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Prove tecniche di ripensamento a Bruxelles sui patti che strangolano l’Europa? L’analisi di Polillo

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Il commento dell’editorialista Gianfranco Polillo sui progetti in cantiere nella Commissione europea e sulle necessarie iniziative dell’Italia

Centinaia di pagine, grafici, complicate tabelle per tener conto della complessa batteria di indicatori, che descrivano lo Stato dell’Unione. L’annuale sforzo della Commissione europea nel tentativo di riassumere in un’unica fotografia il malessere di un intero continente. Sono le regole dell’”Alert Mechanism Report 2020“, redatto ai sensi degli articoli 3 e 4 del Regolamento (EU) No 1176/2011. In pratica, l’alter ego del Fiscal compact. Non più un approccio unilaterale, tutto centrato sui numeretti delle pubbliche finanze. Ma il tentativo di andare più a fondo nei problemi effettivi della vita economica e sociale di tutti gli Stati membri. Per capire, e soprattutto descrivere, perché l’Unione europea continua ad essere una “area monetaria non ottimale”. Vecchio pallino del Nobel Robert Mundell, che espose questa sua teoria fin dal 1961, ma che ancora oggi riesce, meglio di ogni altra cosa, a descrivere uno stato di sconcerto. Di cui Brexit è solo la punta dell’iceberg.

Era quindi lecito attendersi che la stampa italiana avesse almeno cercato di descrivere, se non di commentare, una diagnosi così rilevante. Ed invece, se si esclude la corrispondenza da Bruxelles di Beda Romano, su “Il sole 24 ore”, solo qualche piccolo trafiletto, qua o là, ma niente di più impegnativo. Ed è un peccato. Lo stesso Valdis Dombrovskis, il falco del rigore come più volte è stato dipinto, è stato costretto a delle aperture, fino a ieri impensabili. Ha, infatti, ricordato che Bruxelles in gennaio aprirà un dibattito sul futuro del “Patto di stabilità” per giungere ad una conclusione nei sei mesi successivi. “Una discussione” che prevede “accesa” per raggiungere “obiettivi diversi: la semplicità delle regole, ma anche la sostenibilità dei bilanci”.

Insomma si apre una partita, in cui l’Italia non può continuare a fare da comparsa. Per poi puntare i piedi, all’ultimo momento, come avvenuto per il Mes. Salvo poi rimanere con un pugno di mosche: un semplice rinvio nella firma di un Trattato, che, al di là qualche dettaglio, rimane inemendabile. Ed ecco allora che la proposta avanzata da Matteo Salvini, circa un comitato di salvezza nazionale, assume una portata diversa. Tanto più se essa prevede il coinvolgimento di Mario Draghi. Non il tentativo di rimettere in piedi una sorta di Governo di solidarietà nazionale. Ma l’esigenza di presentare un Paese unito nella trattativa. Evitando che si possa giocare, da parte di coloro che sono restii ad ogni cambiamento, sulla spaccatura del suo fronte interno.

Il tutto può sembrare solo la variante fortuita di una mossa tattica. Ma i processi storici non sono mai prevedibili. A volte si comincia in un modo e poi si deborda verso un futuro, che rimane sempre nella bisaccia di Giove. Ma quando questo accade, significa solo che la situazione precedente era matura per determinare la svolta necessaria. Il problema è capire se questo contributo “nazionale” sia o meno indispensabile. Ma la risposta è nelle cose. Se è lo stesso Dombrovskis a parlare di una discussione che sarà “accesa”, questo significa che la situazione, sul piano europeo, ha raggiunto un punto di semi rottura. Troppe le differenze, come illustra l’ultimo report della Commissione, troppe – aggiungiamo noi – le omissioni.

