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Dal Medioevo al Rinascimento: donne al potere

di

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Il Bloc Notes di Michele Magno

 

Quando Matteo Renzi propose solo donne come capolista alle ultime elezioni europee (maggio 2014), un notabile meridionale del suo partito masticò amaro, mal sopportando di essere scalzato da una cinquina per Beppe Grillo composta da veline e da lui bollata, più benevolmente, come uno specchietto per le allodole. Essendo un ex magistrato, Michele Emiliano conosceva sicuramente “Les six livres de la République” (1576), in cui il giurista Jean Bodin non esitava a confinare le donne ai margini della vita civile, ritenendo che dovessero occuparsi solo delle loro faccende domestiche.

“C’est la peste de l’air, l’Erynne envenimée”: così, quarant’anni dopo, il poeta protestante Théodore Agrippa d’Aubigné descrive Caterina de’ Medici, vedova di Enrico II e dal 1560 reggente di Francia. Secondo la storica Cesarina Casanova (“Regine per caso”, Laterza, 2014), l’Erinni velenosa -che rende irrespirabile l’aria con la sua perfidia e le sue diaboliche macchinazioni- è il distillato di tutti i cliché che il Rinascimento attinge dalla cultura misogina medievale: la donna al potere vista come una beffa della natura, tendenzialmente strega, lussuriosa, incestuosa, eretica.

Le origini di questa immagine sono antiche. Se il Socrate dei dialoghi platonici non escludeva la possibilità per la donna di accedere a posizioni di comando, Aristotele nel terzo libro della “Politica” non la menziona nemmeno tra le categorie dei “non-cittadini”. Con l’eccezione di Euripide, la tragedia greca è piena di figure femminili lascive e dal genio distruttore. Il mito di Pandora, raccontato da Esiodo, attribuisce a una donna l’origine delle fatiche e dei dolori dell’umanità. Nella Roma augustea, Livia -la sposa integerrima di Ottaviano- si era guadagnata la fama di intrigante per l’influenza esercitata sulle scelte dell’imperatore. Peraltro, é vero che nella Bibbia spiccano le gesta di due eroine come Giuditta e Ester, chiamate da Dio a salvare il proprio popolo dal genocidio. Ma nell’ “Ecclesiaste” il padre di famiglia è incessantemente esortato a tenere a freno, e ben custodite in casa, moglie e figlie. Nelle epistole paoline, poi, la sottomissione della donna al potere maschile è categorica. Nel mondo greco-romano come in quello giudaico-cristiano, insomma, la tradizione misogina si radicava in una gerarchia dei sessi costitutiva della stabilità del nucleo familiare e, insieme, dell’incremento demografico.

Nell’alto Medioevo, invece, la frantumazione dei domini e la pluralità degli usi consuetudinari favoriranno – almeno in qualche misura- l’ascesa delle donne. La stessa legge salica pemetteva loro di ereditare territori che non erano sotto la sua giurisdizione. Si trattava di una raccolta di norme, probabilmente risalenti al tempo del re merovingio Clodoveo I (466-511), ritagliate per un ordinamento sociale basato sul clan, nel quale la terra non era di proprietà privata in senso stretto, in quanto la comunità contadina poteva vantarvi taluni diritti di coltivazione. Un esempio di ascesa da umili natali è quello della plebea Baddo, vissuta nel sesto secolo. Concubina del re visigoto Recaredo, viene sposata nel 586 e associata al trono dopo la conversione di entrambi al cristianesimo. Nel secolo successivo sono le regine longobarde a occupare la scena. La più famosa è Ansa (756-774), “coniunx amatissa” di Desiderio, “reverendissima” amministratrice del palazzo reale. Il “De ordine palatii” del vescovo Incmaro renderà esplicito, nell’882, come la funzione di “consors regni” fosse associata alla sovrintendenza di funzioni pubbliche e relazioni private nella domus regia.

