Quando Israele e Stati Uniti hanno iniziato a sparare missili contro l’Iran, i Paesi europei si sono limitati a «cauti avvertimenti – quasi sussurrati – e nessuna condanna esplicita dell’offensiva», come riassumeva Le Monde il 28 febbraio scorso.
In una dichiarazione congiunta, Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Keir Starmer hanno affermato il loro «impegno per la stabilità regionale e la protezione della vita dei civili», senza altri commenti né il solito – inutile – invito alla «moderazione».
Lasciamo per ora da parte l’esplicito sostegno a Washington del primo ministro canadese Mark Carney. L’attacco, secondo lui, avrebbe avuto lo scopo di impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari e al suo regime «di continuare a minacciare la pace e la sicurezza internazionali».
Ci sarà occasione di tornare a parlare di Carney la prossima volta che si azzarderà a lanciare un articolato invito alle «medie potenze» (o a chiunque altro) a creare un’alternativa agli Stati Uniti.
È evidente che Carney e i principali dirigenti europei non sono affatto guariti dalla sindrome di Stoccolma, cioè dalla condizione di ostaggi consenzienti degli Stati Uniti.
Hanno dimostrato una volta di più di non riuscire nemmeno a immaginare come poter vivere senza i propri carcerieri, e la loro angoscia si fa più acuta man mano che cresce l’inclinazione dei loro carcerieri ad abbandonarli senza protezione sul ciglio della strada.
La sola querula lagnanza emessa dagli europei riguarda il fatto di non essere stati avvertiti preventivamente dagli Stati Uniti.
Non si capisce perché avrebbero dovuto esserlo: infatti, il loro atteggiamento supino dopo gli attacchi al Venezuela di gennaio non poteva che rafforzare agli occhi di Washington la convinzione della loro irrilevanza e, quindi, dell’inutilità di tener conto di loro in qualsiasi iniziativa futura.
Sul Vecchio Continente, tutti coloro a cui basta qualche goccia d’acqua per dichiarare il bicchiere «mezzo pieno» hanno già identificato nel primo ministro spagnolo Pedro Sánchez e persino nel presidente francese Emmanuel Macron i paladini di quel che resta dell’onore europeo.
Ma la posizione di Sánchez ha essenzialmente motivazioni di politica interna; e, d’altronde, sarebbe quantomeno ingenuo pensare che la Spagna possa prendere la testa di un’Europa «strategicamente autonoma».
E Macron?
È lecito supporre che vi siano, anche nel suo caso, pesanti motivazioni di politica interna: ogni postura marziale sulla scena internazionale tende a rafforzare la statura di un presidente – ciò di cui Macron, in effetti, ha disperatamente bisogno.
La guerra non esiste
Come che sia, il presidente francese non perde occasione per spargere un po’ del sale della sua «autonomia strategica» su qualunque piatto gli capiti di servire.
Il paradosso è che più insiste a toccare quel tasto, più la realtà gli dà torto: l’Europa mostra ogni giorno che passa di non avere né autonomia né strategia, e soprattutto di non essere nemmeno Europa.
L’«Europa», in termini politici, semplicemente non esiste. Oltretutto, è lo stesso Macron che ha recentemente inferto, al progetto di unificazione europea, il colpo di grazia – almeno verbalmente.
Gli euro-ottimisti a ogni costo affermano che il presidente francese, nel suo discorso alla nazione del 3 marzo, si sarebbe parzialmente riscattato dalla molle dichiarazione congiunta con Merz e Starmer del 28 febbraio. Ha infatti affermato che le «operazioni militari» di Stati Uniti e Israele sono state effettuate «al di fuori del diritto internazionale».
Al tempo stesso, però, ha sostenuto che «la Repubblica islamica dell’Iran porta la responsabilità principale di questa situazione»; un’asserzione che ricalca le motivazioni degli Stati Uniti e di Israele e che – precisamente riguardo a «questa situazione» – è semplicemente falsa.
