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Coronavirus, le Regioni sbuffano sulle prefetture e chiedono un vademecum sulla fase 2

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Come procede il confronto tra Stato e Regioni su test sierologici e non solo per la fase 2. Tutti i dossier e le tensioni

Le Regioni alla fine hanno alzato un po’ la voce e hanno chiesto una cabina di regia congiunta, facendo partire dal basso la domanda di maggiore coordinamento.

La richiesta del gruppo di lavoro Covid-19 tra Stato e Regioni è del 10 aprile, la prima riunione del 14 aprile, a oltre un mese e mezzo dalle prime zone rosse, e dopo dubbi e polemiche. Riportando il confronto nel tavolo istituzionale, le Regioni provano a sminare la polemica e le sue conseguenze neocentraliste (sostenute tra l’altro dallo scrittore Roberto Saviano, dal ministro agli Affari regionali Francesco Boccia e dal giurista Sabino Cassese), evidenziando mancanze statali e offrendo disponibilità a collaborare.

In vista della proroga del lockdown fino al 3 maggio, alla vigilia di Pasqua le Regioni avevano posto nove richieste poi rilanciate il 14 aprile, di maggiore coordinamento e uniformità su problemi in attesa, partendo dalla necessità di un unico vademecum nazionale per il distanziamento sociale e per l’uso di mascherine e protezioni.

E’ loro parsa evidente priorità anche l’armonizzazione delle deroghe delle varie prefetture statali per le attività economiche disciplinate dai DCPM.

Secondo la Uil, a fine marzo vi erano per esempio 15.980 deroghe prefettizie per la riapertura di aziende in Emilia-Romagna, 14.279 in Lombardia, 10.600 in Veneto, 4.664 in Piemonte. Nelle Regioni sono sorti dubbi su riaperture in deroga con il metodo del “silenzio-assenso”, che varie prefetture indicavano come funzionali ad attività essenziali (come gli imballaggi per gli alimenti). Secondo il consigliere regionale dell’Emilia-Romagna Igor Taruffi, il 9 aprile la ripresa di attività di 1273 imprese nella sola provincia di Piacenza comprendeva diverse aziende non comprese nei codici ATECO previsti dal DCPM.

Le Regioni hanno poi proposto da un lato sperimentazioni di riapertura che facciano da esempio e prova per tutte le Regioni, e dall’altro di permettere alle imprese di adeguare le proprie condizioni di sicurezza per la fase 2. Per esempio, i presidenti di Regione chiedono che cessino le confische statali dei dispositivi acquistati sul mercato internazionale per permettere alle imprese – che hanno fatto gli ordini ma li vedono sottratti in aeroporto – di dotarsene per i propri dipendenti.

Il 10 aprile, le Regioni hanno chiesto al Governo di sciogliere il nodo del monitoraggio epidemiologico, ed è questo il punto più rilevante. Oltre all’app di tracciamento, si proponeva di rompere gli indugi statali e di procedere con una campagna questa volta nazionale di test sierologici – finora iniziata da Toscana, Emilia Romagna e Veneto, solo ai primi passi in Piemonte e Liguria. Il 15 aprile il Comitato tecnico scientifico nazionale ha infine reso noto il tipo di test sierologico adottato, annunciando una campagna di monitoraggio su 150mila persone, analoga a quella del Robert Koch Institut per la Germania.

Con un sistema di governo centralizzato dai DPCM, le Regioni (tranne la Valle d’Aosta e le due province autonome di Trento e Bolzano) hanno anche prodotto un elenco di problemi regionali da risolvere a livello centrale, aggiornato al 15 aprile – alcuni di confronto politico ma numerosi per aspetti puntuali, dall’agricoltura calabrese alla gestione del latte in Emilia-Romagna, dal trasporto pubblico in Liguria al turismo nelle Marche. Si tratta di questioni che, ricentralizzandosi, diventano poi una gigantesca richiesta di maggiori risorse e aiuti dallo Stato.

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