Come se niente fosse, l’ennesima “guerra-lampo”, pietosa bugia che sempre racconta chi la comincia, si avvia al primo mese di devastante durata. Ma dall’attacco israeliano-americano in Iran iniziato il 28 febbraio molte cose sono cambiate, e non in meglio.
Basti dire che Teheran, pur con un regime decapitato e una popolazione oppressa che anela soltanto alla pace nella libertà, ha colpito una base anglo-americana dell’isola britannica Diego Garcia nell’oceano Indiano.
A ben 4mila km di distanza. Molto oltre il raggio d’azione possibile che si accreditava agli ayatollah. Per tacere dell’incendio che divampa in Medio Oriente con missili che vanno e vengono tra Israele, Libano e Paesi del Golfo. A volte senza neppure capire da dove partano.
Dunque, tralasciando il pur doveroso conto dei morti e feriti, delle distruzioni e dell’inevitabile “odio chiama odio” che genera ogni conflitto, da quel 28 febbraio il mondo è meno sicuro. E le economie globali, cioè il costo quotidiano che gli incolpevoli cittadini e consumatori pagano per le guerre altrui, traballano.
Bene lo sappiamo, seguendo l’altalena dei prezzi della benzina/diesel e l’affannosa rincorsa del governo con decreti-legge che hanno abbassato l’accise di 25 centesimi al litro per venti giorni. Una giusta mossa contro la speculazione, ma un’inezia rispetto allo scenario nefasto che si prospetta. Specie se la “guerra-lampo” andrà alle calende greche. Lo scenario di un aumento della spesa energetica che rischia di pesare per anni.
E allora può incoraggiare la sempre più consapevole e responsabile presa di posizione dei principali Paesi europei per la questione decisiva dello Stretto di Hormuz, il crocevia strategico della guerra: consente all’Iran di bloccare il trasporto di gas e di petrolio per tutti.
Al piano di riapertura elaborato da sei Paesi che vede protagonista anche l’Italia e che prevede l’impegno a garantire un transito sicuro, chiedendo a Teheran “un’immediata moratoria”, cioè la fine degli attacchi alle navi commerciali e disarmate nel Golfo, hanno aderito altre nazioni.
Ora è il piano di 22 Stati “volenterosi”, pronti ad affermare una via politico-diplomatica, anziché militare, coinvolgendo l’Onu. E a tutelarla con fermezza, ma in un quadro di cessazione delle ostilità da parte iraniana. Del resto, l’Europa non è in guerra con nessuno. “Niente missione senza tregua”, ribadisce il ministro della Difesa, Guido Crosetto.
Si vedrà se questo percorso alternativo sia ai missili israeliano-americani, sia agli attacchi iraniani a Hormuz, potrà avere successo.
Ma la terza via perseguita è almeno la dimostrazione che i suoi promotori – Gran Bretagna, Italia, Germania, Francia, Olanda e Giappone – non sono rimasti a guardare. Né hanno assecondato le richieste del presidente statunitense Donald Trump, che ogni giorno dice e si contraddice.
E che già con l’Ucraina ha dato ampia prova di inaffidabilità politica e diplomatica, senza riuscire a fermare neanche un minuto il suo prediletto interlocutore, Vladimir Putin, nella guerra da lui scatenata contro Kiev.
(Pubblicato su L’Arena di Verona, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova)
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