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Perché l’Australia ha ragione e la Francia torto. Parla Pelanda

Pacifico Africa

Invece di sbraitare per lo smacco in Australia, la Francia – l’Ue in generale – se vuole contare deve pensare a una strategia furba: deve puntare all’Africa. L’America lascerebbe l’Africa agli europei. Conversazione di Start Magazine con Carlo Pelanda, professore di Geopolitica economica

Venerdì scorso la Francia ha richiamato i propri ambasciatori negli Stati Uniti e in Australia per protesta contro l’accordo militare AUKUS che ha portato alla cancellazione, da parte di Canberra, di un contratto da 55 miliardi di euro con Parigi per la fornitura di sottomarini.

Carlo Pelanda, professore di Geopolitica economica all’Università degli Studi Guglielmo Marconi, ha scritto su La Verità che la mossa francese è una “sceneggiata” che risponde allo scopo di “suscitare indignazione e senso di inaffidabilità contro l’America”. In realtà, spiega l’analista a Start Magazine, “la scelta dell’Australia è perfettamente razionale”.

Professor Pelanda, l’Australia ha rinunciato ai sottomarini francesi per accedere invece alle tecnologie americane e britanniche che le permetteranno di dotarsi di sottomarini a propulsione nucleare. Qual è il vantaggio di questo tipo di mezzi rispetto a quelli convenzionali?

Cominciamo col dire che le navi di superficie sono molto vulnerabili, sia alle armi spaziali che ai missili ipersonici con testate nucleari. Questo impone ai governi di dotare le proprie forze navali di capacità di difesa e di attacco sottomarine, difficili da individuare per il nemico. La deterrenza nucleare, poi, deve anche basarsi su una fortissima arma sottomarina.

I sottomarini a propulsione nucleare hanno il vantaggio di poter restare sott’acqua per molto tempo e in maniera silenziosa. La Cina, in quanto a capacità antisommergibile, non ha nulla: era ovvio che l’Australia, che è bersagliata dalla Cina, avrebbe aperto ben felice le porte all’America.

Ci sono anche motivazioni di tipo economico, dietro alla scelta dell’Australia?

Sì. La Cina sta facendo pressione sull’Australia, sabotandole il mercato. Canberra ha quindi bisogno di agganciarsi al mercato americano e a quello delle democrazie del Pacifico. La scelta dell’Australia è perfettamente razionale.

La Francia ha ragione a sentirsi esclusa dagli Stati Uniti nell’Indo-Pacifico, oppure le sue rivendicazioni sono pretestuose?

La Francia fa delle strategie non realistiche, dovrebbe pensare in tutt’altri termini. La Francia – l’Unione europea in generale – non ha i mezzi per essere direttamente presente nel Pacifico. Se vuole contare, deve pensare a una strategia furba: deve puntare all’Africa. L’America lascerebbe l’Africa agli europei.

Perché?

Perché l’America non ha le risorse per ingaggiarsi in Africa con capacità e potenza dirette, mentre l’Unione europea sì. Sarebbe perfetto, dunque: l’America sarebbe d’accordo. Non la Cina, però. E infatti l’Africa sarà il terreno di combattimento tra l’impero delle democrazie e l’impero cinese.

L’Italia può svolgere un ruolo in questo?

Sì. L’Italia ha il massimo interesse a portare l’Unione europea e la NATO verso l’Africa, deve spingere queste istituzioni in questa direzione. La Francia è già coinvolta nel continente, ma ha molte difficoltà.

Per l’Italia questa proiezione in Africa sarebbe particolarmente interessante. Molti problemi che abbiano nel mar Mediterraneo derivano proprio dal fatto che non abbiano controllo in Africa. Dobbiamo costruire alleanze e promuovere partnership sullo sviluppo, creare stabilità. Se si guarda allo sviluppo demografico, entro quindici anni l’Africa diventerà il punto di maggiore sviluppo del pianeta.

Per andare nel Pacifico, l’Unione europea deve essere presente in Africa.

In che senso?

Più l’Unione europea si ingaggia nel presidio dell’Africa, prendendo il controllo di stati chiave e proiettando capacità militare, più diventa co-protagonista del Pacifico, che si estende fino all’Africa orientale.

Su La Verità spiegava che l’accordo AUKUS dimostra come l’America voglia mantenere separate le alleanze tra l’Atlantico e il Pacifico. Per quale motivo?

È così già da tempo. Si tratta di un ragionamento imperiale: il cuore dell’impero non vuole che gli alleati diventino più grandi di lui. Li tiene alleati, sì, ma separati. C’è in questo, dunque, un elemento politico-strategico: è la Grand Strategy, che non cambierà. Ma c’è anche un elemento tecnico: le architetture di alleanze nelle due aree del mondo richiedono azioni diversificate.

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