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Cosa aspettarsi dalle elezioni per la Camera bassa in Egitto

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L’analisi di Giuseppe Gagliano sulle elezioni per la Camera bassa del Parlamento in Egitto

Tra il il 24 e il 25 ottobre, ha avuto inizio in Egitto la prima parte delle elezioni per la Camera bassa del Parlamento egiziano. I risultati che sono emersi allo stato attuale dimostrano l’influenza determinate dell’esercito e dei partiti legati al presidente egiziano al-Sisi. Per quanto riguarda il numero complessivo degli elettori che ci sono recati alle urne il numero sia aggira intorno al 174.000 su un totale però di 653.000 elettori. L’affluenza quindi è di circa il 26%.

Il secondo turno elettorale è previsto tra il 7 e l’8 novembre mentre in caso di ballottaggio dovrebbe tenersi il 22 e il 23 novembre per il primo turno mentre per il secondo turno il 7 e l’8 dicembre. I risultati finali dovrebbero essere comunicati il 14 dicembre.

Allo stato attuale il partito che è uscito vincente è stato naturalmente il partito fedele all’attuale presidente egiziano e cioè il partito Mostaqbal Watan Party. I risultati delle nuove lezione non faranno altro — presumibilmente —che confermare al potere il partito di al-Sisi. La logica che sta alla base del sistema elettorale egiziano, al di là dei puri formalismi giuridici, è per certi versi assimilabile a quella che è avvenuto in Italia dal dopoguerra fino a Tangentopoli e cioè quella dello scambio elettorale tra la mafia e determinati partiti politici.

E infatti durante le elezioni da un lato l’esercito e dall’altro le forze di sicurezza garantiscono che gli elettori diano il loro consenso in modo adeguato e consono alla logica del potere dominante. Proprio per questa ragione il parlamento è una istituzione puramente formale perché non è altro che un braccio legislativo del potere esecutivo. Tutto ciò tuttavia non deve destare alcuna sorpresa soprattutto se si conosce la storia recente dell’Egitto.

Esiste infatti una drammatica continuità tra l’Egitto di Nasser e quello attuale ed è una continuità all’insegna della corruzione, della dittatura e del dispotismo militare. Quando iniziò la guerra dei Sei giorni, svoltasi nel giugno del 1967, la propaganda politica e militare egiziana fu così pervasiva e capillare da indurre molti civili e ufficiali dell’esercito egiziano a credere che l’Egitto avesse l’esercito più temibile del Medio Oriente e che nel giro di breve tempo l’esercito israeliano sarebbe stato sconfitto. Quando, al contrario, l’opinione pubblica egiziana apprese della clamorosa sconfitta dell’esercito egiziano solo pochi si resero conto della realtà effettiva del loro paese. Una realtà in cui la corruzione dilagava, in cui vi erano gerarchi incompetenti e generali asserviti al potere.

Già ai tempi di Nasser ogni dissenso veniva represso e chiunque si permettesse di attaccare pubblicamente il presidente veniva immediatamente messo agli arresti.

Solo chi ignora la storia dell’Egitto di questi ultimi cinquant’anni può illudersi che l’attuale dittatura di Abdel Fatah al-Sisi sia un evento incidentale ed occasionale. Già con il golpe del 1952 la violazione dei diritti personali fu una costante: il presidente Nasser dimostrò, al di là della propaganda del regime, di essere soltanto un autocrate accentratore che utilizzò l’ideologia del panarabismo socialista solo per consolidare il suo potere autoritario, impedendo qualunque tipo di opposizione sia laica che religiosa. Non a caso vennero aboliti anche i partiti.

L’ascesa al potere del generale al-Sisi non solo non ha cambiato la situazione, ma addirittura presenta caratteri ancora più deteriori: qualunque tipo di opposizione viene preventivamente bloccata sui media, che di fatto sono al servizio degli apparati di polizia. Nel regime attuale gli oppositori subiscono arresti, torture e persino uccisioni sommarie, ovvero possono essere tranquillamente vittime del potere arbitrario delle autorità civili e militari che godono invece della massima impunità.

In un regime autocratico come quello egiziano l’ascesa sociale si fonda solo sulla fedeltà indiscussa verso i superiori. L’importante è eliminare il dissenso, è obbedire alle gerarchie senza se e senza ma.

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