Dopo l’anno Mille, il protagonismo delle regine comincia però a diventare troppo ingombrante per le fazioni di corte e per la stessa autorità del re. Col pretesto della sterilità, dell’infedeltà o della scarsa avvenenza, molte verranno allontantanate senza tanti complimenti. Secondo il cronista inglese William di Newburgh, il capetingio Filippo Augusto (1165-1223) il giorno successivo alle nozze ripudiò la diciottenne Ingeburge -sorella di Canuto VI di Danimarca- per il suo alito insopportabilmente fetido. In un solo caso sarà invece una regina a chiedere l’annullamento del matrimonio per un suo “capriccio”. È quello di Adelaide d’Angiò, vedova del conte di Gévaudan, che -dopo una breve convivenza- lascerà il giovanissimo e malaticcio re franco Luigi V l’Ignavo (967?-987) per unirsi con Guglielmo d’Arles.

Con la regola dell’erede unico, primogenito e maschio, introdotta nei primi decenni del secolo undecimo, la moglie del re -in quanto madre del futuro sovrano- si può finalmente fregiare delle insegne regali. Il diritto di primogenitura, sancito per porre fine alle rivalità fratricide sulla spartizione dell’asse ereditario, è coevo all’affermarsi di una concezione dinastica del potere. Ne deriverà il rilievo crescente attribuito al lignaggio della sposa e alla legittimità della prole. Solo la Germania era priva di un corpus iuris per la designazione del re e per la successione al trono. Prima del 1356, decidevano i rapporti di forza tra i principi elettori. Su loro mandato, Agnese, figlia del duca di Aquitania e vedova dell’imperatore Enrico III (1017-1056), governerà sei anni come agente fiduciario del figlio, il futuro Enrico IV. Temendo un indebolimento della potenza imperiale, nel 1062 viene deposta dagli arcivescovi Annone di Colonia e Adalberto di Amburgo.

Contemporanea di Agnese è Matilde di Canossa (1046-1115), la personalità femminile più leggendaria della sua epoca. Protagonista assoluta della lotta per le investiture, che contrapponeva pontefici e imperatori germanici sul problema delle nomine vescovili, spaccherà l’opinione pubblica europea. Per il suo sostegno a papa Gregorio VII, verrà paragonata dai ghibelllini all’empia Jezabel dell’Antico Testamento, dai guelfi alla Vergine Maria. Del resto, come ha messo in evidenza Jacques Le Goff, il culto mariano dotava le donne di uno status ammantato di un’aura religiosa, fino alla santità. Nella “Vita Mathildis”, invece, il monaco Donizone la descrive come una condottiera bellicosa, una specie di Pantasilea di fronte alla quale Oberto, marchese d’Este e capo della lega imperiale nell’assedio di Sorbara (1084), era fuggito tremebondo “lagnandosi come una suora”.

Nel “Liber de Vita Christiana”, invece, aveva vietato alle donne di capeggiare truppe e giudicare i reati, essendo attività a loro proibite dalle Sacre Scritture. Il profilo virile della figlia di Beatrice di Lorena verrà ripreso nel periodo rinascimentale, sulla falsariga delle guerriere di Ludovico Ariosto, come emblema di virtù combattente al servizio della Chiesa. Nella basilica di San Pietro, il monumento funerario di Lorenzo Bernini la rappresenta con le insegne della regalità: lo scettro impugnato saldamente con la mano destra e il triregno papale avvolto nel braccio sinistro, in atto protettivo. Sopra un melograno, simbolo della ricchezza delle buone opere. Quella secentesca non sarà l’ultima rivisitazione del mito di Matilde. Nel 1862, in un’Italia unificata ma in cui era ancora aperta la questione di Roma, l’iconografia della contessa viene rielaborata da eminenti religiosi cattolici e proposta come fulgido esempio di mediatrice tra i due poteri.

Nonostante gli anatemi di Ivo di Chartres e di altri predicatori del tempo, il modello militare feudale continuerà ad offrire diversi esempi di donne in armi sui campi di battaglia, almeno fino all’inizio del quattordicesimo secolo. Appena venticinquenne, Eleonora di Aquitania nel 1147 è in Terrasanta al fianco del marito -il re di Francia Luigi VII- nella seconda crociata contro i turchi. Isabella (1295-1358), figlia di Filippo il Bello, nel 1326 forma un piccolo esercito mercenario per destituire il marito, il re d’Inghilterra Riccardo II. Soprannominata “La lupa”, sarà raffigurata nella letteratura popolare d’oltremanica come una una specie di “femme fatale”, crudele manipolatrice di uomini e dissoluta amante del barone Roger Mortimer. Nella versione del celebre “Lament of Eduard II”, curata da sir Francis Hubert e pubblicata nel 1628, si possono leggere questi gelidi versi sulla sua presunta malvagità: “C’è più pietà nell’artiglio di una tigre/ c’è meno veleno nel pungiglione di uno scorpione/ più delicatezza nella zampa di un leone affamato/ meno spavento incutono gli occhi del basilisco[serpente mitologico che pietrificava con lo sguardo]/ il richiamo della iena per i viandanti/ il fiato della pantera/ le false lacrime del coccodrillo”.

