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Covid-19, numeri farlocchi in Lombardia? Le accuse di Gimbe e la replica della Regione

di

Fontana Lombardia ordinanza

Che cosa non va nei numeri delle regioni (specie della Lombardia) sulla pandemia secondo la fondazione Gimbe specializzata in dati sanitaria e la risposta della regione presieduta da Fontana (Lega). Fatti, numeri e dibattito fra esperti

 

C’è il ragionevole sospetto che le Regioni stiano “facendo magheggi” per non dovere richiudere. La Lombardia è una di quelle».

Questa dichiarazione a Radio24 pronunciata da Nino Cartabellotta, presidente della fondazione Gimbe specializzata in dati sanitari, ha provocato una bufera ieri con la Regione Lombardia. Ecco tutti i dettagli e gli approfondimenti, compresa la replica della Regione Lombardia presieduta da Attilio Fontana

I NUMERI

Lombardia ancora sotto i riflettori e questa volta non solo per i dati comunicati dalla Protezione civile che indicano che dei 593 contagiati in più in Italia rispetto a ieri, 382 (pari al 64,4%) sono in Lombardia ma anche per un duro botta e risposta con la Fondazione Gimbe. ‘Ritardi’ e ‘stranezze’, ‘magheggi’ e ‘numeri aggiustati’.

LE ACCUSE DI GIMBE

Il presidente della fondazione Nino Cartabellotta, infatti, non ha usato mezzi termini sui dati dell’epidemia di Covid-19 in Lombardia, fino a sostenere in un’intervista a Radio 24 che per questa regione la riapertura sarebbe rischiosa.

LA REPLICA DELLA REGIONE LOMBARDIA

Dura la replica della Regione Lombardia, che ha giudicato le parole di Cartabellotta “gravissime, offensive e soprattutto non corrispondenti al vero” decidendo di querelare la Fondazione. Sono affermazioni “inaccettabili”, ha aggiunto, sostenendo che “in Lombardia i dati sono pubblicati in modo trasparente”.

LA POSIZIONE DI GALLERA

“Siamo la Regione che fornisce meglio i dati, addirittura con le valutazioni dell’inizio sintomi, e che anche i giornali e i media hanno avuto modo di verificare e comprendere. Solida, dettagliata, puntuale sin dall’inizio e molto trasparente. Ora che la fondazione Gimbe venga a dare dei giudizi sommari e totalmente inappropriati è sbagliato e quindi non è consentito”. Così l’assessore lombardo al Welfare Giulio Gallera ha risposto ai giornalisti che gli hanno chiesto se la Lombardia querelerà la Fondazione Gimbe dopo le accuse di “aggiustare” i dati sui contagi. “A me spiace perché Cartabellotta io l’ho sempre incontrato, è una persona seria e una fondazione solida. Se poi le valutazioni si fanno su delle schermate e non sui dati che vengono forniti con puntualità…”, ha aggiunto Gallera riferendosi alle parole del presidente della Fondazione, a margine dell’inaugurazione del nuovo reparto di terapia intensiva dell’Ospedale Sacco di Milano.

Il presidente della fondazione ha detto nell’intervista che “in Lombardia si sono verificate troppe stranezze negli ultimi tre mesi: soggetti dimessi che venivano comunicati come guariti” e “ritardi nella comunicazione e trasmissione dei dati che sarebbe stata giustificata nella prima fase e molto meno ora. Come se ci fosse la necessità – ha rilevato – di mantenere sotto un certo livello il numero dei casi diagnosticati”.

L’ANALISI DI GIMBE

La stessa fondazione Gimbe ha poi diffuso un’analisi dalla quale emerge che dal punto di vista epidemiologico Lombardia, Piemonte e Liguria non sono pronte alla riapertura tra regioni di cui si discute per il 3 giugno. Indicate da tempo come degne di attenzione per il numero di casi ancora elevato, le tre regioni mostrano di avere, secondo la fondazione, “la percentuale più elevata di tamponi diagnostici positivi e il maggior incremento di nuovi casi”.  Di conseguenza, secondo l’analisi, riaprire la mobilità su tutto il territorio nazionale sarebbe lo scenario più rischioso, mentre mantenere le limitazioni solo nelle tre regioni più a rischio sarebbe “un ragionevole compromesso” e il terzo scenario, il più prudente, vedrebbe prolungato il blocco totale della mobilità interregionale, salvo le eccezioni già in vigore.