(A beneficio di tutti coloro che vorranno interpretare per storto quanto appena scritto, rammento che la Repubblica islamica dell’Iran porta gravissime responsabilità in molte situazioni, prima di tutto quella che vive il proprio popolo, ma certamente non in «questa situazione»).
Aggiungiamo che, tra le 1063 parole della sua allocuzione televisiva, Macron non ha trovato modo di farvi entrare il vocabolo «guerra» nemmeno una volta, dimostrando così di aver adottato la neo-lingua putiniana e oggi americana, che affida la rappresentazione della propria presunta buona fede al potere taumaturgico dell’eufemismo, grazie al quale le guerre si trasformano miracolosamente in «operazioni militari», più o meno speciali.
Macron è l’ultimo presidente di una Quinta Repubblica che ha sempre militato per l’«autonomia strategica» dell’Europa, addirittura prima ancora che la Quinta Repubblica esistesse.
E la ragione è semplice: da Charles de Gaulle in avanti, i capi di Stato francesi – chi con più convinzione, chi con meno – hanno sempre pensato all’«Europa» come continuazione della Francia con altri mezzi. Quando parlano di «autonomia strategica» dell’Europa, quindi, pensano all’«autonomia strategica» di una Francia allargata ai confini dell’UE (almeno).
Riassumiamo.
La tensione franco-tedesca
Nel 1943, quando la disfatta della Germania è ormai evidente, Charles de Gaulle si pronuncia per la revisione del trattato di Verdun (843) e la «riunificazione dei franchi dell’ovest con i franchi dell’est».
Associare una Francia che de Gaulle immaginava vittoriosa nel conflitto a una Germania già sconfitta significava stabilire a priori, nella futura riunificazione dei «franchi», un rapporto nettamente squilibrato a favore di Parigi.
In seguito, de Gaulle ebbe modo di descrivere il processo europeo come guidato dalla coppia franco-tedesca, ma con una specifica divisione dei compiti tra Parigi e Bonn (allora capitale della Germania dell’Ovest), in cui la Francia sarebbe stata «il cavaliere e la Germania il cavallo».
La scelta di diventare potenza nucleare ad ogni costo nel momento in cui de Gaulle metteva il veto all’ingresso del Regno Unito nel Mercato comune europeo significava non solo dotare l’«autonomia strategica» di un elemento negoziale pesante, ma anche innalzare ulteriormente lo statuto della Francia come «cavaliere» unico dell’Europa a Sei.
Nel 1969, sei anni soltanto dopo la firma del trattato di amicizia perpetua franco-tedesca all’Eliseo, alla domanda di Henry Kissinger su come la Francia avrebbe potuto impedire alla Germania di dominare un giorno l’Europa, Charles de Gaulle, ricorda lo stesso Kissinger, «non ritenne che questa domanda meritasse una risposta approfondita: “Par la guerre”, rispose seccamente».
Vent’anni dopo, al momento della caduta del Muro di Berlino, François Mitterrand si oppose recisamente alla riunificazione tedesca, constatando però poi che la sola maniera di evitarla sarebbe stata «l’uso della forza».
Nicolas Sarkozy e François Hollande non hanno esitato a lanciarsi in operazioni africane contando automaticamente sul sostegno europeo, e in particolare tedesco, puntando sul fatto che – nonostante la riunificazione – Berlino non avrebbe potuto rifiutare per non rischiare di urtare la suscettibilità Parigi, seconda indispensabile stampella della fragile impalcatura europea.
La convinzione – peraltro fondata – che la Francia sia too big to fail ha animato tutti i governi di Parigi succedutisi negli ultimi decenni; governi di destra e di sinistra (nonché del presunto «centro» macroniano) hanno raschiato senza ritegno il fondo delle casse pubbliche per costruire un sistema di voto di scambio con un elettorato compulsivamente attaccato alle mammelle dello Stato, ben sapendo che la Germania e gli altri «frugali» europei avrebbero pagato per loro.