I margini di autonomia femminile legati alla società feudale si consumano progressivamente nel corso del Trecento. Si fa strada una nuova idea di famiglia, che diventa il fondamento su cui poggiare l’edificio dello Stato moderno. La sua coesione viene perciò considerata di vitale importanza, e i legislatori non risparmieranno accorgimenti per metterla al riparo dalle potenziali minacce -l’irrazionalità, l’incostanza- derivanti dalla natura femminile. Nel Quattrocento giuristi e eruditi umanisti mutuano e sviluppano dal sapere medico e dal diritto romano i concetti di “fragilitas et infirmitas sexus”. La dottrina penale raccomanda quindi ai giudici di tenere conto della intrinseca debolezza femminile nella comminazione delle pene.
Una disparità di trattamento, definita da Deirdre Park “cavalleria giudiziaria”, in realtà coerente con il divieto di ricoprire cariche pubbliche, oltre che con quello di sporgere denuncia o di testimoniare nei processi. Gli orientamenti prevalenti della cultura giuridica troveranno una definitiva sistemazione nel “De Legibus Connubiabilis” di André Tiraqueu (1546). Da un lato viene teorizzata quella inferiorità che autorizzava un minore accanimento punitivo, dall’altro viene ribadita l’esclusione delle donne dai “virilia officia” (guerra e governo) e dalla successione nei feudi, “ob garrulitate” (per petulanza) e perché “foeminae sua natura dominationis cupidae sunt” (per connaturata sete di potere).

La riscoperta della legge salica, che riservava la continuità dinastica solo alla discendenza maschile, avviene in questo contesto. A partire dal quattordicesimo secolo e per tutta la durata del Rinascimento, diverse generazioni di giuristi si ingegneranno per renderla irreversibile. E il repertorio dei luoghi comuni misogini, primo fra tutti quello della “imbecillitas mentis” (incapacità di discernimento) del sesso debole, ben si prestava ad attestarne l’incontestabile necessità. “Tomber en quenouille”, si diceva quando essa non veniva rispettata. L’epressione non è traducibile letteralmente, ma indicava l’avvilimento di chi precipita in una posizione subalterna come quella della donna- qui identificata con la conocchia (“quenouille”), ossia con l’unico arnese adatto alle mani femminili. Nondimeno, nella Francia cinquecentesca l’arretramento della condizione sociale della donna coinciderà con un sorprendente progresso del suo prestigio intellettuale. Sulla scorta del “De claris mulieribus” di Boccaccio, tradotto su impulso di Anna di Bretagna, moglie di Carlo VIII, nasce un filone letterario destinato a una lunga fortuna, centrato sull’elogio della “femme forte” e della “femme savante”.

La vera novità di questo Rinascimento al femminile è costituita proprio dall’ingresso delle donne nell’agone culturale, con il progetto dichiarato di contestare il monopolio maschile della scrittura. Dopo l’opera di Christine de Pisan, “Le Tresor de la cité des dames” (1497), Anna -duchessa di Borbone e figlia di Luig XI- nel 1521 darà alle stampe i suoi “Enseignements”. Margherita di Navarra (1492-1549), sorella di Francesco I e amica di Vittoria Colonna, sarà la prima poetessa francese a essere pubblicata. Figlia di Enrico II e di Caterina de’ Medici, un’altra Margherita (1553-1615) -anch’essa regina di Navarra- inaugurerà la memorialistica femminile per narrare le tormentate vicissitudini della sua vita.

