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Europa? Tanto rumore per nulla su Nato, Trump e non solo

Che cosa si dice e che cosa non si dice sul faccia a faccia Rutte-Trump, sull'E5 di Berlino e sul prossimo vertice Nato.

Il vertice a cinque di ieri a Berlino, presenti Francia, Germania, Italia, Polonia e Regno Unito, viene raccontato dalle diplomazie come la prova generale di un’Europa che prova a fare blocco in vista del summit NATO di Ankara del 7 e 8 luglio. Il fronte è unito, dicono. Vero, ma è l’unità del tipo sbagliato: i Cinque si sono compattati attorno a una resa preventiva.

Nei tavoli internazionali non si vince avendo ragione; si vince se si impone il criterio con cui si decide chi ha ragione. E quel criterio, per il vertice di Ankara, è già stato scritto a Washington. Il modulo è il solito, transazionale e brutale: quanto spendi, cosa fai sull’Iran, come paghi la tua quota di sicurezza.

Su questo terreno, le vecchie democrazie europee partono già sconfitte. La Germania segna il passo. Al contrario la Turchia, padrona di casa e secondo esercito dell’Alleanza, si presenta al tavolo con le carte in regola. L’atto che mette l’Europa sul banco degli imputati e quello che incorona Erdogan sono lo stesso movimento: Donald Trump porta l’atto d’accusa, Ankara offre il controesempio vivente, e il processo si celebra a casa del controesempio.

La cauzione pagata in anticipo

Se si legge il comunicato di Berlino senza le lenti della propaganda, il bilancio è impietoso. I Cinque hanno applaudito il memorandum sull’Iran, riconoscendo il merito alla leadership di Trump; hanno promesso di mettere mano al portafogli per la difesa continentale; hanno confermato l’invio di navi per la missione a guida anglo-francese nello Stretto di Hormuz.

Tutto questo mentre il Segretario generale Mark Rutte, in collegamento da Washington, cercava di difendere gli alleati nello Studio Ovale senza spostare Trump di un millimetro.

L’errore dei Cinque è politico e lessicale. Aver inserito la “condivisione degli oneri” tra le priorità del documento significa aver accettato il linguaggio dell’avversario prima ancora di salire sull’aereo. L’Europa ha perso la sua battaglia prima di cominciare, due settimane in anticipo e per mano propria.

Lo dimostra la messinscena di Washington dello stesso giorno. Per difendere i governi europei dall’accusa di “scroccare” sicurezza, Rutte ha finito per rivelare quello che doveva restare riservato: le quattromila sortite americane decollate dalle basi europee durante la crisi iraniana, di cui ben cinquecento dalla sola Italia. Cifre che Roma ha dovuto smentire nel giro di poche ore, derubricandole a “voli tecnici e logistici” per placare le polemiche dell’opisizione che si sono scatenate contro il Governo.

Presentandosi da Trump con i cartelloni e i grafici della spesa militare in aumento, Rutte ha fatto la mossa peggiore: ha ammesso che il voto in pagella dipenda solo dai soldi e dalla partecipazione alla guerra. Risultato? Ha legittimato l’accusa nell’atto stesso di respingerla. E l’Italia ne esce doppiamente ammaccata: esposta come cobelligerante da Rutte e costretta a negare il supporto un minuto dopo, offrendo l’immagine perfetta dell’alleato timoroso e inaffidabile.

Perché Washington accelera

Per capire la durezza della Casa Bianca bisogna guardare alle sue debolezze, non alla sua forza. Il memorandum siglato con Teheran viene digerito malissimo dalla base repubblicana e da Israele, che si sente tradito. Tra sblocco dei beni e diritto all’arricchimento dell’uranio, l’accordo somiglia fin troppo al vecchio JCPOA.

Sentendosi scoperto sul suo fianco più forte, quello della fermezza, Trump ha aperto un secondo fronte interno dove sa di vincere facile: l’Europa che non paga le tasse militari. Un gioco di prestigio che conviene anche a Erdogan. Spostare i riflettori sui ritardi europei serve a coprire due fatti scomodi per Ankara: la Turchia è rimasta fuori dal conflitto iraniano negando lo spazio aereo, e il vero “morbido” con Teheran, alla fine, è stato proprio il dealmaker americano.

Ma la resa europea è soprattutto un enorme errore di analisi strategica. Iran e Ucraina stanno dimostrando che i vecchi bilanci della difesa non servono più a garantire la superiorità. Un drone Shahed da ventimila dollari può saturare difese milionarie. La prima settimana di raid in Iran ha bruciato circa ottocento intercettori Patriot, più di quanti Kiev ne abbia ricevuti in quattro anni. Nello Stretto di Hormuz, una flotta di barchini e pescherecci riadattati a posamine ha tenuto in scacco un quarto del petrolio mondiale.

La tecnologia low-cost ha democratizzato la guerra. Continuare a idolatrare il dogma del 5% del PIL significa misurare la valuta sbagliata, premiando sistemi d’arma costosi che la saturazione rende vulnerabili. La Turchia lo ha capito prima degli altri, comprando peso geopolitico con i droni Bayraktar a una frazione del costo di una flotta convenzionale. L’Europa, invece, accetta di farsi giudicare sui parametri della guerra di ieri.

L’argomento che l’Europa non usa

Eppure, i governi europei avrebbero gli argomenti per rovesciare il tavolo. Dal 2025 il peso economico del sostegno all’Ucraina è quasi tutto sulle nostre spalle, mentre il contributo americano cala. E siamo noi a mandare i cacciamine a Hormuz mentre la Turchia è rimasta a guardare.

Questi erano i fatti da spendere: la fedeltà si misura sull’affidabilità geopolitica, non sui decimali del PIL. Ma a Berlino si è preferito esibire questi sforzi come compiti a casa fatti bene per compiacere il maestro, anziché come prova della nostra indispensabilità. È la differenza che passa tra l’essere deboli e il farsi percepire come tali.

Per l’Italia la situazione è ancora più stretta. Paghiamo l’esposizione legata alle dichiarazioni di Rutte, gli strascichi delle polemiche di metà giugno e una posizione che nell’E5 ci vede seduti al tavolo, sì, ma solo per coordinare la quota della nostra sottomissione.

L’unica mossa per non uscire stritolati da Ankara sarebbe rifiutare il corpo a corpo sui bilanci, imporre il tema della tenuta dei confini europei e ricordare a Washington che, dopo aver concesso trecento miliardi e l’arricchimento nucleare a Teheran, chi è andato davvero morbido con il nemico non siede a Bruxelles.

Il 7 luglio i comunicati ufficiali parleranno di coesione ritrovata. Per capire come è andata davvero basterà guardare tre dettagli: se nel testo finale peserà di più la parola unità o la parola oneri; se le tutele per l’Egeo e Cipro troveranno spazio o se verranno cancellate per non irritare i turchi; e se la NATO deciderà di fare i conti con la nuova guerra low-cost o se continuerà a pesare la difesa un tanto al chilo.

Ad Ankara va in scena un processo dove l’imputato è la democrazia che rispetta le regole e il grande accusatore è l’alleato che le calpesta, forte del fatto di essere troppo utile per essere scaricato. L’Europa ha scelto di arrivarci dopo aver già firmato la propria confessione.

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