Gran parte delle intese con l’Italia, compreso l’etereo «Trattato del Quirinale», avevano come scopo non tanto recondito di unire le forze tra debitori cronici allo scopo di costringere i creditori forzati ad allargare i cordoni della borsa e, se possibile, sottoscrivere impegni formali per continuare a farlo ad libitum.
La ricorrente proposta di cominciare la federalizzazione dell’Europa partendo dalla federalizzazione del debito è una trovata che tutti – «sovranisti» compresi, su altre materie fieramente gelosi delle prerogative nazionali – appoggiano con entusiasmo in Francia (e in Italia).
Questa è la storia pregressa. Tornando al presente, e lasciando momentaneamente da parte la peraltro importante questione Mercosur, arriviamo alle prese di posizioni «muscolari» di Emmanuel Maron in seguito alla guerra in Iran, compreso il rapido spostamento della portaerei Charles-de-Gaulle dal Baltico al Mediterraneo orientale.
Il bicchiere nucleare mezzo vuoto
Ormai trasformatosi in chef de guerre, Macron ha inanellato una serie di discorsi dai toni schiettamente marziali, a cominciare da quello che qui ci interessa, tenuto davanti a Keir Starmer alla base dell’Ile Longue, all’estrema punta della Bretagna, dove sono stazionati i quattro sottomarini lanciamissili balistici francesi a propulsione nucleare.
In quell’occasione, Macron è tornato sulla proposta di una «deterrenza nucleare avanzata», cioè la condivisione con altri Paesi europei (compreso il Regno Unito) di forze aeree strategiche e armi nucleari.
Il Financial Times, tra gli altri, ha salutato con entusiasmo la «novità»: la proposta della Francia «va al di là di tutte le aspettative»; è «un’offerta nucleare mai vista prima». Più ricca in quanto accompagnata dall’annuncio di un aumento del numero delle testate nucleari di cui Parigi conta dotare il proprio arsenale.
Di molte altre reazioni positive in mezza Europa rende conto, con malcelato orgoglio, il Courrier international, settimanale della catena Le Monde.
Questo, per chi si accontenta anche di poche gocce d’acqua, sarebbe il bicchiere mezzo pieno.
Il bicchiere mezzo vuoto, che preoccupa il resto dell’ Europa, è la ripetizione, in quello stesso discorso, di un concetto – anzi, un principio – che Macron ha reso già chiaro tutte le volte che la questione della «deterrenza nucleare avanzata» è stata abbordata: «Non ci sarà nessuna condivisione della decisione ultima, né della sua pianificazione, né della sua attuazione».
In altre parole, il dito sul bottone sarà francese, e Parigi deciderà se, come, quando e contro chi sparare le proprie bombe atomiche stazionate in Germania, Danimarca, Polonia, Grecia etc.Tradotto in modo ancora più semplice: Parigi si candida ad avere l’ultima parola sulla politica estera tedesca, danese, polacca, greca etc., cioè, in sostanza, di tutta l’Europa.
L’«ombrello nucleare» – ovvero, leggiamo sulla Treccani, «la zona difesa da apprestamenti missilistici e la zona d’azione di vettori trasportanti armi nucleari» – è un’invenzione americana che ha una doppia valenza: dissuadere eventuali altre potenze nucleari dall’attaccare un Paese che ne sia dotato, ma anche, al tempo stesso, costringere la politica estera del Paese che ne è dotato a restare nei limiti decisi dal fornitore dell’ombrello, cioè, nella fattispecie, gli Stati Uniti.
Quello che l’attuale amministrazione di Washington e la stragrande maggioranza degli elettori americani non capiscono è che la «protezione» offerta ai Paesi coperti dall’ombrello è uno dei modi per controllarli e per orientarne le scelte strategiche – e quindi per mantenere e perpetuare la propria supremazia nel mondo.
