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Ecco come Cina e Huawei galoppano in Africa. Report Ispi

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Fatti e approfondimenti sulla visita del ministro cinese degli Esteri in Africa e sull’avanzata del colosso Huawei nel continente africano. Che cosa dice il paper dell’Ispi “Africa and China, What’s in a Love Story?”

Si è rinnovata anche quest’anno la tradizionale visita del ministro cinese degli Esteri in Africa, un rito inaugurato nel 1991 quando l’allora capo della diplomazia di Pechino, Qian Qichen, fece tappa in Etiopia, Uganda, Kenya e Tanzania.

È da quei tempi lontani che il Dragone è solito aprire in questo modo, all’alba del nuovo anno, la sua stagione diplomatica: un chiaro segno del grande interesse attribuito a Pechino al continente africano nonché della sua ambizione, già parzialmente trasformatasi in realtà, di diventare uno dei principali player internazionali del continente.

Avvenuta tra il 7 e il 13 gennaio, la visita di quest’anno da parte dell’attuale ministro Wang Yi è stata caratterizzata da alcuni elementi di interesse che sono stati colti in un paper dell’Ispi intitolato “Africa and China, What’s in a Love Story?” e scritto a quattro mani dai ricercatori Camillo Casola e Giulia Sciorati.

Il viaggio, fanno anzitutto notare gli autori, è caduto in corrispondenza del ventesimo anniversario della fondazione del Forum on China-Africa Cooperation (FOCAC) che, in quanto cornice permanente per il dialogo tra Cina e paesi africani, spiega bene quanto radicata e sempre più profonda sia ormai la penetrazione cinese nel continente.

Wang, in secondo luogo, ha deciso di fare tappa in cinque Paesi: Egitto, Gibuti, Eritrea, Burundi e Zimbabwe. Una scelta in contraddizione con la tradizione che vede solitamente il ministro bilanciare, da un punto di vista geografico, le proprie destinazioni. Appare vistosa la completa esclusione dell’Africa occidentale nell’itinerario tracciato dall’aereo ministeriale.

Ma è proprio in questa anomalia, a detta dei ricercatori Ispi, che si può cogliere il senso profondo di questa edizione 2020 della visita africana da parte del ministro.

Non si può fare a meno di notare, anzitutto, come tre dei cinque paesi visitati da Wang – Egitto, Gibuti ed Eritrea – siano a vario livello coinvolti nelle dinamiche di una regione come il Medio Oriente dove sempre più si sta appuntando l’interesse dell’ex celeste impero.

Non può sfuggire, soprattutto, come Eritrea e Gibuti in particolare rivestano un interesse specifico per la Cina alla luce della loro collocazione al centro delle rotte tracciate dalla famosa Belt and Road Initiative (BRI).

Pechino, com’è noto, ha investito somme considerevoli nella realizzazione di infrastrutture portuali nell’Africa orientale con l’ intento di assicurare alle proprie navi e merci un trattamento privilegiato nonché di garantirsi minori esborsi in diritti di transito.

È sotto questa luce che Gibuti ha acquistato per Pechino un’importanza del tutto speciale. Grazie alla sua collocazione sulla rotta che dallo stretto di Bab el-Mandeb conduce al canale di Suez, il minuscolo paese del Corno d’Africa è diventato un vero e proprio pilastro della strategia cinese fondata sull’obiettivo di garantirsi, attraverso le vie della Seta, un accesso privilegiato ai mercati tanto dell’Africa quanto della vicina Europa.

Giacché Gibuti è poi la sede della prima e unica base militare cinese all’estero, diventa evidente quanto questa nazione larga poco più di un puntino sulla carta geografica sia tutt’altro che marginale dal punto di vista degli obiettivi geopolitici di Pechino.

A conferire ulteriore interesse alla visita di Wang c’è poi lo scontro in corso tra la Repubblica Popolare e gli Usa. Una competizione a 360 gradi che trova proprio in Africa uno dei terreni più vivaci ma anche promettenti per la seconda potenza mondiale.

A differenza degli Usa, che non solo stanno attuando un progressivo disimpegno dall’Africa ma hanno anche l’abitudine di elevare sanzioni contro i Paesi che violano i diritti umani o le leggi della democrazia (la lista delle autorità americane ne comprende ben 14), Pechino si presenta ai suoi interlocutori africani come partner neutrale e soprattutto pragmatico.

Ecco spiegato, dunque, il senso della tappa di Wang nello Zimbabwe, altro Paese colpito da pesantissime sanzioni Usa che stanno aggravando un quadro economico già pessimo (nel 2019 il Pil si è contratto del 7,1%).

Per il nuovo presidente Emmerson Mnangagwa, bersaglio a sua volta di sanzioni mirate degli Usa, la visita di Wang sarà apparsa senz’altro come la straordinaria opportunità di lanciare un segnale inequivocabile in direzione di Washington.

Calcolato o meno che sia, il rischio che l’America perda posizioni in Africa a tutto vantaggio del suo concorrente asiatico è ben testimoniato dalla presenza dilagante della bestia nera di Donald Trump: Huawei.

Il colosso di Shenzhen sarà pure al centro del mirino della Casa Bianca, che cerca in tutti i modi di escluderla dalla torta del 5G in Occidente, ma in Africa è tutta un’altra storia.

Qui Huawei può vantare non solo la presenza in ben 40 paesi, ma anche il Memorandum of Understanding firmato l’anno scorso con l’Unione Africana che prospetta ulteriori vantaggi al primo produttore di smartphone al mondo nonché leader nelle tecnologie mobili di quinta generazione.

Inoltre, fanno osservare Casola e Sciorati, non ci sono solo telefonini e reti 5G negli ordinativi africani diretti al quartier generale di Huawei. La creatura di Ren Zhengfei ha anche realizzato un cavo sottomarino di 12 mila chilometri che connette l’Africa all’Asia, e sta inoltre inondando il continente di sistemi di videosorveglianza.

A Washington potrebbe restare perciò un ultimo, seppur convincente, argomento per tentare di sciogliere questo abbraccio sempre più stretto tra Cina e Africa: il debito. Che, per un continente dove il debito è cresciuto ovunque in modo esponenziale fino a toccare spesso livelli insostenibili, rappresenta una vera e propria mina posta sotto le proprie fondamenta. Citofonare a Gibuti, il cui debito esterno è per il 70% nelle mani del Tesoro cinese.

Resta da vedere se il leit motiv preferito a Washington – la famosa “trappola del debito” che scatta quando un Paese, per scrollarsi di dosso quel peso, cede il controllo delle proprie infrastrutture al creditore – sarà sufficiente almeno a rallentare un processo inesorabile, ossia la trasformazione dell’Africa in una dependance di Pechino.

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