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Che cosa succede nel Brasile di Bolsonaro. Il Taccuino di Zanotti

di

Bolsonaro

L’approfondimento di Livio Zanotti dopo un anno di presidenza Bolsonaro in Brasile

La notizia più drammatica riporta cinquantaquattro morti nelle ultime 48 ore e l’esercito che lentamente interviene a circoscrivere il prolungato ammutinamento della polizia nel nordestino stato di Cearà. Ma ci sono anche episodi di narcotraffico nei corpi armati dello stato, pesanti interferenze per interessi personali del presidente Jair Bolsonaro nel sistema giudiziario, l’economia che resta ferma e invece la ripresa della criminalità organizzata, decisioni apertamente contraddittorie a disorientare il Brasile. La sua è una dimensione continentale e i molti, diversi e tutti gravi problemi che l’assillano vanno misurati su questo gigantismo; tuttavia quelli sommati in poco più d’un anno dal governo appaiono allarmanti. Organizzazioni internazionali, gran parte della stampa nazionale da Folha a Veja, il New York Times li denunciano come un’inversione di marcia rispetto alle promesse elettorali e alle urgenti necessità del paese.

Tra la capitale Fortaleza e la cittadina di Sobral, nello stato di Cearà, uno dei più miseri del Brasile, governato dall’opposizione del Partito dei Lavoratori (PT), i socialdemocratici di Lula, oltre un migliaio di poliziotti che chiedono aumenti di stipendio e maggior libertà d’azione (cioè oltre i limiti della legge) si sono asserragliati da settimane dentro e attorno alcune caserme. Le trattative tra il governatore Camilo Santana e i dirigenti del sindacato per risolvere la vertenza sono state respinte pregiudizialmente da una parte dei rivoltosi. Le cui identità sono in gran parte sconosciute così come indefinito è il loro numero perché fuori d’ogni controllo. Tutti quelli visibili, in quanto pattugliano i limiti delle zone occupate o comunicano con le autorità civili e militari intervenute, sono incappucciati. I telegiornali che ne rimandano le immagini commentano che non si sa neppure se siano effettivamente tutti agenti di polizia.

Tanto meno, quindi, si conoscono gli armati che hanno aperto il fuoco contro il notissimo senatore Cid Gomez, che a bordo di una macchina scavatrice tentava di superare gli sbarramenti posti dagli insorti. Né i responsabili di vari tafferugli con cittadini che protestavano contro l’insubordinazione e con altri parlamentari giunti nella provincia da Brasilia. C’è la crescente preoccupazione che la rivolta possa contagiare altri 6 stati nei quali analoghe vertenze oppongono le rispettive polizie alle amministrazioni locali. Visti i non pochi né leggeri reati commessi, i ribelli chiedono adesso una amnistia preliminare a qualsiasi proseguimento del negoziato sulle precedenti rivendicazioni. Divenuta preminentemente politica, l’eco della vicenda ha investito il Congresso di Brasilia e il governo. Bolsonaro è accusato di seguire più il Carnevale che le urgenze del paese, alcuni precisano che questa la sta sfuggendo perché poliziotti e militari sono suoi elettori.

Gli ricordano, rimproverandolo, contraddizioni e incoerenze che dividono polemicamente anche alcuni membri del governo. A poche settimane dalla campagna contro i medici cubani, cacciati come agenti castristi e poi silenziosamente per oltre un terzo richiamati in servizio. Perché il Brasile è carente di personale sanitario, che inoltre raramente accetta di andare a risiedere presso le innumerevoli piccole comunità delle zone più isolate, disagevoli e spesso pericolose. Quelli cubani hanno in cambio una preparazione professionale mirata alla massima efficienza proprio in condizioni ostili, di penuria e pronto soccorso. Vasto e sempre retribuito, il loro impiego in diversi paesi latinoamericani e dell’Africa ha motivazioni funzionali che vanno ben oltre la solidarietà politica tra governi. Alle quali il tempo ne aggiunge di umane e personali: sommano a centinaia i medici cubani che nel frattempo hanno sposato cittadini o cittadine brasiliani.

Ad affondare anche oltre l’allarme per l’ordine pubblico e la stagnazione economica, giunge la vera e propria censura della missione inviata dall’Organizzazione Europea per la Sicurezza e la Cooperazione (Ocse) e della OnG International Transparency sulla rinuncia alla lotta contro la corruzione e il riciclaggio. Rinviata di molti mesi la legge che dovrebbe separare le funzioni del giudice inquirente da quello giudicante (un obbrobrio da decenni scomparso da qualsiasi sistema giudiziario minimamente garantista), Bolsonaro ha destituito il capo della polizia di Rio de Janeiro e quello dell’organismo federale anti-corruzione che investigavano il figlio Flavio, eletto senatore nell’ultima consultazione e accusato di riciclaggio. E ha ignorato la tradizione secondo cui il Presidente nomina il Procuratore capo della Nazione, scegliendolo tra i tre candidati proposti dai procuratori dei diversi uffici distrettuali. Accentra su di sé l’esercizio d’ogni suo potere.

Vuol disfarsi della Funai, la fondazione statale che non esente da critiche e sempre a corto di mezzi si sforza tuttavia da molti decenni di difendere i diritti degli indios brasiliani, proteggendoli quando ci riesce  da violenze, sopraffazioni e ruberie di allevatori, latifondisti, avventurieri d’ogni risma e disperati cercatori d’oro che inquinano i corsi d’acqua con il mercurio che usano per lavarlo.

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