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Così Macron affonda l’Europa
Il presidente francese usa toni accorati per rivendicare l’autonomia strategica europea di fronte al distacco degli Stati Uniti. Ma le sue azioni rendono l’UE sempre più debole
Manlio Graziano
mar 17
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Macron è l’ultimo presidente di una Quinta Repubblica che ha sempre militato per l’«autonomia strategica» dell’Europa, addirittura prima ancora che la Quinta Repubblica esistesse. E la ragione è semplice: da Charles de Gaulle in avanti, i capi di Stato francesi – chi con più convinzione, chi con meno – hanno sempre pensato all’«Europa» come continuazione della Francia con altri mezzi
Manlio Graziano
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Per impegni pregressi, questa settimana il podcast Appunti di Geopolitica salta, ci vediamo a breve.
Quando Israele e Stati Uniti hanno iniziato a sparare missili contro l’Iran, i Paesi europei si sono limitati a «cauti avvertimenti – quasi sussurrati – e nessuna condanna esplicita dell’offensiva», come riassumeva Le Monde il 28 febbraio scorso.
In una dichiarazione congiunta, Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Keir Starmer hanno affermato il loro «impegno per la stabilità regionale e la protezione della vita dei civili», senza altri commenti né il solito – inutile – invito alla «moderazione».
Lasciamo per ora da parte l’esplicito sostegno a Washington del primo ministro canadese Mark Carney. L’attacco, secondo lui, avrebbe avuto lo scopo di impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari e al suo regime «di continuare a minacciare la pace e la sicurezza internazionali».
Ci sarà occasione di tornare a parlare di Carney la prossima volta che si azzarderà a lanciare un articolato invito alle «medie potenze» (o a chiunque altro) a creare un’alternativa agli Stati Uniti.
È evidente che Carney e i principali dirigenti europei non sono affatto guariti dalla sindrome di Stoccolma, cioè dalla condizione di ostaggi consenzienti degli Stati Uniti.
Hanno dimostrato una volta di più di non riuscire nemmeno a immaginare come poter vivere senza i propri carcerieri, e la loro angoscia si fa più acuta man mano che cresce l’inclinazione dei loro carcerieri ad abbandonarli senza protezione sul ciglio della strada.
La sola querula lagnanza emessa dagli europei riguarda il fatto di non essere stati avvertiti preventivamente dagli Stati Uniti.
Non si capisce perché avrebbero dovuto esserlo: infatti, il loro atteggiamento supino dopo gli attacchi al Venezuela di gennaio non poteva che rafforzare agli occhi di Washington la convinzione della loro irrilevanza e, quindi, dell’inutilità di tener conto di loro in qualsiasi iniziativa futura.
Sul Vecchio Continente, tutti coloro a cui basta qualche goccia d’acqua per dichiarare il bicchiere «mezzo pieno» hanno già identificato nel primo ministro spagnolo Pedro Sánchez e persino nel presidente francese Emmanuel Macron i paladini di quel che resta dell’onore europeo.
Ma la posizione di Sánchez ha essenzialmente motivazioni di politica interna; e, d’altronde, sarebbe quantomeno ingenuo pensare che la Spagna possa prendere la testa di un’Europa «strategicamente autonoma».
E Macron?
È lecito supporre che vi siano, anche nel suo caso, pesanti motivazioni di politica interna: ogni postura marziale sulla scena internazionale tende a rafforzare la statura di un presidente – ciò di cui Macron, in effetti, ha disperatamente bisogno.
La guerra non esiste
Come che sia, il presidente francese non perde occasione per spargere un po’ del sale della sua «autonomia strategica» su qualunque piatto gli capiti di servire.
Il paradosso è che più insiste a toccare quel tasto, più la realtà gli dà torto: l’Europa mostra ogni giorno che passa di non avere né autonomia né strategia, e soprattutto di non essere nemmeno Europa.
