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Ursula von der Leyen distrugge i sogni di Macron sull’esercito europeo. L’analisi di Jean

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L’analisi del generale Carlo Jean 

 

Il presidente francese Macron ha rilanciato il suo progetto di creazione di un esercito europeo veramente integrato e dell’attenuazione, se non della fine, della dipendenza della difesa collettiva dell’Europa dagli Usa. Ha approfittato del relativo disimpegno di Trump dall’Europa, della Brexit e delle tensioni strategiche fra gli Usa e la Russia, derivanti anche dal crescere della potenza militare cinese.

La nuova presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen gli ha subito risposto “di brutto”, dichiarando che l’Ue non sarà mai un’alleanza militare, anche se deve stimolare una maggiore integrazione nell’industria della difesa e nelle attività spaziali, settori assegnati alla competenza del nuovo commissario all’industria, la francese Sylvie Goulard.

Le limitazioni all’autonomia della difesa collettiva europea sono state sottolineate anche in una lettera della von der Leyen al nuovo rappresentante per la politica estera e di difesa della Commissione, lo spagnolo Josep Borrell, affermando che l’alleanza con gli Usa e la Nato restano essenziale per la sicurezza europea.

Con tali affermazioni la presidente della Commissione ha attenuato l’entusiasmo che aveva dimostrato dopo la firma del Trattato di Aquisgrana fra la Germania e la Francia quando, da ministro tedesco della difesa, aveva affermato che “l’idea di un esercito europeo stava assumendo forza”. I federalisti saranno rimasti delusi. I realisti e gli atlantisti no.

L’idea di una politica estera e di sicurezza comune – quest’ultima divenuta di difesa comune europea – e di autonomia strategica dell’Ue dalla Nato (cioè dagli Usa) – è stata dai Trattati di Maastricht e di Lisbona l’espressione delle ambizioni europee di procedere verso gli Stati Uniti d’Europa. La retorica di tali ambizioni ha finora prodotto bei discorsi e molta carta, ma modeste realizzazioni.

Beninteso l’Ue ha organizzato l’operazione antipirateria Atlanta e quella Althea nei Balcani, nonché varie missioni addestrative in Medio Oriente e in Africa. Ha costituito Battle Groups, peraltro mai impiegati.

Ha promosso collaborazioni rafforzate (Pesco) con ben 34 progetti di difesa, progettato un fondo europeo per la ricerca e sviluppo e per l’industria della difesa, e costituito l’Eda (European Defense Agency). Inoltre, il presidente Macron ha lanciato la E2I (European Interverntion Initiative), alla quale hanno aderito 10 paesi, ma non l’Italia, la quale apertamente ha temuto che l’iniziativa mascherasse l’intento della Francia di coinvolgere altri paesi europei nelle sue avventure africane. Tale timore era condiviso anche dalla Germania, che ha però aderito all’iniziativa per evitare di essere accusata di voler indebolire l’asse franco tedesco. L’intervento in Libia del 2011 ha dimostrato i limiti delle capacità materiali e della volontà politica europee. Senza l’appoggio sia operativo che logistico Usa si sarebbe tradotta in un disastro.

L’integrazione militare europea non solo non è in grado di consentire all’Ue di compensare un peraltro improbabile disimpegno americano dalla difesa collettiva dell’Europa orientale, baltica e scandinava, ma neppure di consentire un intervento europeo significativo militarmente nelle periferie dell’Europa. Uno studio fatto dai maggiori think tank strategici britannici e tedeschi ha concluso che, per essere in grado di proteggere le SLOC (Sea Lines of Communications) senza la USNAVY, sarebbe all’Ue necessario spendere quasi 180 mld. di euro, mentre una difesa terrestre europea dell’Europa richiederebbe spese aggiuntive agli attuali bilanci della difesa di 300-350 mld. di euro e una ventina di anni di tempo.

Tali previsioni trascurano due aspetti peraltro fondamentali: la completa integrazione politica e l’esistenza di una forza nucleare europea, in grado di garantire una credibile dissuasione. Della costituzione di Stati Uniti d’Europa è meglio non parlare. Delle armi nucleari la sicurezza europea non può fare a meno. Tra l’altro, non è da escludere una nuova corsa alle armi nucleari fra Usa e Russia.

Lo dimostrano l’entrata in servizio del cruise nucleare russo 9M729 e l’uscita degli Usa (senza preavvertire gli europei!) dal Trattato INF sugli euromissili, considerato dal 1987 pietra miliare della sicurezza europea. La Force de Frappe francese non può sostituire l’ombrello americano, a parte il fatto che la storia insegna agli Stati dell’Europa Orientale di non fidarsi delle garanzie strategiche delle democrazie occidentali.

In caso di disimpegno degli Usa la sicurezza dell’Europa non potrebbe essere garantita. Non solo la Nato cesserebbe di esistere, ma anche l’Ue si disgregherebbe. I singoli Stati europei cercherebbero di basare la loro sicurezza con accordi con Mosca. Tutt’al più stipulerebbero accordi bilaterali, come quello fra Polonia e Romania ipotizzato nel quadro dell’Eastern Dimension della Ue. Di conseguenza, “Trump o no Trump”, teniamoci ben stretta la Nato finché dura e accettiamo i suoi rimbrotti sull’insufficienza del contributo europeo alla difesa collettiva euro-atlantica.

Forse nella prossima visita a Roma del presidente Macron, l’Italia, anche per attenuare l’imbarazzante ricordo del “gioioso” incontro dell’ineffabile ministro Di Maio con i gilets jaunes, potrebbe aderire alla E2I tanto cara a Parigi, mentre a Bruxelles occorrerà vigilare che la disinvolta commissaria europea Goulard non si metta in testa di penalizzare le industrie della difesa Usa nei programmi di ricerca e sviluppo e di approvvigionamento europei controllati dall’Eda.

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