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Ecco perché sul maggioritario ha ragione Matteo Salvini. Il commento di Meloni

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Il commento di Daniele Meloni

 

Maggioritario, ma non dovevamo vederci più? E invece, per fortuna, dopo anni di proporzionali carpiate, tedesche, ugro-finniche con correzione alla canadese, Porcellum e Rosatellum vari, il maggioritario è di nuovo tra di noi. Evviva, viene da dire. È stato Matteo Salvini, il leader della Lega, a sparigliare le carte, proponendo una raccolta di firme per l’abolizione della quota proporzionale del Rosatellum, la peggiore legge elettorale mai concepita nel globo terracqueo.

Forte di un potenziale 35% (e oltre) alle ultime europee e in recupero nei sondaggi dopo il calo seguito alla sua uscita dalla maggioranza di governo ad agosto, Salvini ha sorpreso tutti, specie i commentatori politici più ingenui, proponendo una nuova legge elettorale per via referendaria che consegnerebbe alla Lega tutto il nord e, forse, buona parte del sud.

Con il maggioritario con collegi uninominali infatti la Lega conquisterebbe tutti i suoi feudi lombardi, veneti (e non solo), spazzando via alleati e rivali e giocandosi i collegi del centro e del sud con il Pd e i 5 Stelle. A farne le spese maggiormente sarebbero probabilmente Fratelli d’Italia e quello che resta di Forza Italia.

Ma la novità che introdurrebbe un’eventuale riuscita del referendum – per ora in fase embrionale – sarebbe utile a tutto il sistema politico italiano, da anni malato di proporzionalismo e con gli eletti in Parlamento de facto nelle mani di un ristretto manipolo di segretari dei partiti, che decidono al posto degli elettori i rappresentanti del popolo.

Con il first-past-the-post britannico vince in candidato che sceglie l’elettore e restano a casa tutti gli altri. Tutti fanno campagna elettorale mostrando il proprio volto, senza nascondersi negli anfratti delle liste per poi essere recuperati a seconda dei desiderata e delle scelte dei capilista. Se ti votano entri in Parlamento, se non ti votano ritenti la prossima volta. Qualcuno ci vede qualcosa di autoritario in tutto questo?

Da anni le polemiche sulla casta e sulla “lontananza” tra politici ed elettori occupa il dibattito politico italiano. Non sempre in modo appagante e con argomentazioni elevate. Con il maggioritario, i collegi uninominali e la logica “del vincitore”, tornerebbe a saldarsi il rapporto tra eletti ed elettori. Questi ultimi, finalmente, saprebbero chi è il loro rappresentante a Roma. Deputati e senatori risponderebbero a logiche di constituency, senza diventare banalmente i cavalier serventi dei loro segretari. Il potere costituente del popolo (constituency) e quello costituito del Parlamento (constituents) arriverebbero a coincidere a tutto vantaggio della qualità della rappresentanza e dei rappresentati.

Naturalmente, una simile riforma epocale andrebbe accompagnata da una riforma altrettanto epocale dell’architettura istituzionale dello stato e dei suoi poteri. L’adozione di un modello di Stato federale e un sistema che prevede un rafforzamento delle prerogative del capo del governo (premierato forte, presidenzialismo o semi-presidenzialismo) sarebbero bene accetti in un quadro di riformulazione anche dei diritti delle minoranze parlamentari e la costituzionalizzazione del ruolo del leader dell’opposizione. In tutto questo non c’è nulla di autoritario, ma un tentativo ambizioso di andare oltre l’attuale pantano istituzionale nel quale proliferano trasformismo, ribaltoni e indeterminatezza.

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