L’«Europa», in termini politici, semplicemente non esiste. Oltretutto, è lo stesso Macron che ha recentemente inferto, al progetto di unificazione europea, il colpo di grazia – almeno verbalmente.
Gli euro-ottimisti a ogni costo affermano che il presidente francese, nel suo discorso alla nazione del 3 marzo, si sarebbe parzialmente riscattato dalla molle dichiarazione congiunta con Merz e Starmer del 28 febbraio. Ha infatti affermato che le «operazioni militari» di Stati Uniti e Israele sono state effettuate «al di fuori del diritto internazionale».
Al tempo stesso, però, ha sostenuto che «la Repubblica islamica dell’Iran porta la responsabilità principale di questa situazione»; un’asserzione che ricalca le motivazioni degli Stati Uniti e di Israele e che – precisamente riguardo a «questa situazione» – è semplicemente falsa.
(A beneficio di tutti coloro che vorranno interpretare per storto quanto appena scritto, rammento che la Repubblica islamica dell’Iran porta gravissime responsabilità in molte situazioni, prima di tutto quella che vive il proprio popolo, ma certamente non in «questa situazione»).
Aggiungiamo che, tra le 1063 parole della sua allocuzione televisiva, Macron non ha trovato modo di farvi entrare il vocabolo «guerra» nemmeno una volta, dimostrando così di aver adottato la neo-lingua putiniana e oggi americana, che affida la rappresentazione della propria presunta buona fede al potere taumaturgico dell’eufemismo, grazie al quale le guerre si trasformano miracolosamente in «operazioni militari», più o meno speciali.
Macron è l’ultimo presidente di una Quinta Repubblica che ha sempre militato per l’«autonomia strategica» dell’Europa, addirittura prima ancora che la Quinta Repubblica esistesse.
E la ragione è semplice: da Charles de Gaulle in avanti, i capi di Stato francesi – chi con più convinzione, chi con meno – hanno sempre pensato all’«Europa» come continuazione della Francia con altri mezzi. Quando parlano di «autonomia strategica» dell’Europa, quindi, pensano all’«autonomia strategica» di una Francia allargata ai confini dell’UE (almeno).
Riassumiamo.
La tensione franco-tedesca
Nel 1943, quando la disfatta della Germania è ormai evidente, Charles de Gaulle si pronuncia per la revisione del trattato di Verdun (843) e la «riunificazione dei franchi dell’ovest con i franchi dell’est».
Associare una Francia che de Gaulle immaginava vittoriosa nel conflitto a una Germania già sconfitta significava stabilire a priori, nella futura riunificazione dei «franchi», un rapporto nettamente squilibrato a favore di Parigi.
In seguito, de Gaulle ebbe modo di descrivere il processo europeo come guidato dalla coppia franco-tedesca, ma con una specifica divisione dei compiti tra Parigi e Bonn (allora capitale della Germania dell’Ovest), in cui la Francia sarebbe stata «il cavaliere e la Germania il cavallo».
La scelta di diventare potenza nucleare ad ogni costo nel momento in cui de Gaulle metteva il veto all’ingresso del Regno Unito nel Mercato comune europeo significava non solo dotare l’«autonomia strategica» di un elemento negoziale pesante, ma anche innalzare ulteriormente lo statuto della Francia come «cavaliere» unico dell’Europa a Sei.
Nel 1969, sei anni soltanto dopo la firma del trattato di amicizia perpetua franco-tedesca all’Eliseo, alla domanda di Henry Kissinger su come la Francia avrebbe potuto impedire alla Germania di dominare un giorno l’Europa, Charles de Gaulle, ricorda lo stesso Kissinger, «non ritenne che questa domanda meritasse una risposta approfondita: “Par la guerre”, rispose seccamente».
