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Ecco come l’America inizia a temere il Covid-19: dichiarata l’emergenza nazionale

di

Trump

Che cosa succede negli Stati Uniti al tempo del Covid-19? Tutte le ultime novità nell’articolo di Marco Orioles

È solo nlle ultime 48 ore che il popolo americano sta afferrando tutta la gravità dell’emergenza Covid-19.

È una consapevolezza che si sta sviluppando man mano che si susseguono le decisioni drastiche e iper-cautelative da parte di governo, autorità locali e imprese.

Il presidente americano Donald Trump ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale in tutti gli Stati Uniti per contrastare il diffondersi dei contagi da coronavirus.

Nella sola giornata di ieri, studenti e genitori di Ohio, Maryland e altri Stati dell’Unione hanno appreso infatti della chiusura di scuole e college, mentre gli Stati di Washington e New York proibivano gli assembramenti anche più piccoli, Broadway spegneva le luci e il leggendario Metropolitan Museum of Art chiudeva i battenti alle tre proprie sedi, inclusa quella sulla Fifth Avenue.

Ma non c’è niente di più scioccante, per il Paese che ha inventato l’entertainment di massa, che assistere alla chiusura di Walt Disney World, il famoso parco di Orlando che da ieri non accoglie più bambini e genitori giulivi: un destino che accomuna  – per decisione (soffertissima: si parla di una macchina da soldi che fa entrare nelle casse dell’azienda 26 miliardi l’anno) della stessa Disney –  tutte le undici strutture similari che l’azienda ha costruito in Nord America, Europa ed Asia, Disneyland Paris inclusa.

Ma ieri il terrore si è sparso anche tra chi non ha la fortuna di avere bimbi e consorti ed è uso trascorrere il tempo libero rivolgendosi allo sport. E non dev’essere stata serena la reazione di chi ha scoperto la sospensione sine die della stagione dell’NBA, anche perché il campionato più appassionante di tutti non è l’unica vittima illustre del Covid-19. Le cancellazioni sportive hanno riguardato infatti anche NHL, MLS, MLB e non hanno risparmiato nemmeno uno degli eventi più attesi dell’anno: la March Madness, competizione maschile e femminile di basket organizzata dalla NCAA che avrebbe dovuto prendere il via con il Selection Sunday del prossimo giorno 15.

Se a questi segnali aggiungiamo il forte aumento dei contagi – il cui numero ha toccato ieri sera quota 1.663, con un aumento di più del 50% in appena tre giorni – il risultato non può che essere il panico.

Panico che si è manifestato puntuale nella Borsa di New York, che ha registrato il calo percentuale – quasi dieci punti netti in meno –  più robusto dal famoso “lunedì nero” del 1987 in cui le azioni a stelle e strisce persero in un colpo solo il 20% del proprio valore.

Il Dow Jones in particolare ha lasciato 2.000 punti sul terreno e prosegue così una a china negativa che l’ha visto perdere recentemente il 30%, poco più di quanto è successo allo S&P (-26%) nello stesso periodo.

La situazione sarebbe stata tuttavia peggiore se ieri non fosse intervenuta con il bazooka la Federal Reserve, che ha annunciato l’intenzione di pompare 1,7 trilioni di dollari nel sistema bancario Usa oltre che di fare incetta di buoni del tesoro in una duplice mossa che a Lou Crandall, capo economista di Wrightson ICAP, ricorda quanto l’istituto fece dodici anni fa in occasione della grande crisi finanziaria.

È questo il contesto in cui un Donald Trump fino all’altro giorno attendista ha assunto il comando della lotta al nuovo male cercando di dare l’impressione opposta a quella trasmessa quando, ancora all’inizio di questa settimana, affermava pubblicamente i suoi dubbi sulla letalità del Covid-19.

Ci ha pensato il suo vice Mike Pence, in particolare, a chiudere la fase del para-negazionismo con una ammissione ai reporter: richiesto di un parere sulla valutazione del medico del Campidoglio secondo il quale il Coronavirus potrebbe contagiare fino ad un terzo del popolo americano, Pence ha dovuto ammettere che il virus potrebbe far registrare “migliaia” di casi.

“Lascerò che siano gli esperti a fare una stima di quante persone potranno essere contagiate”, ha affermato il vicepresidente chiudendo ufficialmente, e per fortuna, una polemica non meno dannosa del virus stesso

Dopo l’eccesso opposto, insomma, gli Usa hanno imboccato la via della massima prudenza. E siccome il commander in chief non può  essere da meno, eccolo ieri non solo ignorare la nota di protesta dell’Unione Europea  per la sua decisione di bloccare l’accesso ai passeggeri in volo per gli Usa, ma ventilare anche uno stop ai voli interni qualora siano diretti verso zone dove il coronavirus è ormai “too hot”.

Ormai per The Donald non c’è però in ballo la sola rielezione, che più di qualcuno in questi giorni considerava a rischio.

Anche per l’uomo più potente del mondo, infatti, il virus arrivato dalla Cina rappresenta uno spettro accampato dietro la porta. La stessa porta cioè –  ci riferiamo al resort di Mar-a-Lago in Florida dove il presidente Usa intrattiene spesso e volentieri i suoi ospiti – che è stata varcata pochi giorni fa dal presidente brasiliano Jair Bolsonaro e soprattutto dal suo addetto stampa Fabio Wajngarten risultato poi positivo al Coronavirus.

E se una fonte dell’entourage presidenziale ha fatto sapere che The Donald è “molto preoccupato per le persone che può aver incontrato” in quel contesto, “incluso il brasiliano”, c’è qualcuno che ha avuto la sventura di essere presente e non vuole correre rischi: sono i senatori Rick Scott e Lindsey Graham, che si sono già messi in auto-quarantena.

Alla fine il presidente americano Donald Trump ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale in tutti gli Stati Uniti per contrastare il diffondersi dei contagi da coronavirus.

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