Ci siamo trattenuti per qualche giorno dal commentare, consapevoli che il succedersi delle micro-notizie nel corso della sempre più convulsa campagna elettorale impediva di dire qualcosa che durasse anche solo mezza giornata. Ma ormai basta, è finita, come andrà andrà (quindi male, si presume). Ci mancava solo la morte del Senatur per buttarla ancor più in caciara, con Salvini che nonostante i loro rapporti non cordiali anticipa il silenzio pre-voto in segno di lutto. Anzi, una previsione ancora si può azzardare, a proposito: anche tra sabato, domenica e lunedì mattina assisteremo allo stantio giochetto bipartisan, far finta di non infrangere le norme elettorali cercando però di fare tutto il possibile (e l’inutile) per ravanare qualche ultimo voto fino al last second, accusando la controparte che fa lo stesso.
Questa ricorderemo: la propaganda. I toni da abbassare, l’invito al rispetto del presidente Mattarella, rivolto formalmente a tutti i giocatori ma chiaramente indirizzato soprattutto alla squadra capeggiata da Giorgia. Ricorderemo l’inesauribile concatenazione di gaffe di entrambe le parti, i Gratteri e i Montanari per il no e per il sì la Bartolozzi e lo sfigato Delmastro, con l’ennesima rogna para-mafiosa: tanto per dire che l’inadeguatezza della classe politica e dirigente è un problema serissimo dell’Italia tutta, non solo della Presidente del consiglio.
In mezzo ci sta lei, Meloni, le è toccato infilarsi nel frullatore referendario come avrebbe preferito evitare, con un giro di interviste tv senza vere domande che ha quantitativamente compensato la mancanza di quelle vere e non concesse nei tre anni di governo alle maggiori testate italiane e straniere (il perché mica si capisce). Concludendo niente meno che da Fedez, l’ex marito della influencer che la premier si era peritata di attaccare ai tempi dello scandaloso pandoro rosa. Ed è stato tutto un “disciamo” parola più pronunciata, un “raggionamento” parola più perculata, un “Santa Madonna” contro chi la disturbava per spostare un microfono, stigmatizzato da qualcuno come “bestemmia”, ohibò.
Ci viene sempre in mente la signora radical chic che si ostina a chiamarla “pesciarola”, senza vergognarsene, degna e spudorata rappresentante del classismo insito nella sinistra italiana: egemone culturalmente, politicamente e ideologicamente ma non elettoralmente, perché la gente poi fa come gli pare. Giorgia questa gente ha saputo interpretarla negli ultimi anni come solo il Cavaliere aveva saputo fare nei suoi. Ma ora dov’è finita la premier che ha costruito i suoi record di longevità governativa e di consenso a colpi di incontri internazionali, di diplomazia estera, di viaggi e missioni, di accreditamenti globali tanto brillanti da costringere le agenzie di rating a riconoscere che, sì, ‘sto benedetto spread va abbassato? Disciamo la verità, è stanca e nervosa e ne ha tutto il diritto, con la vita d’inferno che ha fatto questi tre anni.







