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Eni, Total e non solo. Tutti gli effetti (anche energetici) dell’intesa Libia-Turchia

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Libia

Conversazione di Start con l’analista Michela Mercuri (autrice del saggio “Incognita Libia”) sugli scenari post accordo tra Sarraj (Libia) ed Erdogan (Turchia).

L’accordo siglato lo scorso 27 novembre tra il capo del Governo di Accordo Nazionale libico Fayez al-Sarraj e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha avuto un effetto paragonabile ad un vero e proprio terremoto in un’area, il Mediterraneo centrale, dove potenze piccole, medie e grandi sono impegnate in un’accesa competizione colma di risvolti di tipo politico, economico, militare, energetico e – in definitiva – geopolitico e geostrategico.

Se le conseguenze del patto tra Tripoli ed Ankara non si sono fatte attendere, innalzando ulteriormente una tensione che in Libia è già alle stelle, sono quelle che potrebbero prodursi in futuro che dovrebbero preoccupare maggiormente un paese come l’Italia. Come sottolinea Michela Mercuri, per Roma sono in ballo infatti interessi vitali come il gas che il gasdotto Eastmed che vede coinvolta la nostra Eni dovrebbe convogliare nel Vecchio Continente: un progetto che ora, per l’appunto, vacilla a causa dell’intervento a gamba tesa del Sultano.

In questa conversazione con Start Magazine, la docente all’Università Niccolò Cusano e alla SIOI, nonché componente dell’Osservatorio sul Fondamentalismo religioso e sul terrorismo di matrice jihadista e autrice del saggio “Incognita Libia” ricorda, tra l’altro, che le questioni energetiche non sono le sole in discussione dopo la firma del patto di Istanbul.

A detta di Mercuri, la mossa spregiudicata di Erdogan a sostegno del sempre più gracile governo di Tripoli avrà infatti immediate ripercussioni su un conflitto, quello libico, che ha già le fattezze di una mini-guerra mondiale e in cui non sono mancati incidenti gravissimi come l’abbattimento di un drone Usa da parte di mercenari russi e, non dimentichiamolo, anche di un UAV italiano ad opera delle forze di Haftar.

E proprio a proposito di quel drone delle nostre forze armate distrutto dai miliziani del LNA, la studiosa ha buon gioco a definirlo un simbolo: del nostro essere immersi sino al collo in quella sporca guerra combattuta alle nostre porte, ma anche della posizione a dir poco indecifrabile di un governo che non solo subisce gli eventi passivamente, ma sembra aver rinunciato del tutto a quel ruolo da protagonista che la geografia, la storia e anche gli ingenti interessi economici ci avrebbero in teoria destinato.

Prof. Mercuri, l’accordo tra Erdogan e Sarraj ha creato non poco scompiglio. Che cosa prevede?

Si tratta di un’ìntesa che ha molteplici facce, a partire da quella politica e di sicurezza. Con l’accordo, anzitutto, il presidente turco garantisce al primo ministro libico un appoggio militare fondamentale. Erdogan lo fa perché vuole entrare direttamente nel conflitto libico sostituendosi a Sarraj che in questo momento appare molto debole. Il suo rivale Haftar sta infatti guadagnando posizioni su posizioni grazie all’appoggio dei suoi alleati come l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita e sempre più la Russia, che come sappiamo ha messo in campo un gruppo di contractors del famoso Wagner Group. Data la situazione, è evidente che Erdogan non si fida più di Sarraj e miri ora a sostituirsi a lui nel conflitto. Tutto ciò non potrà che portare un ribilanciamento degli equilibri bellici, e quindi – è la logica conclusione – ad un nuovo bagno di sangue. In altre parole, in assenza di un intervento decisivo da parte della comunità internazionale, non possiamo che attenderci un’ulteriore escalation del conflitto.

Se il lato militare del patto di Istanbul ha fatto discutere parecchio, non è stato da meno per il versante economico e, nella fattispecie, energetico.

Esatto. L’accordo ha definito anche i nuovi confini marittimi e le nuove zone economiche esclusive tra Libia e Turchia. Per come è stato impostato, ci sono dei chiari perdenti, e si chiamano Grecia, Cipro e in parte anche Egitto ed Israele, che verrebbero parzialmente isolati. L’accordo, insomma, ha l’effetto di rimescolare gli equilibri geopolitici marittimi dell’area mediterranea, investendo in particolare il progetto EastMed che vede nella nostra Eni uno dei protagonisti insieme a Cipro e all’Egitto. A tal proposito, è evidente che se l’accordo tra Turchia e Libia dovesse giungere a compimento, l’Eni si ritroverebbe in fortissima difficoltà. E non c’è solo l’Eni: tra gli attori che potrebbero perdere posizioni ci sono anche Egitto ed Israele, da cui dobbiamo senz’altro attenderci delle contromisure. Dal presidente egiziano anzitutto, che è uno dei più importanti sponsor di Haftar. E poi c’è Israele: non sottovaluterei un’indiscrezione di questi giorni secondo cui Gerusalemme si starebbe preparando ad inviare in territorio libico alcuni membri del Mossad per contrastare le mosse della Turchia. Siamo dunque di fronte ad uno scenario gravissimo, che vede il sempre più probabile ingresso nel conflitto libico di altri attori che non solo potrebbero aggiungersi a quelli che già sono già presenti sul campo, ma potrebbero fare chissà cosa per salvaguardare i propri asset e i loro interessi nei vari gasdotti che questo accordo è destinato ad intaccare.