C’è stato, allora, un Rinascimento per le donne? Le risposte a questa domanda, formulata per la prima volta nel 1972 dalla studiosa americana Joan Kelly-Gadol, non sono state univoche. Fanny Cosandey ha osservato che la legge salica, se sacrificava il ruolo delle figlie, consolidava quello delle madri in qualità di reggenti dei figli minorenni eredi al trono (“Annales”,1997). Margaret King ha censito i libri rinascimentali che traboccano di donne armate e pugnaci, tanto che “due vergini conclamate -Giovanna d’Arco che comandò un esercito e Elisabetta Tudor che governò una nazione- suscitarono, come amazzoni viventi, la stessa mescolanza di timore e ammirazione” (“Le donne nel Rinascimento”, Laterza,1991). Nel suo saggio, la stessa Casanova sottolinea come la Barbara di Brandeburgo (1423-1481) posta al centro della scena da Andrea Mantegna nella Camera degli sposi del mantovano Castello di San Giorgio, segnali un indiscutibile patronage femminile nel sistema dei rapporti tra i Gonzaga, la Curia romana e la corte imperiale.

La “Storia d’Italia” di Francesco Guicciardini, insomma, sembra non aver avuto molti estimatori nella storiografia più recente. Nell’opera del grande fiorentino, infatti, viene largamente occultata o denigrata la presenza delle donne sulla ribalta politica rinascimentale, di fronte a cui pure si professa spettatore freddo ma curioso delle “varietà delle circunstanze”. Un giudizio benigno lo riserva solamente a Caterina Sforza, sopraffatta da Cesare Borgia nell’assedio della rocca di Forlì (1499): “Essendo tra i tanti difensori ripieni d’animo femminile ella sola di animo virile…[Cesare Borgia] considerando più in lei il valore che il sesso, la mandò in prigione a Roma, dove fu custodita in Castel S. Angelo”. La stessa Caterina Sforza riappare in un notissimo passo dei “Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio” di Machiavelli, in cui la figlia illegittima di Galeazzo, duca di Milano, risponde con un gesto impudico e con parole spavalde ai congiunti forlivesi, che minacciavano di ucciderle i suoi figli se non si fosse arresa: “Mostrò loro le membra genitali, dicendo che aveva ancora modo di rifarne”.

Alla prova dei fatti, in conclusione, mai come nell’Europa del Cinquecento un numero tanto rilevante di donne -figlie, sorelle, mogli, madri, amanti- ha avuto accesso ad elevate responsabilità o ha governato in prima persona. Farne l’elenco completo non è possibile. Maria Tudor prima (1553) e sua sorella Elisabetta poi (1554) salgono a pieno titolo sul trono d’Inghilterra. Maria Stuarda cinge la corona di Scozia (1542). Margherita d’Austria governa con abilità e prudenza i Paesi Bassi in rivolta contro la dominazione spagnola (1559-1567). Renata di Valois (1510-1572) a Ferrara è l’anima di un cenacolo di intellettuali seguaci del verbo calvinista. Jeanne d’Albret (1528-1572), regina di Navarra, si dedica alla difesa della causa protestante e all’educazione del suo giovane figlio, Enrico di Borbone, destinato a regnare su tutta la Francia.

Nè si può dimenticare che per circa tren’anni sarà una regina, Caterina de’ Medici (1519-1589), a tutelarne gli interessi in uno dei periodi più tragici e sanguinosi della sua storia. In una celebre requisitoria, Jules Michelet ne farà l’incarnazione della doppiezza e della cattiveria femminile. Nella “Comédie Humaine”, Honoré de Balzac ne esalterà invece la politica di tolleranza e di riconciliazione, che avrebbe consentito alla monarchia francese di superare una delle sue prove più difficili dopo ben otto guerre di religione e il massacro degli ugonotti nella notte di San Bartolomeo (23-24 agosto 1572).

Questo illustre corteo di signore al potere non rivela un miglioramento giuridico della condizione delle donne. Dimostra tuttavia che molte tra loro hanno saputo far valere le proprie ambizioni e la propria intelligenza -e anche la loro bellezza- a dispetto dei pregiudizi maschili. Come ha scritto Benedetta Craveri in “Amanti e regine” (Adelphi, 2008), per quanto spettacolari i loro successi costituiscono la somma di casi individuali, non si saldano mai in un’unica storia. Perché ” la Storia rimane appannaggio ufficiale degli uomini, e per inserirsi nei suoi ingranaggi senza venirne stritolate, bisogna mascherarsi, giocare d’astuzia, crearsi alleati potenti, distribuire favori, sedurre, corrompere, punire – e sapere, al momento giusto, uscire di scena”.

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