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Donne al potere: Matilde di Canossa e Isabella di Francia

Matilde Di Canossa

Il Bloc Notes di Michele Magno

Con la regola dell’erede unico, primogenito e maschio, introdotta nei primi decenni del secolo undecimo, la moglie del re -in quanto madre del futuro sovrano- si può finalmente fregiare delle insegne regali. Il diritto di primogenitura, sancito per porre fine alle rivalità fratricide sulla spartizione dell’asse ereditario, è coevo all’affermarsi di una concezione dinastica del potere. Ne deriverà il rilievo crescente attribuito al lignaggio della sposa e alla legittimità della prole. Solo la Germania era priva di un corpus iuris per la designazione del re e per la successione al trono. Prima del 1356, decidevano i rapporti di forza tra i principi elettori. Su loro mandato, Agnese, figlia del duca di Aquitania e vedova dell’imperatore Enrico III (1017-1056), governerà sei anni come agente fiduciario del figlio, il futuro Enrico IV. Temendo un indebolimento della potenza imperiale, nel 1062 viene deposta dagli arcivescovi Annone di Colonia e Adalberto di Amburgo.

Contemporanea di Agnese è Matilde di Canossa (1046-1115), la personalità femminile più leggendaria della sua epoca. Protagonista assoluta della lotta per le investiture, che contrapponeva pontefici e imperatori germanici sul problema delle nomine vescovili, spaccherà l’opinione pubblica europea. Per il suo sostegno a papa Gregorio VII, verrà paragonata dai ghibelllini all’empia Jezabel dell’Antico Testamento, dai guelfi alla Vergine Maria. Del resto, come ha scritto Jacques Le Goff (“Uomini e donne del Medioevo”, Laterza, 2013), il culto mariano dotava le donne di uno status ammantato di un’aura religiosa, fino alla santità. Nella “Vita Mathildis”, invece, il monaco Donizone la descrive come una condottiera bellicosa, una specie di Pantasilea di fronte alla quale Oberto, marchese d’Este e capo della lega imperiale nell’assedio di Sorbara (1084), era fuggito tremebondo “lagnandosi come una suora”.

Nel “Liber de Vita Christiana”, invece, aveva vietato alle donne di capeggiare truppe e giudicare i reati, essendo attività a loro proibite dalle Sacre Scritture. Il profilo virile della figlia di Beatrice di Lorena verrà ripreso nel periodo rinascimentale, sulla falsariga delle guerriere di Ludovico Ariosto, come emblema di virtù combattente al servizio della Chiesa. Nella basilica di San Pietro, il monumento funerario di Lorenzo Bernini la rappresenta con le insegne della regalità: lo scettro impugnato saldamente con la mano destra e il triregno papale avvolto nel braccio sinistro, in atto protettivo. Sopra un melograno, simbolo della ricchezza delle buone opere. Quella secentesca non sarà l’ultima rivisitazione del mito di Matilde. Nel 1862, in un’Italia unificata ma in cui era ancora aperta la questione di Roma, l’iconografia della contessa viene rielaborata da eminenti religiosi cattolici e proposta come fulgido esempio di mediatrice tra i due poteri.

Nonostante gli anatemi di Ivo di Chartres e di altri predicatori del tempo, il modello militare feudale continuerà ad offrire diversi esempi di donne in armi sui campi di battaglia, almeno fino all’inizio del quattordicesimo secolo. Appena venticinquenne, Eleonora di Aquitania nel 1147 è in Terrasanta al fianco del marito -il re di Francia Luigi VII- nella seconda crociata contro i turchi. Isabella (1295-1358), unica figlia femmina di Filippo IV il bello, è una donna fiera, intelligente, intraprendente e bellissima. Per queste sue doti e per il suo lignaggio, diverrà presto la promessa sposa del re di Inghilterra Edoardo II.

Nel 1326 forma un piccolo esercito mercenario per destituire il marito. Soprannominata “La lupa di Francia”, sarà raffigurata nella letteratura popolare d’oltremanica come una una specie di “femme fatale”, crudele manipolatrice di uomini e dissoluta amante del barone Roger Mortimer. Nella versione del celebre “Lament of Eduard II”, curata da sir Francis Hubert e pubblicata nel 1628, si possono leggere questi gelidi versi sulla sua presunta malvagità: “C’è più pietà nell’artiglio di una tigre/ c’è meno veleno nel pungiglione di uno scorpione/ più delicatezza nella zampa di un leone affamato/ meno spavento incutono gli occhi del basilisco[serpente mitologico che pietrificava con lo sguardo]/ il richiamo della iena per i viandanti/ il fiato della pantera/ le false lacrime del coccodrillo”.

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