I PUNTI DELLA DISCORDIA

4 i punti sottolineati dalla fondazione Gimbe. Uno: la percentuale di positivi al giorno è più alta di quella che viene comunicata. Per capire la reale incidenza dei nuovi casi sul numero di tamponi eseguiti non bisogna prendere, come invece viene fatto nei comunicati quotidiani, il totale dei tamponi, ma solo dei «diagnostici», escludendo cioè quelli eseguiti per confermare la guarigione. Nel periodo indicato la percentuale di tamponi diagnostici positivi in Lombardia (6%) è superiore alla media nazionale (2,4%).

LA QUESTIONE DEI POSITIVI

Secondo punto rimarcato dalla fondazione: il numero dei positivi è potenzialmente sottostimato perché manca ancora un tamponamento massiccio. “I tamponi «diagnostici» per 100 mila abitanti in Lombardia sono 1.608, poco sopra la media nazionale di 1.343. Ora, siccome per trovare il virus lo devi cercare, la domanda sollevata dal Gimbe è: quanti sarebbero davvero i casi se la Lombardia aumentasse i tamponi?”, ha sintetizzato il Corriere della Sera.

IL CONTAGIO

Terzo punto: i nuovi casi giornalieri, per 100 mila abitanti, sono il triplo della media nazionale, ma sono i numeri meno noti. L’incidenza di nuovi casi per 100 mila abitanti, rispetto alla media nazionale (32), è nettamente superiore in Lombardia (96). Conclusione di Cartabellotta: «La curva del contagio non è adeguatamente sotto controllo».

LA SOVRASTIMA DEI GUARITI

Quarto aspetto rimarcato dalla fondazione: la Lombardia sovrastima i guariti perché li comunica assieme ai dimessi di cui non è noto lo status di guarigione. Ciò fa sì che i 24.037 oggi potenzialmente infetti in realtà possano essere di più. «E ciò, assieme alla limitata propensione all’effettuazione dei tamponi — rimarca Cartabellotta — sottostima il valore dell’indice R(t)», curato dalla fondazione Kessler (approfondimento di Start con alcune polemiche sui rapporti Salute-fondazione nel caso del controverso rapporto con gli scenari apocalittici nella fase 2).

IL DIBATTITO FRA ESPERTI

Spezza una lancia a favore della Lombardia Massimo Antonelli, del Policlinico Gemelli di Roma e membro del Comitato Tecnico Scientifico, al quale “non risultano” i problemi sulla sovrastima dei dati sui guariti, alcuni dei quali mandati a casa ancora con sintomi lievi, denunciata nei giorni scorsi sempre da Gimbe.  Il fisico Giorgio Sestili, fondatore e fra i curatori della pagina Facebook “Coronavirus-Dati e analisi scientifiche” osserva che in Lombardia “è accaduto che si comunicassero i dati sui decessi con un ritardo che è arrivato fino a un mese. Il 2 maggio, per esempio, si è registrato un aumento dovuto alla comunicazione di 282 decessi avvenuti in aprile e non ancora comunicati”. Il motivo di episodi simili “non è chiaro. Potrebbero esserci – ha detto il fisico – problemi nella catena di comunicazione fra Asl, Comuni e Regione. Da qualche parte il meccanismo si inceppa”.

LE FRASI DI RICCIARDI

Ecco che cosa ha detto Walter Ricciardi, consulente del ministero della Salute e membro italiano del board dell’Oms, nel corso di un’intervista a Repubblica. Viste queste premesse, cosa deve decidere secondo lei la politica per il 3 giugno? Risposta di Ricciardi: «La politica può prendere decisioni se è certa dei dati. La scelta è giusta se si basa su indicatori giusti, ma in questo caso, appunto potrebbero non essere solidi. Se i numeri non sono certi si finisce per fare scelte che possono non essere corrette». Quindi non bisognerebbe riaprire anche se il rischio in base al monitoraggio è basso? «È troppo presto per prendere una decisione, un’apertura in queste condizioni esporrebbe a rischi. Bisognerebbe riaprire quando si è certi che i dati siano validi». Avrebbe senso tenere chiusa una sola regione, la Lombardia? «Hanno 20mila positivi a domicilio, senza contare gli asintomatici che non sanno di essere contagiati. Questi dati invitano alla massima prudenza. Poi il decisore è politico. La Corea ha chiuso con 70 casi e la Cina 40», ha risposto Ricciardi.

 

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