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Democrazia, come Canfora sfata i luoghi comuni sul mito di Atene

Atene

“Uno dei più noti luoghi comuni è quello relativo all’esaltazione della democrazia greca la cui natura era ben diversa dalle demagogiche ricostruzioni fatte nel nostro secolo”. L’analisi di Giuseppe Gagliano a partire dal saggio di Luciano Canfora “Il mondo di Atene”

Una delle pericolose derive del politicamente corretto è quella relativa alle ricostruzioni fantasiose che vengono formulate della storia greca, ricostruzioni nella quale la dimensione conflittuale del potere, la logica di potenza che ha ispirato le scelte di politica estera vengono occultate. Anche per questo, anche cioè per la capacità di descrivere nella sua concretezza, nel suo reale dispiegarsi il conflitto di potere presente ad Atene, l’opera storica e filologica di Luciano Canfora è meritoria.

Nel saggio dello studioso italiano “Il mondo di Atene” (Laterza 2011) uno dei più noti luoghi comuni è quello relativo all’esaltazione della democrazia greca la cui natura era ben diversa dalle demagogiche ricostruzioni fatte nel nostro secolo.

Basti pensare non solo alle critiche spietate che Platone formulò nei suoi confronti ma soprattutto a quelle di Crizia nella sua opera dialogica intitolata “Sul sistema politico ateniese” dove non solo si limita a mostrare che la democrazia fu in realtà violenza di classe e cattivo governo, ma fu anche il regno della corruzione e della sopraffazione, soprattutto fu il regno dello spreco e del parassitismo.

Critiche queste che ricordano quelle degli elitisti come Pareto e Mosca.O quelle di Ernesto Rossi.

A tale proposito uno dei primi studiosi a comprendere la vera natura della democrazia fu lo storico e sociologo Max Webber: l’antica Polis non era altro che una corporazione di guerrieri. Ovunque una città voleva seguire una politica attiva di espansione sul continente. Proprio per questo gli opliti cittadini costituirono la classe decisiva tra i cittadini. Anche le città greche — e quindi non solo Sparta — avevano il carattere di un accampamento militare permanente e proprio per questo il servizio militare rimase decisivo per il dominio politico nella città. L’obiezione di coscienza non era contemplata. E neppure la visione, che tanto piace ai moderni, per la quale la Guerra sia di per sé un crimine.

Un altro luogo comune implicitamente smentito da Canfora è la genesi dell’impero ateniese: storicamente esso nacque dalla vittoria nella guerra navale contro i persiani e grazie ad esso creò una flotta voluta da Temistocle unitamente alla costruzione delle grandi mura che fecero di Atene una fortezza. Precisazione questa che agevolmente può essere estesa a gran parte degli Imperi del passato (egizio, assiro-babilonese ,romano) e del presente (basti pensare agli imperi coloniali da quattrocento all’Ottocento).

Insomma l’elemento determinante che Canfora fa emergere è il conflitto: il conflitto domina la vita ateniese in ogni suo aspetto e il teatro mette in scena la genesi, la finalità e la struttura del conflitto sottolinea lo studioso italiano.

Ma anche l’assemblea è fondamentale per il conflitto: anzi è la sede ufficiale dello scontro. Difficile non pensare al conflitto delle oligarchie politiche presenti nei parlamenti democratici. L’Iliade non è in fondo che il racconto aspro di una guerra di rappresaglia con le sue infinite e minuziose definizioni di morte quanto l’Odissea, rappresenta il culmine di un massacro sorto per vendetta. Descrizione questa lontanissima dalle interpretazioni favolistiche date nelle scuole.

D’altra parte l’accettabilità della guerra è inerente alla civiltà greca, perché attraverso di essa i greci prendevano l’oro e gli schiavi e cioè le due fonti primarie e basilari della ricchezza e della produzione materiale greca. Tesi questa che agevolmente potremmo applicare alla natura degli imperi coloniali come quello spagnolo e portoghese. Ieri l’oro oggi il petrolio e le terre rare.

