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Germania, tutte le tensioni tra industriali e governo

La Fiera di Hannover è lo specchio dei rapporti (tesi) fra industriali e governo in Germania. L'esecutivo, intanto, ha rivisto al ribasso i dati sulla crescita del Pil nel 2026 e nel 2027.

È stata un’edizione particolarmente tesa quella della Fiera di Hannover di quest’anno, la più importante fiera dell’industria che si avvia alla conclusione oggi, venerdì 24 aprile. Nervi scoperti fra gli industriali tedeschi e il governo in carica, con richiami sempre più duri alla politica e segnali di disimpegno produttivo. Le imprese avvertono di aver raggiunto un punto critico, a pesare sono l’intensificarsi delle norme, i costi elevati e l’assenza di interventi strutturali, mentre una quota crescente di aziende valuta di spostare attività e investimenti fuori dall’Europa.

IL PROCESSO DI DELOCALIZZAZIONE

Fin dall’apertura della manifestazione, le principali organizzazioni industriali hanno espresso un giudizio severo sull’azione del governo. Il presidente dell’associazione dei costruttori di macchinari ha parlato apertamente di “una soglia ormai superata”, sintetizzando un malessere diffuso. I dati raccolti tra le imprese del settore mostrano infatti una tendenza significativa: circa quattro aziende su dieci stanno considerando un trasferimento verso paesi extraeuropei, mentre una quota rilevante prevede una riduzione degli organici in risposta al nuovo quadro regolatorio.

Anche il comparto dell’elettronica e del digitale ha sollevato criticità, chiedendo una revisione delle norme europee sull’intelligenza artificiale. In particolare, viene proposta “l’esclusione delle applicazioni industriali dal campo di applicazione della normativa”, ritenuta nella sua formulazione attuale “poco compatibile con le esigenze produttive”.

CRESCITA FERMA, IL GOVERNO DIMEZZA LE STIME SUL PIL

Anche sul fronte macroeconomico la situazione non si prospetta affatto semplice. I dati che arrivano dal settore industriale non lasciano presagire alcuna ripresa immediata. Al contrario, il manifatturiero rischia di restare inchiodato alla stagnazione per tutto il prossimo anno. Dopo un avvio già sottotono, le stime delle organizzazioni imprenditoriali sono state corrette ulteriormente verso il basso, con il timore concreto di nuovi scivoloni se le tensioni globali non dovessero allentarsi. È un pessimismo diffuso e condiviso: le analisi delle associazioni di categoria vanno infatti nella stessa direzione di quelle pubblicate dai maggiori centri studi e dallo stesso governo.

Proprio a metà settimana, con i battenti della Fiera ancora aperti, la ministra dell’Economia Katherina Reiche ha annunciato per conto dell’esecutivo la revisione al ribasso delle previsioni di crescita, indicando per quest’anno un aumento del Pil limitato allo 0,5% e allo 0,9% nel 2027, rispetto alle stime di gennaio pari rispettivamente all’1,0% e all’1,3%.

Pesa il deterioramento dello scenario energetico: la guerra in Iran sta facendo salire i prezzi di energia e materie prime, con effetti negativi su famiglie e imprese. L’aumento dei costi grava sui bilanci dei nuclei privati e accresce gli oneri per il sistema produttivo tedesco, contribuendo al ridimensionamento delle prospettive di crescita.

COSTI IN AUMENTO E IL PESO DEI FATTORI INTERNI

La crisi legata al conflitto mediorientale contribuisce dunque ad accrescere l’incertezza: incidendo sui prezzi dell’energia, genera effetti a catena lungo le filiere e nella logistica globale. Eventuali interruzioni prolungate nei trasporti marittimi potrebbero tradursi in un nuovo arretramento della produzione, prolungando una fase negativa che si estende già da diversi anni.

Il rallentamento si inserisce in una situazione strutturalmente fragile, lamentano ancora gli imprensitori, “i livelli produttivi restano inferiori a quelli del passato e la capacità industriale è utilizzata solo parzialmente”. Alla base vi sono fattori interni, tra cui “l’elevato costo del lavoro, la pressione fiscale, gli oneri burocratici e il prezzo dell’energia”, che riducono l’attrattività del sistema economico.

