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Ecco gli effetti del Coronavirus in Sud America. Il Taccuino di Zanotti

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Cile

Coronavirus: che cosa succede tra pandemia e politica in Brasile, Argentina, Colombia, Venezuela e Cile. L’approfondimento di Livio Zanotti

Il Coronavirus, fatalmente, è arrivato anche in America Latina. E fatalmente è stato subito metabolizzato dalla politica. Per negarne la nocività, come ha fatto in Brasile il presidente Jair Bolsonaro (che ora ha 2 infettati nel suo stesso staff); per usarlo da paravento come in Colombia o prendendo tempo nella speranza del miracolo. Con il governo argentino che ha già decretato l’emergenza nazionale e misure radicali. E il Messico che s’appresta a farlo. I casi accertati e dichiarati sono finora nell’ordine delle poche centinaia, su una popolazione di quasi 700 milioni di abitanti.

Le autorità sanitarie prevedono la fase acuta della pandemia tra 30/90 giorni. Quelle politiche già hanno varato limitazioni dei voli aerei con Europa, Stati Uniti e Asia, sospeso gli spettacoli di massa dal calcio ai concerti, alle ricorrenze pubbliche, mobilitando tutti i mezzi di comunicazione di massa per avvertire le popolazioni sui rischi di contagio e i modi per evitarlo o almeno ridurlo al minimo. Ma in quasi tutti i paesi l’emergenza sanitaria viene usata anche come strumento di distrazione di massa dai governi in difficoltà o di denunce politiche da parte delle opposizioni che pretendono smascherarne la strumentalizzazione.

In Cile il governo ha tenuto uno stato di pre-allarme, di fatto senza predisporre un’emergenza sanitaria. Molte decine di migliaia di manifestanti sono dunque tornati in piazza per celebrare il trentesimo anniversario della sconfitta di Pinochet e il ritorno della democrazia, ignorando il coronavirus. In pratica la loro protesta prosegue quasi ininterrotta dal 18 ottobre scorso. E di nuovo si è scontrata con le dure cariche della polizia che continua a sparare salve di lacrimogeni e di pallini di plastica metallizzati, sebbene pubblicamente condannati dalla commissione per la difesa dei diritti umani delle Nazioni Unite.

Nelle settimane scorse l’uso di questa fucileria mirata ad altezza del volto, ha lesionato gravemente gli occhi e in molti casi reso ciechi oltre centocinquanta manifestanti. Senza peraltro riuscire a smorzare la protesta. C’è una parte del paese, difficile da misurare ma di certo molto rilevante, e prevalente tra gli studenti e i giovani in generale, convinta di dover mantenere la pressione di piazza sul presidente Sebastian Piñera e su tutti i partiti senza eccezioni (che — per dare un’idea — negli ultimi 6 mesi hanno perduto complessivamente quasi 20mila iscritti) al fine di evitare che vengano meno agli impegni assunti . E perfino il coronavirus viene visto come un possibile pretesto.

Il prossimo 26 aprile, 14 milioni di cileni voteranno infatti per un referendum costituzionale che Piñera ha accettato per necessità ma anche per convinzione. Al contrario di altri settori della destra nazionale, egli non considera perduta la partita. Doveva contenere la sollevazione accesa cinque mesi addietro dalla sua decisione di aumentare il costo dei trasporti pubblici e rapidamente divenuta una contestazione generale delle istituzioni vigenti, accusate di essere anti-democratiche.

Il voto deciderà non solo sulla abolizione della Costituzione voluta da Pinochet e in vigore dal 1980; bensì — e non è un dettaglio minore, poiché probabilmente cambierà i rapporti di forza parlamentari attualmente favorevoli alla destra —, anche se a redigere l’eventuale nuovo testo dei diritti fondamentali sarà l’attuale Parlamento integrato per metà da nuovi eletti, oppure da un’Assemblea Costituente totalmente rinnovata. Sarà la prima volta nella sua storia che il popolo cileno interverrà direttamente nella formulazione della sua Magna Carta.

Con le manifestazioni di protesta se la deve vedere anche il presidente della Colombia, Ivan Duque, che in questi giorni è stato messo ancor più nei guai dal sospetto di aver comprato voti decisivi per la sua elezione, nel giugno 2018, attraverso il noto narcotrafficante José Hernàndez, indagato per omicidio dalla giustizia ed egli stesso assassinato l’anno scorso in Brasile. Il soprannome del narco era Ñeñe, un soprannome compiacente, trasformato immediatamente dal sarcasmo popolare in Ñeñe-virus, ad indicare la pericolosità che rappresenta adesso per il Presidente e il suo partito, il Centro Democratico. I giornali pubblicano una gran quantità di foto in cui Hernandez è abbracciato sia con Duque, sia con il suo massimo sostenitore, l’ex presidente Alvaro Uribe, e una loro stretta collaboratrice, Maria Claudia Daza, che appena esploso lo scandalo ha lasciato la Colombia. Mentre Uribe va sotto inchiesta della magistratura.

In Venezuela Nicolas Maduro spera che il coronavirus gli eviti le scadenze elettorali di quest’anno e costringa le opposizioni a frenare la protesta contro il governo. Qualche suo ministro dice persino che potrebbe uscirne rafforzato, poiché lo stato ed essenzialmente le forze armate risultano indispensabili nel caso di crisi sanitaria. Non infondato, all’opposto, il timore che nel caso in cui la piaga virale invada anche il paese caraibico, purtroppo probabile malgrado il suo parziale isolamento, potrebbe determinare una situazione di ingovernabilità totale.

Con produzione e prezzi petroliferi in discesa, l’economia si regge oggi acrobaticamente sui trampoli dei sussidi pubblici da una parte e della dollarizzazione del mercato libero dall’altra. È penoso immaginare come lo scossone della pandemia, che già assedia gran parte del mondo, potrebbe mandare d’un colpo gambe all’aria non solo il già vacillante sistema sanitario bensì la vita quotidiana del Venezuela. Se dovesse determinarsi questo scenario, gli effetti potrebbero rapidamente contaminerebbero gli equilibri politici  del subcontinente.

 

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