Non deve destare alcuna sorpresa allora la retorica della guerra, relativa al dovere della guerra, alla pratica della guerra come strumento di selezione e accertamento del valore. Ad Atene l’educazione civica collettiva non a caso si attuava nel rito solenne della esposizione delle bare dei morti in guerra di fronte alle quali il politico più insigne della città elencava le guerre passate e recenti della città elogiando chi era morto per difendere e salvaguardare l’interesse di Atene. Innumerevoli sono gli episodi di crudeltà commesse durante le guerre dagli ateniesi: la repressione fatta da Pericle contro l’isola di Samo comportò una punizione umiliante e cioè quello di marchiare a fuoco i prigionieri; oppure l’episodio relativo ai generali ateniesi che non esitarono a praticare il taglio della mano destra ai marinai delle navi nemiche. Non furono da meno i siracusani che gettarono a morire nelle latomie centinaia di prigionieri ateniesi.

Tutto questo induce lo storico Canfora a concludere opportunamente che la guerra nel mondo antico era la norma delle relazioni internazionali mentre la pace era una anomalia. Proprio per questo la pace non era altro che una lunga tregua come d’altra parte designa l’etimologia stessa della parola pace. Una interpretazione questa fatta propria dal scuola del realismo classico.

Un altro esempio della consistenza reale della conflittualità all’interno della città di Atene era il modo con cui gli avversari politici venivano eliminati: o attraverso la violenza fisica, o attraverso l’ostracismo o attraverso l’esilio o infine attraverso l’eliminazione fisica. Una descrizione questa che è agevolmente applicabile ad un numero elevatissimo di sistemi politici moderni monarchici, autoritari, totalitari. Ma in parte anche democratici. Pensiamo alle stragi di Stato.

A tale proposito Canfora ricorda come nella Grecia patria e culla della civiltà occidentale vi furono sia le morti politiche che quelle di Stato come quella di Antifonte, di Alcibiade e di Socrate.

Significativi sono altri due aspetti che mette in evidenza Canfora come per esempio quello relativo alla corruzione politica: Alessandro avrebbe trovato a Sardi, dopo la caduta dell’impero persiano le lettere del re di Persia con cui i satrapi della Ionia ricevevano l’ordine di sostenere Demostene ad ogni costo con ingenti somme di denaro. Infatti il re di Persia era consapevole della minaccia rappresentata dalle mire macedoni e dall’aggressività di Filippo, perciò pagava Demostene perché aumentasse l’opposizione contro Filippo in Grecia. Oppure pensiamo al fatto che il re di Persia si servì di un fiduciario, un certo Timocrate di Rodi, che fu incaricato di comprare uomini politici in Grecia in modo particolare ad Atene. Anche Pericle si servì del denaro per comprare il consenso: trovandosi a dover fronteggiare il prestigio di cui godeva Cimone cercò di guadagnarsi le simpatie del popolo sfruttando le arti della demagogia e cioè decretando sovvenzioni di denaro attinte dalle pubbliche entrate. Pagine queste che potrebbero essere utilizzate per comprendere taluni aspetti — tutt’altro che marginali — del sistema dei partiti moderni.

Tuttavia il luogo classico o se vogliamo dire il luogo per eccellenza della corruzione era il tribunale dove vi erano innumerevoli controversie riguardo alle proprietà e un’attenta analisi delle dinamiche che si verificavano all’interno ci porta a scoprire che l’intera macchina amministrativa e politica della città greca risultava estremamente corruttibile. Anche ad Atene insomma col denaro si potevano comprare molte cose. Difficile non pensare al ruolo determinate che ebbe — e ha — il denaro nella nascita del sistema capitalistico e nel condizionamento che questo esercita nelle scelte politiche.

Accanto alla corruzione vi era anche lo spionaggio: da un lato uno spionaggio interno alla città all’interno della quale operava una fitta rete di informatori di vario tipo al servizio sia di privati sia di gruppi influenti che di magistrati; ma anche spionaggio verso l’esterno. In entrambi i casi per ottenere questo servizio il denaro era lo strumento fondamentale. Come non pensare a certe pagine spietate di Mino Pecorelli su OP?