Vent’anni dopo, al momento della caduta del Muro di Berlino, François Mitterrand si oppose recisamente alla riunificazione tedesca, constatando però poi che la sola maniera di evitarla sarebbe stata «l’uso della forza».
Nicolas Sarkozy e François Hollande non hanno esitato a lanciarsi in operazioni africane contando automaticamente sul sostegno europeo, e in particolare tedesco, puntando sul fatto che – nonostante la riunificazione – Berlino non avrebbe potuto rifiutare per non rischiare di urtare la suscettibilità Parigi, seconda indispensabile stampella della fragile impalcatura europea.
La convinzione – peraltro fondata – che la Francia sia too big to fail ha animato tutti i governi di Parigi succedutisi negli ultimi decenni; governi di destra e di sinistra (nonché del presunto «centro» macroniano) hanno raschiato senza ritegno il fondo delle casse pubbliche per costruire un sistema di voto di scambio con un elettorato compulsivamente attaccato alle mammelle dello Stato, ben sapendo che la Germania e gli altri «frugali» europei avrebbero pagato per loro.
Gran parte delle intese con l’Italia, compreso l’etereo «Trattato del Quirinale», avevano come scopo non tanto recondito di unire le forze tra debitori cronici allo scopo di costringere i creditori forzati ad allargare i cordoni della borsa e, se possibile, sottoscrivere impegni formali per continuare a farlo ad libitum.
La ricorrente proposta di cominciare la federalizzazione dell’Europa partendo dalla federalizzazione del debito è una trovata che tutti – «sovranisti» compresi, su altre materie fieramente gelosi delle prerogative nazionali – appoggiano con entusiasmo in Francia (e in Italia).
Questa è la storia pregressa. Tornando al presente, e lasciando momentaneamente da parte la peraltro importante questione Mercosur, arriviamo alle prese di posizioni «muscolari» di Emmanuel Maron in seguito alla guerra in Iran, compreso il rapido spostamento della portaerei Charles-de-Gaulle dal Baltico al Mediterraneo orientale.
Il bicchiere nucleare mezzo vuoto
Ormai trasformatosi in chef de guerre, Macron ha inanellato una serie di discorsi dai toni schiettamente marziali, a cominciare da quello che qui ci interessa, tenuto davanti a Keir Starmer alla base dell’Ile Longue, all’estrema punta della Bretagna, dove sono stazionati i quattro sottomarini lanciamissili balistici francesi a propulsione nucleare.
In quell’occasione, Macron è tornato sulla proposta di una «deterrenza nucleare avanzata», cioè la condivisione con altri Paesi europei (compreso il Regno Unito) di forze aeree strategiche e armi nucleari.
Il Financial Times, tra gli altri, ha salutato con entusiasmo la «novità»: la proposta della Francia «va al di là di tutte le aspettative»; è «un’offerta nucleare mai vista prima». Più ricca in quanto accompagnata dall’annuncio di un aumento del numero delle testate nucleari di cui Parigi conta dotare il proprio arsenale.
Di molte altre reazioni positive in mezza Europa rende conto, con malcelato orgoglio, il Courrier international, settimanale della catena Le Monde.
Questo, per chi si accontenta anche di poche gocce d’acqua, sarebbe il bicchiere mezzo pieno.
Il bicchiere mezzo vuoto, che preoccupa il resto dell’ Europa, è la ripetizione, in quello stesso discorso, di un concetto – anzi, un principio – che Macron ha reso già chiaro tutte le volte che la questione della «deterrenza nucleare avanzata» è stata abbordata: «Non ci sarà nessuna condivisione della decisione ultima, né della sua pianificazione, né della sua attuazione».
In altre parole, il dito sul bottone sarà francese, e Parigi deciderà se, come, quando e contro chi sparare le proprie bombe atomiche stazionate in Germania, Danimarca, Polonia, Grecia etc.Tradotto in modo ancora più semplice: Parigi si candida ad avere l’ultima parola sulla politica estera tedesca, danese, polacca, greca etc., cioè, in sostanza, di tutta l’Europa.
