Usare persino i funerali di Umberto Bossi per dare addosso a Matteo Salvini, il segretario federale della Lega con lui diventata nazionale, l’uomo che ha salvato il movimento-partito, fondato dal Senatùr (“dal nulla”, come ci disse) dal precipizio del tre per cento, nei sondaggi ormai più verso il due.
Con le dovute buone eccezioni di professionisti che quando si occupano di Lega sanno bene di cosa si tratta, il circuito mediatico di sinistra a senso unico non ha resistito neppure a un funerale. E, purtroppo, ieri a Pontida all’uscita della storica Abbazia, dove si sono svolte le esequie solenni praticamente di stato e di popolo insieme (con la premier Giorgia Meloni, i vicepremier Antonio Tajani e lo stesso Salvini, con i presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa) a dare spunto a quella che il senatore economista Claudio Borghi, su X, ha denunciato subito come “indegna copertura mediatica”, per quanto riguarda le prime uscite di siti e TV, è stato un gruppetto vicino ai fuoriusciti dalla Lega. Un gruppetto vicino a neopartitini, inneggianti al Nord, che gridava alla secessione e ha insultato il segretario federale perché indossava una camicia verde, è diventato per alcuni media addirittura “il popolo della Lega”, è stato definito leghista mentre non hanno più la tessera di Via Bellerio.
Salvini, quindi reo ora anche di camicia verde, indossata in evidente omaggio a Bossi, l’uomo che “a 17 anni mi ha cambiato la vita”. Certamente anche le strumentali polemiche su quella camicia fotografano oggettivamente la distanza tra due visioni che avevano visto contrapposti Salvini e il Senatùr, da sempre contrario alla svolta della Lega nazionale del suo successore, dopo la parentesi della segreteria di Roberto Maroni. Ma, come ha ricordato Salvini nella lunga diretta di questi giorni a Radio Libertà, la ex Radio Padania, diretta da Giovanni Sallusti, la Lega oggi è presente con le sue istanze, che mettono al primo posto l’Autonomia, declinazione della visione federalista di Bossi, dal Nord a Catanzaro. E, come hanno fatto alcuni analisti, si può ragionare di federalismo come se fossimo ancora a 30 anni fa, senza tener conto delle regole Ue, ora per Salvini al posto del “potere centrale romano”?
Idee su cui si può essere d’accordo o meno, ma arrivare ora persino a sdoganare mediaticamente la secessione (per lo stesso Bossi, come ci spiegò, una minaccia per farsi sentire a Roma e ottenere la Devoluzione), pur di blandire un gruppetto che insulta Salvini, è forse un po’ troppo.