SERVE IL CORAGGIO DI VERE RIFORME

Di fronte a questo scenario, le associazioni industriali hanno sollecitano un intervento rapido e coordinato da parte dell’esecutivo. L’obiettivo indicato è la definizione, entro l’estate, di un pacchetto organico di riforme capace di rilanciare la competitività e stimolare gli investimenti. Le misure ritenute prioritarie includono “alleggerimenti fiscali, incentivi stabili e una riduzione tangibile degli adempimenti amministrativi, accompagnata da una maggiore efficienza dei processi pubblici e da una digitalizzazione più avanzata”.

Non sono richieste nuove e, in effetti, il governo ci sta lavorando, ma dai corridoi politici non emerge quell’unità di intenti fra i partiti della coalizione che gli industriali si aspettano. Gli spifferi parlano anzi di contrasti e divergenze, alimentando il timore di compromessi al ribasso. Nel frattempo, sul piano partitico i sondaggi segnalano una costante ascesa dell’estrema destra di AfD, ora stabilmente indicata come primo partito nazionale anche nelle proiezioni degli istituti più prudenti. Un’eventuale vittoria alle prossime elezioni, anche se non porterebbe gli ultra nazionalisti al governo, sarebbe una catastrofe per l’immagine della Germania e della sua industria.

GLI IMPRENDITORI ABBANDONANO IL CANCELLIERE

L’impressione è che Friedrich Merz abbia ormai perso il sostegno dei vertici economici e che il mondo degli affari lo abbia abbandonato. Fino a questo momento, la tenuta dell’élite economica a favore del cancelliere aveva rappresentato un fondamentale fattore di stabilità, nonostante il diffuso malcontento popolare – osserva il giornalista economico Gabor Steingart sul portale Pioneer – tuttavia, la frustrazione del settore produttivo è ora emersa chiaramente, coinvolgendo realtà come Siemens Energy, Basf, Bilfinger e numerosi economisti di spicco: nessuno sembra più intenzionato a difendere l’operato del governo.

“Il primo anno è stato un anno di occasioni mancate”, ha affermato Joe Kaeser, presidente del consiglio di sorveglianza di Siemens Energy e Daimler Truck. Critiche dirette sono giunte anche dal capo di Basf Markus Kamieth, secondo cui “nascondersi dietro le commissioni non è leadership”. Una critica aperta al proliferare di commissioni dedicate allo studio delle riforme, cui il governo ha di fatto demandato le proprie politiche.

I dati imprenditoriali descrivono uno scenario allarmante: in media, in Germania, un’azienda dichiara fallimento ogni 20 minuti. Nel 2025 si sono registrati oltre 24.000 fallimenti aziendali, un incremento del 10 per cento rispetto all’anno precedente, che segue i rialzi del 22 per cento già rilevati sia nel 2024 che nel 2023. Secondo Thomas Schulz, amministratore delegato della società di servizi industriali Bilfinger, la situazione ha superato i livelli di guardia: “Non si può più parlare di stagnazione. Si tratta di deindustrializzazione”.

IFO, SEGNALI DAGLI INVESTIMENTI

Parallelamente emergono alcuni segnali di moderato recupero sul fronte degli investimenti. Secondo l’ultimo rapporto dell’istituto ifo di Monaco, le imprese hanno rivisto al rialzo le proprie aspettative per l’anno in corso, sostenute da un miglioramento degli ordini industriali, sebbene l’aumento dei costi energetici continui a frenare una ripresa più solida. “La propensione a investire cresce soprattutto nei settori meno energivori, mentre resta debole nelle industrie ad alta intensità di consumo”, scrivono gli analisti bavaresi.

Si rafforza inoltre l’impegno nella ricerca e sviluppo e nelle tecnologie digitali, “con una particolare attenzione al software e all’integrazione dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi”. Piccoli segnali di luce in attesa che il governo faccia la sua parte.

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