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Landini

Perché Macron è ruvido sulla riforma delle pensioni

Pare che in Francia la questione delle pensioni sia ancora più sacra che in Italia; del resto la riforma Macron prevede regole che in Italia sono operative da decenni, spesso con il consenso dei sindacati. Il commento di Giuliano Cazzola

 

La regola aurea di uno statista è la seguente: fa ciò che devi, accada ciò che può. Emmanuel Macron l’ha voluta seguire allo scopo di  trasformare in legge la riforma delle pensioni presentata dal suo governo. E si è avvalso di una norma costituzionale (il comma 3 dell’articolo 49) che consente al governo di superare il voto della Assemblea nazionale nel caso in cui ritenga che un determinato provvedimento sia essenziale nell’interesse del Paese.

Una norma, tuttavia, che ha una compensazione. Se l’Assemblea  approva una mozione di sfiducia il governo  cade e la legge contestata diventa tamquam non esset. Non disponendo della maggioranza assoluta nell’Assemblea, Macron deve confidare nell’appoggio dei Les Rèpublicans (gli ex gollisti) oppure nello stato confusionale dell’opposizione delle estreme, che devono trovare il modo di sommare i loro voti e non è detto che per lo meno Mélenchon disponga dell’intelligenza per farlo.

LA REAZIONE DELLA PIAZZA

La mossa di Macron ha scatenato la piazza, peraltro già molto agitata da settimane. In vista dell’appuntamento di lunedì all’Assemblea nazionale quando si esamineranno le mozioni di sfiducia, c’è da aspettarsi un fine settimana molto complicato per le Forze dell’Ordine e per la normale vita dei cittadini.

Pare che in Francia la questione delle pensioni sia ancora più sacra che in Italia; del resto la riforma Macron prevede regole che in Italia sono operative da decenni, spesso con il consenso dei sindacati. Poi la questione dell’età pensionabile, Oltralpe, è una specie di reliquia della grandeur di Francois Mitterrand, il quale, quando vinse, per la prima volta, le elezioni alla guida di una coalizione di sinistra, tra le prime misure adottate ridusse da 65 a 60 l’età del pensionamento per uomini e donne.

LE DIFFICOLTÀ FRANCESI DI RIFORMARE LE PENSIONI

Da allora è sempre stata un’impresa per tutti i governi, mettere in discussione la soglia dei 60 anni (con fatica si è arrivati a 62) agendo di converso sul requisito contributivo a cui corrisponde il massimo della pensione.

Il casus belli – gli scioperi  in corso evidenziano la debolezza dei sindacati francesi, perché è facile creare disordine e confusione aggredendo e bloccando i servizi essenziali, come i trasporti e le raffinerie – sta nell’elevazione dell’età di pensionamento da 62 a 64 anni entro il 2030, accompagnata anche da un allungamento – da 42 a 43 anni entro il 2027 – dell’anzianità contributiva – la leva su cui hanno agito fino ad ora i governi – utile a percepire il massimo di pensione.

Ma la questione vera di cui si parla poco consiste nell’intenzione del governo di arrivare, almeno per i nuovi assunti, ad un regime uniforme che si lascerebbe alle spalle i 42 regimi e casse previdenziali ora vigenti con trattamenti oggettivamente privilegiati. Si pensi per esempio alla metropolitana di Parigi: il calcolo della pensione per i dipendenti non si base su tutta l’anzianità, ma sugli anni migliori quanto a retribuzione e a contribuzione.

LE DIFFERENZE TRA FRANCIA E ITALIA

In Italia sono stati i sindacati a chiedere l’abolizione dei privilegi del pubblico impiego e dei fondi speciali. In Francia tutti insorgono in difesa dei trattamenti migliori di pochi. Magari, nelle fabbriche si continua a lavorare, visto che – come succede spesso in Francia – non risultano ditte importanti di aziende occupate. Ma sono quei pochi a cui sono affidati i ‘’beni comuni’’ ad avvalersi di un potere contrattuale debordante rispetto al numero degli interessati e degli interessi in gioco.

Macron in Italia non è simpatico. La destra ha le sue ragioni risalenti ai rapporti dei due Paesi nel lambito dell’Unione europea e nella gestione dei migranti; la sinistra e il M5S lo detestano perché è un liberale riformista. Si ricorda ancora che un vice presidente del Consiglio in carica (ora pentito) si precipitò in Francia a reggere la coda ai gilet gialli.

Che Macron non sia amato lo si vede anche da come la stampa nazionale ha definito – colpo di mano – la decisione di bypassare l’Assemblea nazionale e di accontentarsi del voto favorevole del Senato. Parlare di ‘’colpo di mano’’ quando viene applicata una norma della Costituzione della V Repubblica è oggettivamente eccessivo. Del resto che cosa mai avrebbe potuto fare il presidente? Ritirare nuovamente il progetto di riforma che nella precedente legislatura e come i suoi predecessori? Viene sempre un momento in cui le forze politiche si trovano con le spalle al muro, chiamate a dire il Gran SI o il Gran No. In Francia quest’ora è suonata; ognuno – governo, opposizioni, sindacati – è chiamato ad assumersi le proprie responsabilità.

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