Ebbene ciò non deve sorprendere poiché nella società ateniese moltissimi vivevano nella piazza e quindi ognuno sapeva molto degli altri. Di particolare significato è la data del 415 l’anno della profanazione dei misteri, anno durante il quale emerse l’esistenza di numerosi delatori, informatori, calunniatori e spie.

Ma è soprattutto in relazione alla riflessione di Tucidide — ci riferiamo in particolare al dialogo dei Melii e degli Ateniesi — che la controstoria posta in essere dallo studioso italiano Canfora si palesa in tutto il suo realismo. Dice infatti il nostro studioso: “gli ateniesi che sterminano con spietata crudeltà i cittadini di Milo sono gli stessi che da Pericle nel discorso funebre sono chiamati educatori della Grecia, amanti del bello e della sapienza”. Nulla a che fare con l’età moderna? L’Umanesimo e il Rinascimento culla della civiltà moderna ma anche di interminabili lotte fra signorie e principati. Come dimenticare le amare riflessioni di Machiavelli e Guicciardini sulla Guerra con il gesso?

Nel dialogo ricostruito dallo storico greco il dato di partenza è che l’impero fu violenza. Non c’è dubbio che per lo storico greco la guerra sia fondamentale: infatti lo storico greco Tucidide è in primo luogo un polemologo poiché il soggetto primario di analisi è la guerra. Egli riconduce la guerra a fattori esclusivamente umani, calcolabili e prevedibili. La guerra infatti è di vitale importanza per lo Stato poiché è materia di vita o di morte. Tesi questa che è stata considerata lapalissiana per secoli in Occidente e non solo. Un altro presupposto fondamentale per lo storico greco è il seguente: la capacità di guerra va di pari passo con lo sviluppo della forza economica e materiale degli Stati. Difficile non pensare all’Impero romano.O a quello americano.

Un altro elemento di evidente modernità viene colto mirabilmente dallo studioso italiano ed è quello relativo alla particolare natura della cosiddetta guerra peloponnesiaca. Con questo nuovo tipo di guerra lo stato conflittuale o di belligeranza finì per durare anni e cioè fu caratterizzato da un susseguirsi di scontri marginali. Insomma l’andamento del conflitto fu simile a quello delle guerre moderne. Possiamo addirittura affermare che nei rapporti tra Stati greci per la prima volta si palesa la guerra totale: non si combatte solo la potenza avversaria infatti ma anche il sistema politico e sociale antagonista come d’altronde ben sottolineò lo storico greco Tucidide.

Ancora più paradigmatica è la conclusione alla quale giunge lo studioso italiano riflettendo sulla particolare natura di questa guerra: questa fu una vera e propria guerra civile perché era in gioco al tempo stesso l’egemonia e i modelli politici: per la semplice e macroscopica ragione che l’egemonia che Atene era venuta acquisendo era essenziale al suo sistema politico e si fondava sull’esportazione-importazione di quel modello nelle città alleate-suddite.

A livello di politica estera tutta la storia dei rapporti di Atene verso l’ Occidente fu caratterizzata dalla pura politica di potenza. E a tale proposito, smentendo uno dei luoghi comuni maggiori, lo studioso italiano ricorda a proposito di Pericle che il fine che il leader politico ebbe per allargare l’impero era quello di ampliare le entrate per avere più risorse per alimentare il popolo. Pensiamo ad un altro aspetto molto moderno sottolineato da Canfora: è vero che Pericle combatte contro Sparta sul piano politico ma sul piano economico la vera guerra è contro Corinto.

La vera causa della guerra è legata al fatto che i commerci ateniesi collidono con le attività dell’altra grande potenza commerciale cioè proprio con Corinto e quindi la lotta è una lotta per il controllo dei mercati. Non a caso Pericle farà varare un decreto all’assemblea che chiuderà tutti i mercati ateniesi alle merci di Megara il cuore pulsante dell’economia di Corinto. Proprio per questo i Corinzi spingeranno Sparta alla guerra contro Atene e alla fine Sparta accetterà.

Fin troppo facile pensare a quanti conflitti moderni sono sorti per ragioni economiche.

 

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