Al di là degli evidenti vantaggi economici, quali sono le ragioni che spingono la Turchia a creare un simile scompiglio in un quadrante già incandescente come quello libico?

La Turchia sta diventando non solo il perno della questione libica, ma anche un attore geostrategico fortissimo nel Mediterraneo, inseguendo in ciò i sogni di “profondità strategica” dell’ex ministro degli Esteri Davutoglu. Stiamo inoltre parlando di un attore che ha interessi energetici fondamentali con la Russia. Ricordo, a tal proposito, che Mosca non reagì duramente contro Ankara dopo che, tre anni fa, le forze armate turche abbatterono un jet Sukhoi che sorvolava i cieli siriani. La Russia, inoltre, ha anche invitato la Turchia a partecipare ai colloqui di Astana sulla Siria. Tutto questo ci fa comprendere quanto sia problematica la posizione turca. Non dimentichiamo infatti che la Turchia ospita varie basi Nato ed ha interessi ramificati con gli Usa. Ed è il paese che, grazie ai lauti finanziamenti dell’Europa, blocca i migranti prima che imbocchino la rotta balcanica.

A proposito degli Usa, che ne pensa della rivelazione di qualche giorno fa secondo cui sarebbero stati i mercenari russi ad abbattere il mese scorso un drone americano?

Il Pentagono ha dichiarato chiaramente che il drone di Africom – il comando dell’esercito americano che ha competenza sul continente africano, ndr – è stato abbattuto dall’aviazione russa.  Si tratta dunque di un episodio gravissimo che potrebbe riportare gli Usa al centro di uno scenario dal quale da tempo cercano di defilarsi. Se così fosse, Usa e Russia diventerebbero paradossalmente le due superpotenze dominanti in questo quadrante, e si aprirebbe un vero e proprio scenario da guerra fredda sulla falsariga di ciò che sta succedendo da quattro anni a questa parte in Siria. In merito agli Usa, va detto comunque che ci sono posizioni diverse in questo momento in seno al governo. Se infatti da un lato il Consiglio di Sicurezza Nazionale è molto vicino ad Haftar, dall’altro lato sia il Pentagono che il Dipartimento di Stato sono in qualche modo dalla parte di Sarraj. Trump si ritrova nel mezzo, indeciso o forse senza un’idea chiara sul da farsi.

Pensa che gli Usa, dopo questo episodio, opteranno per schierarsi dalla parte di Sarraj?

Non posso escluderlo. Ad ogni modo, se andasse davvero così, questo porterebbe acqua al mulino dell’Italia, che in questo momento – purtroppo – ha del tutto espunto il dossier libico dalla propria agenda. Ricordo che c’è stato un bilaterale tra Trump e il nostro primo ministro Conte a margine del summit Nato della settimana scorsa in cui Conte ha affermato che c’è una certa convergenza in questo momento sul dossier libico tra Italia e Usa. Ebbene, questa convergenza potrebbe rafforzarsi se gli Usa decidessero davvero di impegnarsi maggiormente, anche dal punto di vista diplomatico, in questo conflitto che, ricordo, è assolutamente prioritario per il nostro interesse nazionale.

Tuttavia tre settimane fa il nostro governo ha ricevuto un avvertimento a dir poco esplicito da parte di Haftar, che ha fatto abbattere in Libia un drone delle nostre forze armate. Episodio che è stato trattato con evidente imbarazzo, e palpabile ritrosia, da parte dei nostri comandi militari.

Trovo assolutamente discutibile il silenzio italiano dopo questo fatto molto grave. Un fatto che ci è costato anche un monito da parte del portavoce di Haftar, che ha chiesto all’Italia spiegazioni sulla presenza dei nostri droni in territorio libico. Trovo poi francamente opinabile anche il fatto che Roma non abbia preso alcuna posizione nemmeno di fronte ai frequenti bombardamenti delle forze di Haftar nei pressi dell’ospedale da campo di Misurata della nostra missione Ippocrate. Tutto questo ci dimostra chiaramente che l’Italia in questo momento non ha una vera politica estera sulla Libia, a differenza di altri Paesi che invece si stanno muovendo molto bene. Segnalo a tal proposito le recenti mosse di un attore che solo in apparenza possiamo definire marginale: la Germania. Il ministro degli Esteri tedesco si è recato in Libia a parlare con Sarraj, poi è andato in Egitto a discutere con Al Sisi, che è un alleato di ferro di Haftar, e poi ha fatto tappa in Turchia che come sappiamo sostiene Tripoli.  Questo è un chiaro esempio di diplomazia in azione che noi invece non stiamo affatto praticando. Il risultato è che ci troviamo in una posizione di vero e proprio stallo della nostra politica estera. E questo avviene su un dossier che dovrebbe invece essere in cima alle scrivanie di Conte, del ministro Luigi Di Maio e del resto del nostro governo.

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