro amico e un maestro politico

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emanuele macaluso

“Emanuele Macaluso mi ha insegnato che la grande politica non va confusa con una politica “grandiosa” o affetta da manie di grandezza”. Il Bloc Notes di Michele Magno

In queste ore si stanno versando (giustamente) fiumi di inchiostro sulla figura e sulla vita di Emanuele Macaluso.

Per me, oltre che un caro amico, è stato un maestro politico.

Mi ha insegnato che la grande politica non va confusa con una politica “grandiosa” o affetta da manie di grandezza: per grande politica  si deve intendere, né più né meno, che il perseguimento non di un governo qualsiasi (questo può pure essere imposto dalle circostanze per evitare mali peggiori, come si dice oggi per giustificare il Conte “bis-bis” o ter), ma piuttosto il perseguimento del buon governo. E un buon governo è quello che sa valutare e selezionare i mezzi in rapporto alla qualificazione del fine.

In altre parole, occorrono mezzi qualificati per fini altrettanto qualificati.

La mancanza della qualità del fine apre la strada alla bassa cucina dei mezzi (o a mezzi da bassa cucina).

La mancanza della qualità dei mezzi apre la strada alla corruzione del fine.

In fondo, questo era il riformismo di Emanuele Macaluso. E la sua etica politica.

Coi tempi che corrono, mi pare una lezione da imparare a memoria.

Qui voglio ricordare Emanuele con uno dei suoi ultimi post che quasi ogni giorno ci regalava sul più popolare dei social, corsivi dalla prosa asciutta e tagliente, che nulla concedevano alle seduzioni della nostalgia.

Matteo Renzi, dopo aver incontrato a Riad i governanti dell’Arabia Saudita, ha rilasciato una dichiarazione in cui si dice che quel Paese “è una superpotenza, non solo nell’economia, ma anche nella cultura, nel turismo e nella sostenibilità”. Va sottolineato il fatto che, per Renzi, l’Arabia Saudita è una “superpotenza della cultura”. Quale cultura? A dircelo c’è un piccolo particolare: il giornalista saudita che scriveva sul Washington Post, Jamal Khashoggi, oppositore del regime saudita fu assassinato nel consolato saudita di Istanbul, in Turchia, dove era andato per ottenere documenti del suo matrimonio. Il cadavere del giornalista fu segato, messo in una valigia e trasferito a Riad. Ad aspettarlo c’era il principe Mohammad bin Salman, l’uomo forte di quel paese ed erede al trono. Come superpotenza della cultura certamente non c’è male.

Ieri, sul Corriere della Sera, è stato santificato l’altro Matteo. A farlo è stato il cardinale Ruini che, per tanti anni, ha retto la CEI. L’anziano prelato ha detto che “non condivide l’immagine negativa che viene proposta da alcuni ambienti”. Gli ambienti a cui si riferisce sono di quel mondo cattolico e della Chiesa che hanno disapprovato, a volte anche aspramente, l’opera di Salvini contro gli immigrati, spesso lasciati sulle navi, all’addiaccio, e con motivazioni razziste. Il cardinale dice che agitare e baciare nei comizi il rosario, come fa Salvini, “può essere anche una reazione al politicamente corretto, ed una maniera, pur poco felice, di affermare il ruolo di fede nello spazio pubblico”. Infatti, la profonda fede di Salvini è nota a tutti i cattolici ed egli la mostra soprattutto nei confronti dei diseredati e dei profughi.

La verità è che la lunga intervista cardinalizia rappresenta un segnale polemico nei confronti della Chiesa di Papa Bergoglio e di quei cattolici, come l’attuale capo della CEI, Gualtiero Bassetti, che pensano ed operano per un impegno politico organizzato dei cattolici, autonomo rispetto alla sinistra ed in netto contrasto alla destra razzista. Ruini, come a voler chiarire il suo pensiero, ha esaltato l’appoggio aperto dato in passato alla destra berlusconiana.

Insomma, i due Matteo sono amati da musulmani o da cattolici, con diverso ma chiaro dna culturale contro la modernità e, soprattutto, la sinistra”.

(Facebook, 4 novembre 2019)

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