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Esercito europeo? Meglio se inserito in un contesto Nato. L’analisi di Arpino

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Forze armate unitarie della Ue non potranno mai esistere senza una politica estera e di difesa comune. Che è di là da venire. L’analisi di Mario Arpino, ex Capo di Stato Maggiore della Difesa

 

Gavettone di acqua gelata rovesciato sulla testa di un attonito Macron dalla presidente della Commissione Europea. Il gentile fattaccio si è verificato a Bruxelles, nel corso dell’intervento con il quale Ursula Von der Leyen presentava i membri designati della rinnovata Commissione. “L’Europa non sarà mai un’alleanza militare”, ha affermato con garbato cipiglio. Poi, rincarando la dose: ”…è la Nato il riferimento essenziale per la nostra difesa, non l’Unione Europea”. Amen.

In un bell’articolo uscito ieri proprio su queste pagine, Carlo Jean ci ricordava come, quando la Pesco (cooperazione rinforzata permanente) era stata da poco approvata, l’intraprendente presidente Macron – già distintosi per precedenti fughe in avanti – estraeva a sorpresa dal cilindro un nuovo coniglio: l’European Defense Iniziative (Edi).

La proposta si pone ancora oggi come una via per conseguire una autonoma e credibile capacità expeditionary europea, dotata di proprie forze, proprio stato maggiore e proprio sistema di comando e controllo. La dichiarazione dell’accattivante Ursula ha fatto specie, in quanto all’inedita iniziativa francese aveva subito aderito Germania, assieme a Regno Unito, Belgio, Olanda, Danimarca, Lussemburgo, Spagna, Portogallo ed Estonia. Successivamente, si univa anche la Finlandia. Quindi, per difendere efficacemente l’Europa niente Nato a 29, niente Pesco a 25, ma una compatta formazione sotto guida francese di (almeno) queste 10 nazioni.

L’Italia, che già era stata propulsiva nell’iniziativa Pesco e aveva favorito i lavori per giungere all’ultima Joint Declaration Nato-Ue, si era riservata una pausa di riflessione per valutare se partecipare o meno. Saggia decisione, cui però sono seguiti quindici mesi di ermetico mutismo. Questa volta, auspichiamo, ci salveranno dal torpore i fondi dell’Edf già programmati, e sarà l’Industria ad evitare che sulla difesa europea cali un’altra volta il sipario. Cherchez l’argiant! L’articolo di ieri ha già spiegato tutto, ma, dopo oltre mezzo secolo di storia della difesa europea, qualche osservazione generale in ordine logico va comunque fatta.

Prima riflessione. Spesso ci si dimentica, nel valutare le più disparate proposte di difesa dell’Europa, che le forze in campo, se si prescinde da Usa e Canada, sono sempre le stesse. Comunque le si voglia allocare (alla Nato o alla Ue). Ha senso, allora, volerlo fare senza gli Stati Uniti? Certo, a Macron piacerebbe molto, lo dice lui stesso. Tuttavia, Ursula non ha tutti i torti. Non varrebbe la pena, se il problema è semplificare risparmiando, lavorare per potenziare la posizione europea nella Nato, che già dispone già di tutte le strutture e l’esperienza necessaria? In fondo, è quello che chiedono da anni tutti i presidenti del Stati Uniti. Trump ha solo agitato lo spauracchio un po’ più degli altri. Finché lasciamo che siano loro, e sempre loro, i maggiori contribuenti, non cambieranno né la loro politica europea, né la volontà di indirizzo.

Seconda riflessione. Senza gli Usa l’Alleanza non ha senso, anche se comunque resterebbe il Regno Unito. Ma, essendo fuori dall’Ue, non potrà esserne a capo, né avere gran voce in capitolo. E allora torna alla mente, sotto una luce più chiara, il discorso di Macron. I casi sono due: o “comanda” lui, come la Francia ambisce da sempre, con bomba atomica e seggio al Consiglio di Sicurezza, oppure finirà per decidere la grande Germania unificata, massima potenza economica e, se prevalessero certe idee, in futuro anche massima potenza militare. Magari di concerto con la Polonia, capofila dei sospettosi ed un po’ riottosi Paesi dell’Est. Tra Francia e Germania chi è il meno pericoloso? Una volta, scherzando, il vecchio Helmut Kohl aveva ammonito: “…noi, unificati, ritorneremo ad essere il Gigante. Voi, i Lillipuziani, questo gigante fareste bene a mantenerlo ben legato…”. Kohl era il padrino della Merkel, che a sua volta è la madrina della Von der Leyen.

Terza riflessione. Questa ci riguarda direttamente, e si riallaccia alla seconda. Per quanto bravi e desiderosi di emergere, non c’è alcuna automaticità – come forse avevamo sperato – nel fatto che potremmo essere proprio noi, dopo la Brexit, a sostituire la Gran Bretagna nell’affiancamento al rinnovato asse franco-tedesco. Ma abbiamo già avuto dei segnali: nel terzetto di guida è gradita la Spagna, ma noi non saremo mai i benvenuti. Allora – e questo potrebbe anche diventare il ragionamento dell’Italia – al tavolo di Macron varrebbe la pena ci sedessimo anche noi, assieme agli altri dieci. Ne avremmo tutti i titoli e anche qualche carta da giocare, sopra tutto dopo la tardiva adesione al futuro aereo Tempest inglese. Ormai abbiamo già imparato che c’è modo e modo di stare seduti: aggregandosi senza idee, come purtroppo abbiamo fatto a lungo, o presentandoci con un nostro pacchetto ben confezionato.

Se le alternative fossero davvero peggiori, come purtroppo è possibile, anche l’interessato piano di Macron (che, come a Ursula, così com’è non piace nemmeno a noi) diventerebbe per necessità appetibile. Va però inserito in un contesto Nato, forzando in qualche modo gli Usa ad accettarlo. Magari a titolo di pacchetto che contribuisce a conseguire il tanto stressato due per cento del Pil.

Con spirito pragmatico, occorre allora cominciare almeno a pensare come gestire al meglio anche questa evenienza. Tanto, ad un compromesso prima o poi si dovrà pur arrivare, visto che forze armate unitarie della Ue non potranno mai esistere senza una politica estera e di difesa comune. Che è di là da venire.

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