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Come la Russia di Putin coccola e arma Haftar in Libia

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Tutte le ultime notizie sull’azione della Russia in Libia nell’approfondimento di Marco Orioles

La coincidenza temporale, bisogna ammetterlo, è suggestiva. Poche ore hanno infatti separato le affermazioni sulla Libia fatte dal ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov al cospetto del suo collega italiano Luigi Di Maio – “ci sono troppi giocatori” in Libia, ha sottolineato il capo della diplomazia di Mosca, e “non si capisce come mai va bene che gli americani stiano nella regione senza invito” – e la rivelazione del sito Debkafile secondo cui ad abbattere due settimane e mezzo fa un drone Usa in Libia sarebbe stato un sistema di difesa anti-aereo russo azionato dai mercenari russi del Wagner Group o – se è vera la versione n. 2 di questa notizia di non poco conto – dai combattenti dell’Esercito Nazionale Libico di Khalifa Haftar cui lo stesso Wagner Group avrebbe messo a disposizione il dispositivo.

Sta di fatto che quelle che nel pomeriggio di venerdì si presentavano come rivelazioni esclusive, ottenute consultando anonime fonti dell’esercito a stelle e strisce, di un sito specializzato in affari militari e questioni di intelligence, il giorno successivo si trasformavano, a seguito delle conferme raccolte dall’agenzia di stampa britannica Reuters, nel caso del giorno.

E il caso, bisogna ammetterlo, è senza precedenti, visto che – pur a fronte di una relazione tutt’altro che idilliaca tra Usa e Russia, che continuano a considerarsi avversari strategici e non perdono occasione di punzecchiarsi a vicenda in tutti i teatri possibili ed immaginabili – non capita tutti i giorni che personale militare russo (benché non inquadrato nelle forze regolari) abbatta sistemi militari della potenza rivale ovvero – se ad azionare quel sistema è stato invece qualche miliziano leale ad Haftar – che armi russe vengano usate in battaglia per colpire obiettivi americani.

Ma cosa, nello specifico, hanno scoperto i reporter di Reuters? Hanno anzitutto dato la parola ad un consigliere del governo di Tripoli, Mohammed Ali Abdallah, secondo il quale il drone americano – si è parlato di un esemplare di RQ-4 Global Hawk o di un MQ-9 Reaper – sarebbe stato abbattuto nei pressi di Tarhuna, 65 km a sud di Tripoli.

La location è importante non solo perché Tahruna è una roccaforte del LNA, ma soprattutto perché – a detta di Abdallah – in quel posto opererebbero circa 1.400 mercenari del Wagner Group in appoggio alle forze di Haftar.

Tanto basta, al consigliere del governo guidato da Fayez al Sarraj, per saltare dritto alla conclusione: “Solo i russi hanno quella capacità”, sottolinea Abdallah riferendosi al drone abbattuto, “e loro stavano operando proprio dove sono successi i fatti”.

Ha una spiegazione molto semplice, a detta del consigliere, la versione circolata a ridosso degli eventi secondo quel drone sarebbe stato centrato dai combattenti di Haftar. “Siamo del parere – afferma infatti Abdallah – che i russi abbiano chiesto ad Haftar di assumersi la responsabilità, a dispetto del fatto che (il LNA) non ha né la capacità né l’equipaggiamento necessari ad abbattere un drone Usa”.

Squarciato il mistero (di Pulcinella), Reuters compie un passo ulteriore in direzione della verità raccogliendo il commento del capo dell’Africa Command dell’esercito Usa, generale Stephen Townsend, convinto che chi era quel giorno di novembre a Tarhuna ai comandi del sistema antiaereo “non sapeva che (l’obiettivo che ha colpito) era un aereo Usa senza pilota”.

La deduzione di Townsend trova riscontro nella valutazione fatta dall’aviazione Usa, il cui portavoce, colonnello Christopher Karns, ha illustrato alla stessa Reuters la propria convinzione che chiunque abbia schiacciato il bottone di quel sistema dopo aver messo nel mirino il drone “deve averlo confuso per (un drone) dell’opposizione”.

Non ci sarebbe stata dunque, tendono a credere Townsend e Karns, l’intenzione di provocare un pericoloso incidente internazionale. Detto ciò, per Townsend adesso i russi “certamente sanno a chi appartiene (quel drone) e si stanno rifiutando di restituircelo. Dicono – aggiunge il n. 1 di Africom –  di non sapere dove sia, ma io non me la bevo”.

L’incidente, insomma, è grave ma non è serio. È servito, se non altro, a squarciare ulteriormente il velo su ciò che sta succedendo da qualche tempo a questa parte nella nostra ex quarta sponda, dove l’offensiva che il generale Haftar ha lanciato all’inizio di aprile per espugnare Tripoli si è evoluta in una guerra per procura che vede in campo un’ampia schiera di potenze grandi, piccole e medie e dispiega sul terreno, e nell’aria, la potenza di un vero e proprio arsenale hi tech in cui non mancano – come stiamo piano piano scoprendo – i marchi di fabbrica di Usa e Russia (e, aggiungiamo noi, Italia).

La convivenza nello stesso teatro, anche se con modalità e finalità differenti, di uomini e mezzi di Mosca e Washington appare naturalmente foriera di calamità a venire. I primi ad essere preoccupati sono gli americani, che per bocca di Townsend denunciano le ingerenze di Mosca e, nella fattispecie, “la maligna influenza dei mercenari russi che (non solo cercano) di influenzare il risultato della guerra civile libica, (ma sono anche) direttamente responsabili della recente recrudescenza dei combattimenti, del numero di vittime e delle distruzioni attorno a Tripoli”.

Con un qual certo (colpevole) ritardo, Washington insomma si sta rendendo conto che Mosca, nel caos chiamato Libia, sta mettendo più che una banale manina. E non serviva certo disturbare Frederic Wehrey, ricercatore del Carnegie Endowment for International Peace, per scoprire che lo Zar sta mettendo a disposizione del LNA una panoplia di strumenti offensivi avanzati – che vanno dalle armi di precisione, ai fucili per cecchini, fino ai sistemi antiaerei – che hanno l’effetto, per dirla con Wehrey, di “offrire ad Haftar un notevole margine di vantaggio tecnologico”.

Ha dunque pienamente ragione Luigi di Maio quando, incontrando nel fine settimana Lavrov, gli ha ricordato che il problema della Libia è che ci sono sin “troppe interferenze”.

E se lo stretto collaboratore di Vladimir Putin ha deciso di rispondere al titolare della Farnesina di essere “pienamente d’accordo” con lui, facendogli capire che la presenza di “troppi giocatori” non appare un buon viatico per la pacificazione del paese più lacerato dell’area MENA, sicuramente sa di cosa sta parlando.

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