L’«ombrello nucleare» – ovvero, leggiamo sulla Treccani, «la zona difesa da apprestamenti missilistici e la zona d’azione di vettori trasportanti armi nucleari» – è un’invenzione americana che ha una doppia valenza: dissuadere eventuali altre potenze nucleari dall’attaccare un Paese che ne sia dotato, ma anche, al tempo stesso, costringere la politica estera del Paese che ne è dotato a restare nei limiti decisi dal fornitore dell’ombrello, cioè, nella fattispecie, gli Stati Uniti.
Quello che l’attuale amministrazione di Washington e la stragrande maggioranza degli elettori americani non capiscono è che la «protezione» offerta ai Paesi coperti dall’ombrello è uno dei modi per controllarli e per orientarne le scelte strategiche – e quindi per mantenere e perpetuare la propria supremazia nel mondo.
La proposta di Macron presenta esattamente le stesse caratteristiche. Solo che – differenza non trascurabile – la Francia del 2026 è tutta un’altra cosa rispetto agli Stati Uniti degli anni del secondo dopoguerra, quando gli arsenali atomici di Washington hanno cominciato ad essere dispiegati sul suolo europeo.
Gli americani si erano concessi il diritto di «proteggere»gli europei per la semplice ragione di aver vinto la guerra, e di poter così disporre di essi a loro piacimento, stabilendovi, oltre all’arsenale nucleare, anche una fitta rete di basi militari – sempre, ovviamente, con lo scopo di «proteggerli».
Non solo la Francia non ha vinto nessuna guerra che l’autorizzi a imporsi come fecero gli americani dopo il 1945; non solo la Francia del 2026 non è, né sul piano economico né su quello politico, la Francia del gollismo rampante degli anni 1960; ma, soprattutto, la Francia non è affidabile agli occhi di molti suoi partner europei, se non di tutti.
Non è affidabile a causa della sua storia, delle sue costanti ambizioni di OPA ostile – in forma monarchica, napoleonica o paneuropeista – sul resto dell’Europa, ma soprattutto per il suo presente e, peggio ancora, per il suo futuro. Infatti, a chi potrebbe appartenere il dito sul bottone nucleare dopo le presidenziali del 2027?
Vero è che il fronte sovranista francese – da Marine Le Pen a Jean-Luc Mélenchon – è contrario alla condivisione nucleare (ricordiamo il principio del sovranismo: condividere gli asset degli altri va bene, ma condividere i nostri asset non va bene); ma a tutti è chiaro che il bottone nucleare sotto controllo dei nemici dell’Europa e degli amici della Russia è un rischio che nessuno vuole correre.
Ma quali interessi vitali?
Se il discorso di Macron si fosse limitato alla «condivisione allargata», si sarebbe potuto parlare tutt’al più di un’OPA ostile sul resto del continente, ma non, come si fa qui, di un affondamento del progetto europeo.
Il fatto è che, sempre nel discorso pronunciato all’Ile Longue, dopo aver escluso la condivisione di decisione, pianificazione e attuazione, il presidente francese ha così proseguito: «Non ci sarà neppure condivisione della definizione degli interessi vitali».
Qui si arriva al nocciolo della questione. Perché, senza «definizione degli interessi vitali», l’Europa non potrà avere né una politica estera né, conseguentemente, una politica di difesa, né, è ovvio, quell’«esercito comune» di cui molti vanno fantasticando da anni.
È chiaro che, se si pensa che la politica estera e di difesa europea debba essere la politica estera e di difesa francese, allora si è autorizzati a non vedere niente di strano nelle parole di Macron.
Ma se invece si pensa che gli interessi vitali della Germania, in primis, ma anche della Danimarca, della Polonia, della Grecia etc. debbano essere tenuti in una qualche considerazione, allora i conti non tornano.
