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Il Giorno della Memoria e i mercenari della menzogna

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giorno della memoria

“Il Giorno della Memoria dovrebbe servire anche a questo, ossia ad ammonire l’opinione pubblica sulle spinte soverchianti, le quali oggi trovano nella Rete il loro principale motore, che rovesciano in irrealtà le verità provate”. Il Bloc Notes di Michele Magno

Subito dopo la sconfitta del Terzo Reich, Theodor W. Adorno fece una profezia agghiacciante:

 Nello scambio e nella confusione di verità e menzogna, che ormai quasi esclude che si possa mantenere e preservare la loro differenza, e che fa diventare un lavoro di Sisifo anche lo sforzo di tener ferma la conoscenza più elementare, si afferma, sul piano dell’organizzazione logica, la vittoria del principio che è stato disfatto sul piano strategico e militare. Le bugie hanno le gambe lunghe: si può dire che precorrano i tempi. La traduzione di tutti i problemi di verità in problemi di potere non si limita a reprimerla e a soffocarla come nei regimi dispotici di una volta, ma ha investito nel suo nocciolo più intimo la disgiunzione logica del vero e del falso, che, del resto, i mercenari della nuova logica contribuiscono a liquidare.

Così sopravvive Hitler, di cui nessuno può dire con certezza se sia morto o si sia salvato.

 (“Minima Moralia. Meditazioni della vita offesa”).

I “mercenari della nuova logica”, ovvero i negazionisti della Shoah, in questi anni sono tornati all’attacco, autoassegnandosi il titolo di “storici revisionisti”. Si propongono di liberare la storia dalla “menzogna di Auschwitz”. Il loro collante è l’antisemitismo. Definiscono l’Olocausto come un mito, ovvero una deliberata mistificazione della realtà a beneficio degli stessi ebrei, coalizzati in una vera e propria internazionale sionista, che manipolerebbe la memoria del passato per rinnovare e garantirsi un potere egemonico sul mondo intero. Nel campo della ricerca storica, queste farneticazioni non hanno trovato ascolto alcuno, e sono state rigettate per la loro palese inconsistenza scientifica e per la loro smaccata tendenziosità ideologica.

Persecuzione e sterminio non sono “intime convinctions”, cioè una persuasione interiore o un’ipotesi probabile. Persecuzione e sterminio sono stati accertati, attraverso la valutazione scientifica di prove inconfutabili di fatti realmente accaduti. In questo senso, è utile ricordare che il genocidio nazista conquistò la scena giudiziaria e storica non al processo di Norimberga (1945-1946), ma soltanto nel 1961 a Gerusalemme, quando salì sul banco degli imputati Adolf Eichmann. Allora nacque una nuova consapevolezza della portata della catastrofe, segnando in maniera indelebile la cultura del secondo Novecento. Il merito fu anche del saggio di Hannah Arendt, pubblicato nel 1963, “La banalità del male”.

Il testo scatenò accese polemiche e si attirò le feroci accuse delle autorità israeliane del tempo per l’acquiescenza o la complicità con i nazisti, denunciate dall’autrice, di alcuni dirigenti dei Consigli ebraici (“Judenräte”) nelle zone occupate dell’Est europeo. Ma la chiave della “banalità” dell’ex tenente colonnello delle SS non era affatto un’invenzione della studiosa tedesca. Come hanno dimostrato le ricerche successive (tra tutte, quella monumentale di Raul Hilberg), Eichmann non era stato altro che un amministratore della burocrazia dello sterminio, una semplice rotella di quell’ingranaggio governato da norme e pratiche nelle quali era incorporata la disumanità del progetto hitleriano.

Della Shoah crediamo di conoscere tutto. Non è così. Ad esempio, soltanto nel 1992 è stato pubblicato un testo che dovrebbe essere letto e illustrato in tutte le scuole italiane. Si tratta del verbale della conferenza berlinese di Wannsee, organizzata il 20 gennaio 1942 dal capo della Direzione generale per la sicurezza del Reich, Reinhard Heydrich. Con il verbale (redatto da Adolf Eichmann) e con il testo dell’autorizzazione per preparare una “soluzione globale della questione ebraica” (siglata il 31 luglio 1941 da Hermann Göring e indirizzata allo stesso Heydrich), sono state acquisite le prove definitive del genocidio progettato dai nazisti.

Questi documenti attestano i tre obiettivi politici definiti dalla Direzione generale per la sicurezza: riservare esclusivamente a se stessa il compito di liquidare gli ebrei tedeschi e dell’Europa occupata; coordinare tutte le istituzioni del Reich coinvolte nella “soluzione globale”; pianificare l’eliminazione degli undici milioni di ebrei europei compresi tra il Portogallo e l’Unione Sovietica (Kurt Pätzold e Erika Schwarz, “Ordine del giorno: sterminio degli ebrei”, Bollati Boringhieri, 2000).

Riferendosi allo scandalo dell’apparente “gratuità” della persecuzione antisemita, Primo Levi ha scritto provocatoriamente che “non si può comprendere e non si deve comprendere, perché comprendere è quasi giustificare” (“Se questo è un uomo”). Decise perciò di narrare quei connotati dello sterminio nazista che ne definiscono il carattere di catastrofe generale di tutta l’umanità e, al tempo stesso, di fenomeno “unico”: la deportazione di massa, la volontà di genocidio, il ripristino dell’economia schiavistica, l’annullamento della dimensione umana dell’individuo.

George L. Mosse considerava il nazionalsocialismo antiebraico come il prodotto dell’incontro tra l’antisemitismo economico-sociale e la tradizione antigiudaica cristiana (“Il razzismo in Europa. Dalle origini all’Olocausto”, Laterza, 2007). Secondo Adorno, invece, ogni spiegazione economica e sociale dell’antisemitismo si rivela sempre inadeguata, perché le radici del fenomeno si spingono fino alla profondità più oscura e misteriosa della nostra civiltà.

In ogni caso, forse il Giorno della Memoria dovrebbe servire anche a questo, ossia ad ammonire l’opinione pubblica sulle spinte soverchianti, le quali oggi trovano nella Rete il loro principale motore, che rovesciano in irrealtà le verità provate, nonché sulle immonde pulsioni a a fabbricare eventi falsi, cioè mai realmente accaduti. La verità dei fatti, in fondo, è il presupposto della giustizia. Lottare contro ogni sua deformazione, quindi, significa difendere i principi dello Stato di diritto. Con i tempi che corrono (non solo in Italia), sarebbe un impegno non disprezzabile.

 

 

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