Un anno dopo aver messo in guardia le imprese tedesche dal rischio di eccessiva esposizione verso la Cina, il cancelliere federale Friedrich Merz è volato a Pechino con una delegazione di trenta top manager. Il viaggio segna un passaggio delicato: la Cina è tornata primo partner commerciale della Germania con un interscambio di circa 252 miliardi di euro, mentre quello con gli Stati Uniti è sceso sotto i 241 miliardi, anche per effetto della politica doganale dell’amministrazione di Donald Trump. In questo quadro, Berlino cerca un equilibrio tra prudenza strategica e tutela degli interessi economici.
NEL SEGNO DEL PRAGMATISMO
Nel gennaio precedente alla vittoria elettorale, Merz aveva delineato una linea severa nei confronti di Pechino, invitando le aziende a “limitare le vulnerabilità per non compromettere la propria stabilità”. Oggi, alla guida del governo, adotta toni più misurati: ridurre le dipendenze resta un obiettivo, ma senza rinunciare al dialogo con la leadership cinese. Pur ribadendo la necessità di diversificare, l’esecutivo tedesco parla apertamente di “partenariato”. Il cambio di tono non è di poco conto.
D’altronde i numeri spiegano la cautela. Dopo aver guidato la classifica degli scambi tedeschi dal 2016 al 2023, la Cina era stata superata dagli Stati Uniti nel 2024, per poi riconquistare lo swcorso anno il primato. Tuttavia, l’avanzo commerciale tedesco si è trasformato in un disavanzo: oggi Berlino paga quasi 90 miliardi di euro in più per importazioni dalla Repubblica Popolare rispetto a quanto incassa con le esportazioni. Un’inversione che alimenta interrogativi sulla sostenibilità del modello finora seguito.
UNA DELEGAZIONE DI PESO
Merz sarà ricevuto dal presidente e segretario del Partito comunista Xi Jinping. Con lui viaggiano figure di primo piano dell’industria, tra cui Oliver Blume per Volkswagen e Roland Busch per Siemens. Dopo Pechino, la delegazione farà tappa a Hangzhou, polo tecnologico della Cina orientale. Sembrerebbe essere tornati ai tempi di Angela Merkel.
Il viaggio si colloca in una fase complessa dello scenario internazionale. La leadership cinese, forte anche dell’uso dei controlli sulle esportazioni di materie prime strategiche come leva negoziale, si presenta con sicurezza. Nonostante difficoltà economiche interne e recenti rimozioni ai vertici militari per motivi ufficialmente legati alla corruzione, Pechino guarda con interesse ai governi occidentali in cerca di alternative agli Stati Uniti. Nei mesi scorsi, la capitale cinese è stata meta di un pellegrinaggio di leader dall’Ovest: il presidente francese Emmanuel Macron, il primo ministro canadese Mark Carney e il premier britannico Keir Starmer.
LE ANALISI DEGLI ESPERTI
L’ambivalenza si riscontra anche tra coloro che osservano e leggono i movimenti intrecciati dell’economia e della politica. Il quotidiano economico Handelsblatt ha raccolto valutazioni divergenti tra economisti e analisti. Mikko Huotari, alla guida del think tank Merics, “esclude un ritorno alla stagione in cui i rischi politici venivano trascurati”. Il dibattito interno al governo tedesco, osserva, si svolge oggi su basi diverse rispetto al passato. L’obiettivo sarebbe “migliorare l’accesso al mercato cinese mantenendo la strategia di derisking, ossia la riduzione mirata delle vulnerabilità commerciali”.
Daria Marin, docente di economia internazionale presso la Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera, contesta l’assunto secondo cui maggiori esportazioni verso la Cina garantiscano automaticamente crescita in Germania. Richiamando un’analisi di Goldman Sachs, segnala che “un punto percentuale aggiuntivo di crescita trainata dall’export verso la Cina potrebbe sottrarre 0,3 punti alla crescita interna tedesca”. Anche Torsten Benner, del Global Public Policy Institute, invita a non subordinare l’interesse nazionale alle esigenze di singole imprese fortemente radicate nel mercato cinese. Insomma, Berlino deve liberarsi dal mito che gli interessi di singole aziende che gestiscono fabbriche nella Repubblica Popolare coincidano con gli interessi economici della Germania.
Nel frattempo, però, le associazioni industriali denunciano distorsioni concorrenziali legate ai sussidi statali cinesi e alla sovraccapacità produttiva. A loro avviso, queste dinamiche generano pressioni su settori come acciaio, meccanica, elettrotecnica e automotive. Pechino, dal canto suo, respinge le critiche e rivendica la propria politica industriale.
UN MERCATO MENO DINAMICO
I dati elaborati dall’Handelsblatt Research Institute mostrano comunque un ridimensionamento del peso cinese nei bilanci delle imprese quotate tedesche. Per i gruppi Dax con attività significative nella Repubblica Popolare, la quota di fatturato è scesa in quattro anni dal 18,6 al 14,9 per cento. Il rallentamento è evidente soprattutto nell’automotive: Volkswagen, che nel 2020 vendeva in Cina il 42% dei propri veicoli, è scesa al 30 per cento nel 2025. Anche Adidas e Siemens hanno registrato contrazioni analoghe.
La stagione dei tassi di crescita a doppia cifra appare conclusa per la maggior parte dei comparti. L’intensificarsi della concorrenza locale e l’eccesso di capacità produttiva comprimono prezzi e margini. E poi ci sono i rischi politici, la tensione internazionale che corre lungo l’asse della sfida Cina-Usa e i timori per le sorti di Taiwan. Per questo anche gli esperti dell’Institut der deutschen Wirtschaft (Iw), l’Istituto dell’economia tedesca di Colonia, suggeriscono alle aziende di ampliare la presenza su altri mercati, anche asiatici, per distribuire i rischi.
Anche se lo spessore della delegazione tedesca richiama atmosfere merkeliane, il viaggio di Merz si svolge in tutt’altro clima. Il “dilemma”, come lo chiama lo stesso Handelsblatt sta nel rafforzare le opportunità commerciali senza trascurare le vulnerabilità strutturali. Il cancelliere camminerà sospeso su un filo sottile, ma l’equilibrismo non è mai stata la sua specialità.







