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In Germania il governo Merz si spappola sulla guerra Usa-Iran

Che cosa si dice e che cosa si scrive in Germania sulla guerra Usa-Iran

Si potrebbe per paradosso essere sollevati dal fatto che l’Europa conti poco o nulla sullo scacchiere mediorientale di questi giorni, dato che neppure il principale governo europeo, quello di Berlino, riesce a parlare con una voce unica.

LA POLIFONIA DEL GOVERNO SULLA GUERRA IN IRAN

A più di 24 ore dall’apertura delle ostilità in Iran, il cancelliere Friedrich Merz ha tentato di invertire la rotta con un discorso programmatico alla Cancelleria federale, volto a mostrare la compattezza dell’esecutivo guidato da Cdu, Csu e Spd. Liquidando i dogmi del passato, Merz ha definito l’Iran un “regime terroristico” e ha schierato la Germania senza riserve al fianco di Israele e Stati Uniti, definendo secondarie persino le obiezioni di diritto internazionale. “Non è questo il momento di dare lezioni ai nostri partner”, ha dichiarato il cancelliere, avallando l’uso della forza militare per fermare Teheran e annunciando che Berlino trarrà “conclusioni lucide per le proprie azioni”.

Tuttavia, la compattezza rivendicata dalla cancelleria pare infrangersi contro le perplessità sollevate dall’ala socialdemocratica della maggioranza. Lars Klingbeil, leader della Spd e vicecancelliere, ha infatti diffuso una nota ufficiale dai toni marcatamente distanti, omettendo qualsiasi riferimento esplicito all’appoggio verso le operazioni condotte da Israele e Stati Uniti. La preoccupazione del dirigente socialista si focalizza piuttosto sul rischio di una “pericolosa escalation” alimentata dalla spirale di violenza, tanto da spingerlo a rinnovare l’esortazione affinché “tutte le parti tornino al tavolo delle trattative”, convinto che stabilità e distensione possano essere “raggiunte in modo duraturo solo attraverso i negoziati”.

A rendere ancora più evidente la faglia interna al governo è l’affondo di Adis Ahmetovic, voce di riferimento per la politica estera del gruppo parlamentare Spd, il quale ha censurato le incursioni militari alleate giudicandole in netto contrasto con i precetti del diritto internazionale. Pur accogliendo favorevolmente la notizia della scomparsa della guida suprema iraniana Ali Khamenei, Ahmetovic ha ammonito che l’impiego della forza per determinare nuovi equilibri rappresenta uno “sviluppo pericoloso” per la tenuta dell’ordine globale. E ha paventato il rischio di una nuova ondata migratoria alla quale questa volta l’Europa e la Germania non potranno far fronte come dieci anni fa.

Nelle valutazioni del partito, la priorità assoluta resta dunque il “ritorno al tavolo dei negoziati”, rigettando l’ipotesi di una transizione politica imposta mediante l’uso dei “missili da crociera”.

MERZ TRA WASHINGTON E LE INCERTEZZE INTERNE

Neppure il più spericolato equilibrista riuscirebbe a trovare un filo comune sulla base di posizioni così diverse. Divergenze che il cancelliere dovrà mettere nel bagaglio con il quale si appresta a partire per Washington, dove incontrerà il presidente Donald Trump per una visita fissata qualche settimana prima dell’attacco all’Iran. Si sarebbe dovuto parlare di dazi e Ucraina, e ora i discorsi scivoleranno inevitabilmente sul Medio Oriente.

Resta da capire cosa il cancelliere potrà realmente opporre a Trump, data la manifesta ininfluenza europea sui tanti scenari aperti e le profonde crepe che dividono il suo stesso esecutivo sulla questione iraniana. Se durante il primo incontro ufficiale Merz aveva cercato una sintonia quasi confidenziale – suggellata dal dono del certificato di nascita originale del padre del presidente – questa volta avrebbe voluto adottare un altro approccio. Inaugurando la Conferenza sulla sicurezza di Monaco, Merz aveva abbandonato ogni compiacenza, optando per un registro più conflittuale nei rapporti con la presidenza statunitense: una scelta che, nel pieno dell’emergenza bellica in Medio Oriente, rischierebbe oggi di apparire come un azzardo diplomatico.

UN PAESE PREOCCUPATO DAL RISCHIO ESPLOSIONE DEI COSTI ENERGETICI

Un altro aspetto che il cancelliere deve tenere presente è l’umore, sempre più inquieto, dei tedeschi, proprio in una fase in cui, secondo i sondaggi, sembrava aver arrestato il declino di consensi che lo aveva accompagnato dal giorno del suo insediamento. La stampa tedesca di questo inizio settimana riflette le preoccupazioni di un paese oggi fragile sul piano economico e timoroso delle possibili ricadute della crisi sui prezzi dell’energia e sui commerci internazionali.

Ed è proprio sulle colonne dei principali quotidiani che emerge con maggiore chiarezza il clima di cautela, se non di aperto scetticismo, con cui l’opinione pubblica osserva l’escalation militare in Medio Oriente.

LO SCETTICISMO DELLA STAMPA TEDESCA (CON QUALCHE DISTINGUO)

L’Handelsblatt mette in dubbio la sostenibilità politica e strategica dell’intervento militare, sostenendo che il vero problema risieda “nell’assenza di un piano per il giorno dopo”. Secondo il quotidiano economico, un cambio di regime non può essere ottenuto con i bombardamenti e richiederebbe verosimilmente un intervento terrestre americano, scenario che rievocherebbe precedenti fallimentari dalla guerra del Vietnam fino alle missioni in Iraq e Afghanistan.

Sul terreno giuridico si concentra invece la riflessione della Frankfurter Allgemeine Zeitung, che in un editoriale firmato da Reinhard Müller sottolinea come “la caduta dei tiranni possa essere considerata auspicabile solo se avviene nel rispetto dello spirito della Carta delle Nazioni Unite”. Il giornale avverte però anche “contro un uso selettivo del diritto internazionale”, criticando tanto “la sua negazione” quanto “un richiamo puramente strumentale ai principi giuridici”.

Più orientata a individuare uno spazio d’azione europeo è la posizione della Süddeutsche Zeitung, secondo cui la guerra potrebbe aprire anche una finestra politica per la nascita di un nuovo Iran. Il quotidiano di Monaco invita l’Europa ad andare oltre la semplice espressione di preoccupazione o la diffidenza verso Trump e a contribuire attivamente a un eventuale processo di ricostruzione politica, pur riconoscendo che nulla garantisce né la caduta del regime né l’emergere automatico di una democrazia.

Sulla stampa regionale prevalgono invece toni più prudenti. La Frankfurter Rundschau teme conseguenze incontrollabili, giudicando l’approccio statunitense strategicamente impreparato e potenzialmente capace di incendiare prima il Medio Oriente e poi l’intero sistema internazionale. Analoga preoccupazione emerge dalla Saarbrücker Zeitung, che intravede il rischio di una nuova instabilità permanente nella regione.

Nel complesso, tra analisi strategiche, richiami giuridici e timori economici, il panorama mediatico tedesco nazionale e regionale restituisce l’immagine di un paese attraversato più da interrogativi che da certezze. Cautele che finiscono per riflettere, quasi specularmente, le divisioni all’interno dello stesso governo federale.

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