Mondo

Il Giorno della Memoria

di

Il Bloc Notes di Michele Magno

Il Giorno della Memoria fu istituito nel 2005 con una risoluzione dell’Onu (il 27 gennaio è la data in cui nel 1945 le truppe sovietiche scoprirono il campo di concentramento di Auschwitz, liberando i superstiti). In verità, cinque anni prima era stato già deciso dal nostro Parlamento, al fine “di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati. […]”.

Mi sono consentito la lunga citazione perché, avendo partecipato nel passato a cerimonie commemorative in alcuni licei, mi è parso che gli studenti (e anche qualche professore) talvolta ignorassero il perché della convocazione nell’aula magna della loro scuola. È quindi necessario spiegare correttamente, anzitutto ai più giovani, le origini, le ragioni e le finalità del Giorno della Memoria. In questo senso, è utile ricordare che il genocidio nazista conquistò la scena giudiziaria e storica non al processo di Norimberga (1945-1946), ma soltanto nel 1961 a Gerusalemme, quando salì sul banco degli imputati Adolf Eichmann. Allora nacque una nuova consapevolezza della portata della catastrofe, segnando in maniera indelebile la cultura del secondo Novecento. Il merito fu anche del saggio di Hannah Arendt, pubblicato nel 1963, “La banalità del male”.

Il testo scatenò accese polemiche e si attirò le feroci accuse delle autorità israeliane del tempo per l’acquiescenza o la complicità con i nazisti, denunciate dall’autrice, di alcuni dirigenti dei Consigli ebraici (“Judenräte”) nelle zone occupate dell’Est europeo. Ma la chiave della “banalità” dell’ex tenente colonnello delle SS non era affatto un’invenzione della studiosa tedesca. Come hanno dimostrato le ricerche successive (tra tutte, quella monumentale di Raul Hilberg), Eichmann non era stato altro che un amministratore della burocrazia dello sterminio, una semplice rotella di quell’ingranaggio governato da norme e pratiche nelle quali era incorporata la disumanità del progetto hitleriano.

Della Shoah crediamo di conoscere tutto. Non è così. Ad esempio, soltanto nel 1992 è stato pubblicato un testo che dovrebbe essere letto e illustrato in tutte le scuole italiane. Si tratta del verbale della conferenza berlinese di Wannsee, organizzata il 20 gennaio 1942 dal capo della Direzione generale per la sicurezza del Reich, Reinhard Heydrich. Con il verbale (redatto da Adolf Eichmann) e con il testo dell’autorizzazione per preparare una “soluzione globale della questione ebraica” (siglata il 31 luglio 1941 da Hermann Göring e indirizzata allo stesso Heydrich), sono state acquisite le prove definitive del genocidio progettato dai nazisti.

Questi documenti attestano i tre obiettivi politici definiti dalla Direzione generale per la sicurezza: riservare esclusivamente a se stessa il compito di liquidare gli ebrei tedeschi e dell’Europa occupata; coordinare tutte le istituzioni del Reich coinvolte nella “soluzione globale”; pianificare l’eliminazione degli undici milioni di ebrei europei compresi tra il Portogallo e l’Unione Sovietica (Kurt Pätzold e Erika Schwarz, “Ordine del giorno: sterminio degli ebrei”, Bollati Boringhieri, 2000).

Riferendosi allo scandalo dell’apparente “gratuità” della persecuzione antisemita, Primo Levi ha scritto provocatoriamente che “non si può comprendere e non si deve comprendere, perché comprendere è quasi giustificare” (“Se questo è un uomo”). Decise perciò di narrare quei connotati dello sterminio nazista che ne definiscono il carattere di catastrofe generale di tutta l’umanità e, al tempo stesso, di fenomeno “unico” -la deportazione di massa, la volontà di genocidio, il ripristino dell’economia schiavistica, l’annullamento della dimensione umana dell’individuo.

Purtroppo, il capitolo delle tragiche conseguenze culturali e morali della propaganda inaugurata dalla falsificazione del documento del complotto ebraico, i “Protocolli dei savi anziani di Sion”, non si è ancora chiuso. I negazionisti dell’Olocausto in questi anni sono tornati all’attacco, autoassegnandosi il titolo di “storici revisionisti”. Si propongono di liberare la storia dalla “menzogna di Auschwitz”. Il loro collante è l’antisemitismo. Definiscono l’Olocausto come un mito, ovvero una deliberata mistificazione della realtà a beneficio degli stessi ebrei, coalizzati in una vera e propria internazionale sionista, che manipolerebbe la memoria del passato per rinnovare e garantirsi un potere egemonico sul mondo intero. Nel campo della ricerca storica, queste farneticazioni non hanno trovato ascolto alcuno, e sono state rigettate per la loro palese inconsistenza scientifica e per la loro smaccata tendenziosità ideologica. Per contestare queste scempiaggini, tuttavia, mi sembra ancora preferibile affidarsi alla vocazione inquisitoria dello storico piuttosto che alla vocazione sanzionatoria del giudice in un’aula di tribunale. Persecuzione e sterminio non sono “intime convinctions”, cioè una persuasione interiore o un’ipotesi probabile. Persecuzione e sterminio sono stati accertati, attraverso la valutazione scientifica di prove inconfutabili di fatti realmente accaduti. E i fatti, come è noto, hanno la testa dura.

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