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Iran, perché nel mirino di Usa e Israele c’è soprattutto la Cina

La scarsità come arma: energia, potere e la partita tra Washington e Pechino. Il punto di Torlizzi tratto da X.

La crisi mediorientale non è ciò che sembra. Dietro la retorica della sicurezza regionale si muove qualcosa di più profondo: una strategia che utilizza la scarsità energetica come leva geopolitica di primo ordine. E l’obiettivo primario non è Teheran. È Pechino.

La logica che emerge è molto sofisticata: la gestione deliberata della scarsità come strumento di vantaggio relativo. Un mondo con prezzi dell’energia più elevati e rotte marittime instabili non è necessariamente uno scenario da scongiurare per gli Stati Uniti. È un contesto in cui l’economia americana, dotata di autosufficienza energetica relativa e di un apparato agricolo senza paragoni, può reggere meglio dei propri rivali sistemici. La Casa Bianca dispone infatti di diversi strumenti per spostare il peso dello shock energetico verso altre economie: potrebbe intervenire su più leve: limitare temporaneamente le esportazioni di LNG, imporre un tetto ai prezzi domestici dell’energia, deviare forniture da altri produttori come il Venezuela e utilizzare le riserve strategiche di petrolio (SPR).

L’obiettivo non sarebbe eliminare l’impatto economico, ma redistribuirlo. La pressione sulla Cina non opererebbe attraverso una crisi alimentare diretta, ma qualcosa di più insidioso. La stabilità del sistema cinese si fonda su una società urbana abituata a un miglioramento continuo del tenore di vita. Rendere più costosi i flussi di energia e input produttivi non produce carestia. Genera inflazione, scarsità relativa, frizioni sociali: una lenta erosione del patto non scritto tra il Partito e i cittadini.

La logica è creare una divergenza significativa nei costi energetici per l’industria tra gli Stati Uniti e i Paesi che non entreranno nel suo blocco di influenza. Se l’energia diventa più scarsa e più costosa per i rivali industriali, mentre gli Stati Uniti mantengono un vantaggio relativo grazie alla propria produzione domestica di petrolio e gas, la conseguenza è una riallocazione dell’industria globale. Potremmo definirlo “manufacturing leverage”: usare il differenziale energetico per attrarre produzione, capitali e catene del valore negli Stati Uniti.

La previsione, detto in sintesi, è che gli Stati Uniti, colpendo le catene di approvvigionamento upstream, garantiranno a sé stessi e ai propri alleati materie prime a basso costo, mentre per tutti gli altri diventeranno care. È l’inverso della dinamica delle terre rare cinesi. Lo scenario peggiore, dunque, non è un petrolio a 200 dollari. È petrolio a 200 dollari in alcuni Paesi e a 50 in altri. Una frattura energetica globale che ridisegnerebbe la geografia dell’industria e del potere molto più di qualsiasi conflitto militare diretto.

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