È la stessa Commissione che ha individuati, in ben 13 Paesi, l’esistenza di squilibri macroeconomici. Ed in questo lungo elenco c’è il Gotha europeo: Germania, Francia, Italia e Spagna. Il cui Pil complessivo è pari al 75 per cento dell’Eurozona. Senza contare i Paesi minori: Bulgaria, Croazia, Irlanda, Paesi Bassi, Portogallo, Romania, e Svezia. Con l’aggravante che Cipro Grecia ed Italia sono collocati ancora peggio (excessive imbalances). Il che la dice lunga sullo stato di salute complessiva del Continente. Impietosa l’analisi sulla situazione italiana. Pesa, ovviamente, il macigno del debito pubblico. Ma esso è più conseguenza che causa di un generale malessere. Basta guardare ai dati della disoccupazione, del tutto fuori linea rispetto agli altri Paesi. Mentre cresce lo stato di salute dei suoi conti con l’estero.

Un Paese, l’Italia, che sembra aver rinunciato a svilupparsi. Prigioniero, com’è, di mille vincoli ideologici. Basti pensare al salario di cittadinanza. Aiutare chi è rimasto indietro è giusto e necessario. Ma si tratta di favorire, con una politica di sviluppo, la loro emancipazione sul fronte del lavoro. Cosa possibile solo se riprende il cammino della crescita economica. La grande assente, al di là delle parole di circostanza, delle politiche governative. Ma se non c’è sviluppo, questa l’incognita principale dell’equazione, non ci può essere controllo e riduzione del rapporto debito/Pil. Tagliare le spese o aumentare le tasse è solo un palliativo. A conti fatti quel che si guadagna in possibili risparmi lo si perde, in misura molto maggiore, in termini di stagnazione e deflazione.

Per l’Italia i suggerimenti della Commissione sono, per lo meno, contraddittori. I vari report non possono che prendere atto della forza dell’economia italiana sui mercati internazionali. Tra i grandi Paesi dell’Eurozona (Germania, Francia e Spagna) si colloca al secondo posto, insieme alla Spagna, per attivo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti. Superando nettamente quest’ultima per l’attivo netto sull’estero, che segna un sostanziale pareggio (-5,3 per cento del Pil contro una media dell’Eurozona, pari ad un deficit di quasi il 30 per cento del Pil, la Spagna è a meno l’84 per cento). Ma è anche l’ultimo vagone del carro, per quanto riguarda il tasso di crescita complessiva.

Ed ecco allora il vero limite di un Paese che ha smesso di crescere soprattutto per il peso debordante del suo carico fiscale, che deflazione l’economia, obbligandola a contare solo sulla domanda estera. Alla necessità di una grande riforma fiscale, il report della Commissione fa continuamente riferimento. Ma in modo generico e scarsamente incisivo. Non fornisce elementi di confronto con le altre grandi aree monetarie del Pianeta. Nel 2018, secondo i dati di Banca d’Italia, il carico fiscale nell’Eurozona è stato pari al 41,5 del Pil, contro il 25 per cento negli Usa, il 31,7 per cento (dato 2017) del Giappone ed il 34,9 della gran Bretagna. L’Italia si colloca al quarto posto, con il 41,8 per cento, dopo Francia, Belgio ed Austria. Ma c’è chi, come l’Irlanda o la Spagna hanno una pressione fiscale pari rispettivamente al 22,8 ed al 35,2 per cento. Differenze che dovrebbero far riflettere. Si può continuare a parlare della necessità di un rilancio degli investimenti, specie in modalità green, cosa indiscutibile, ma se la domanda non tira sono solo parole al vento. Tanto più se si considerano i vincoli di bilancio, continuamente esaltati nel rapporto, connessi con quel Fiscal compact che, in qualche modo, si vorrebbe cambiare. Ma che, finché è operante, continua a fare la differenza.

Sfide complesse attendono quindi l’Italia. Che ha il compito di tentare di rovesciare una filosofia che la imprigiona. Avrà bisogno di tutta la forza che deriva da una rinnovata coesione sociale e politica e di una classe dirigente capace di dialogare con il resto dei Paesi membri: senza nessun complesso di inferiorità ed inutili, quanto velleitarie, forzature. Ma sarà tutto inutile finché non saranno superate le incertezze ed il farfuglio del presente.

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