In un’intervista rilasciata a France 24, l’olandese Sophie in ’t Veld, ex deputata europea del gruppo macroniano, ha denunciato l’irrilevanza del Vecchio Continente sulla scena internazionale, attribuendola alla persistenza di ventisette politiche estere invece di una sola.
Le sue critiche sono acute e ineccepibili, ma la sua proposta di soluzione si morde la coda (oltre ad essere già stata ripetuta ad nauseam): bisognerebbe, afferma Veld, riformare le istituzioni.
La storia della formazione di quelli che sono stati chiamati gli «Stati-nazione» ci mostra che le istituzioni sono forgiate sulla base degli «interessi vitali» di un Paese e non viceversa. Se si sa dove si vuole andare e cosa si vuole ottenere, si creano gli strumenti, anche istituzionali, per raggiungere quegli scopi.
Beninteso, la definizione degli «interessi vitali» di un Paese è sempre il risultato di un confronto e uno scontro tra i molti e sovente contraddittori interessi particolari che esistono al suo interno per giungere, appunto, all’«interesse generale» o «interesse nazionale», da cui tutti (o quasi) gli interessi particolari potrebbero trarre vantaggio.
Ma quella sintesi, di cui lo Stato dovrebbe essere il prodotto e il governo il garante, si ottiene solo se gli interessi particolari sono disposti, per convinzione o per costrizione, a rinunciare a qualcosa.
Perché gli interessi particolari dovrebbero essere disposti a rinunciare a qualcosa in nome dell’interesse generale? Perché, unendosi sotto la cappa protettiva dello Stato, sono promossi e difesi nel confronto internazionale con gli interessi particolari e generali degli altri Stati.
Esempio banale: il tentativo di Fincantieri di acquisire il 51 per cento (e oltre) dei cantieri francesi STX Saint-Nazaire nel 2017 è stato rintuzzato dall’intervento del governo francese per «ragioni strategiche».
Gli italiani si lamentarono allora della slealtà e dell’arroganza di Parigi, del vulnus alla legalità dei rapporti commerciali, della libertà lasciata ai francesi di scorrazzare nell’economia italiana e via lagnando; ma in quella disputa si misurava in realtà la forza politica internazionale della Francia con la forza politica internazionale dell’Italia, tout simplement.
La superiorità della forza francese discendeva anche dalla maggiore coesione interna del Paese, cioè dalla maggiore disponibilità degli interessi particolari a subordinarsi all’interesse generale. Da cui discende, a sua volta, una maggiore solidità dell’impianto istituzionale.
Il progetto dell’Europa unita, con una sola politica estera e una sola politica di difesa, a cui si appellano con genuino slancio Sophie in ’t Veld e molti altri, non può dunque provenire da una riforma istituzionale, ma dalla definizione di un interesse generale europeo, il quale, se venisse individuato, potrebbe in conseguenza dar vita a un assetto istituzionale a sua immagine e somiglianza.
Ma, per potervi giungere, tutti i ventisette attori – compresa la Francia – dovrebbero essere disposti a rinunciare a qualcosa.
Nell’affermare invece che Parigi non accetterà mai di condividere «la definizione degli interessi vitali» europei, Macron affonda il progetto continentale, e condanna la Francia a un avvenire di navigazione solitaria nelle tempeste sempre più burrascose della politica internazionale.
Gli Stati Uniti, che per più di un secolo – a cominciare almeno dal 1917 – si sono opposti a qualsiasi ipotesi di integrazione europea che non fosse guidata e controllata da loro, dovrebbero brindare.
Non lo fanno solo perché quel che si dice e accade in Europa è ormai per loro così irrilevante che, molto probabilmente, non si sono nemmeno accorti del discorso di Macron sull’Ile Longue e delle reazioni festose in mezza Europa di cui si inorgoglisce – vanamente – il Courrier international.
(Estratto da Appunti)







