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Come gioca in Somalia il tandem Turchia-Qatar (anche su Silvia Romano)

Turchia Somalia

Caso Silvia Romano. In Somalia si muovono su opposti fronti Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti da un lato e Qatar e Turchia dall’altro. L’approfondimento di Marco Orioles

Così, grazie alla liberazione di Silvia Romano, abbiamo saputo che la Turchia sguazza in Somalia.

Niente di nuovo naturalmente, compresa l’identità degli altri attori che stanno facendo il bello e il cattivo tempo non solo da quelle parti ma in tante altre aree del mondo – dice niente il nome Libia? – e che ovviamente non potevano starsene con le mani in mano in una regione che strategica è dir poco come il Corno d’Africa.

Per quanto sia un paese piccolo, economicamente disastrato e privo di stabilità politica da generazioni, la Somalia è diventata da qualche anno una pedina fondamentale del grande scontro in atto per la supremazia politica, militare, culturale ed economica all’interno del mondo islamico.

Un gioco che, in Somalia, vede cimentarsi come altrove su fronti opposti Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti da un lato e Qatar e Turchia dall’altro. Paesi allettati, oltre che dal desiderio di tirare fuori dai guai (leggasi: Shabab) quello che in futuro potrebbe rivelarsi un fedele vassallo, da una collocazione geografica che pone la Somalia a un tiro di schioppo dalle più importanti rotte petrolifere e commerciali del pianeta e la la benedice con un litorale che, qui come nel resto del Corno d’Africa, ha scatenato la corsa a chi se ne accaparra i porti più strategici.

Come già spiegava due anni fa a Reuters il presidente dell’International Crisis Group, Rob Malley, la Somalia si è trovata al centro della corsa frenetica da parte delle potenze islamiche impegnate a “tentare di espandere la propria influenza lungo” queste e le altre coste della regione.

Chi, secondo un diplomatico occidentale confidatosi sempre con Reuters, ha abbandonato ogni prudenza per tentare di fagocitare la Somalia e, dopo debiti interventi infrastrutturali estesi anche alle vicine Gibuti ed Eritrea, trasformare le sue coste e quelle vicine nel proprio “fianco occidentale di sicurezza” sono stati gli Emirati Arabi Uniti.

Dobbiamo risalire al lontano 2012 per vedere la strategia emiratina cominciare a dispiegarsi in quella che, col passare degli anni, apparirà sempre più come una sua terra di conquista con un piano d’azione articolato in due fasi: l’avvio di operazioni militari in Somalia per contrastare tanto la pirateria che imperversava nelle sue coste quanto l’insurrezione islamista degli Shabab, e l’inizio di uno shopping di infrastrutture portuali passibili di essere utilizzate come avamposti militari nella zona che dal Corno d’Africa va al Golfo di Aden.

Sono almeno una dozzina i porti che, nel tempo, sono passati di mano. E i più problematici, alla fine, si sono rivelati proprio quelli somali su cui gli Emirati hanno cominciato ad affondare le proprie fauci sin dal 2016.

Risale a quell’anno infatti l’investimento di 440 milioni di dollari fatto da DP World, il quarto operatore portuale degli Emirati, per acquisire il controllo del porto di Berbera, che sorge nella regione settentrionale del Somaliland. .All’epoca si vociferava di una presunta partecipazione del governo etiope, che successive rivelazioni di stampa quantificheranno nel 19% delle quote del porto.

Un anno dopo era già bis per gli Emirati con il contratto da 336 milioni di dollari con cui la stessa DP World si aggiudicava i lavori per l’espansione del porto di Bosaso a nord di Mogadiscio, nel cuore della regione semi-autonoma del Puntland.

Pur contenendo già il potenziale per pericolosi incidenti, queste mosse non avrebbero innescato l’odierna guerra di tutti contro tutti in Somalia se non fosse stato per l’avvio, nell’estate del 2007, del conflitto diplomatico interno al Consiglio di Cooperazione del Golfo che vide il Qatar messo all’indice dalle monarchie sorelle per una sfilza di accuse che andavano dal sostegno al terrorismo alle indebite relazioni con il nemico iraniano.

Sebbene si siano fatti sentire dappertutto, gli effetti di questa guerra intestina furono particolarmente intensi proprio in Somalia, trasformatasi seduta stante in uno dei fronti dello scontro.

Come rilevava l’anno scorso il New York Times, Emirati Arabi Uniti e Qatar iniziarono a mettere a disposizioni armamenti e istruttori militari alle opposte fazioni e a chissà chi altri. Se però l’ obiettivo era continuare ad estrarre il massimo vantaggio in termini di nuovi contratti e concessioni da ottenere a scapito dei rivali, il risultato si poté raccogliere anche sotto la forma di una ulteriore destabilizzazione della Somalia e di una sequenza di episodi di violenza dietro cui si intravedevano nitidamente le sagome di lontani burattinai.

Il campanello d’allarme suonò nel febbraio 2019, quando due militanti travestiti da pescatori fecero irruzione nel porto di Bosaso, uccidendo il manager e ferendo tre addetti. L’attacco fu prontamente rivendicato dagli Shabab, a detta dei quali la compagnia emiratina che gestisce il porto, ossia P&O, “occupava” illegalmente la struttura.

La reazione degli attaccati fu veemente come l’accusa rivolta al Qatar di sostenere gli Shabab. Accusa che trovò parzialmente concorde all’epoca una specialista di Somalia dell’Università di Washington con un passato al Dipartimento di Stato Usa, Tricia Bacon, per la quale il Qatar non aveva nemmeno bisogno di stringere accordi con gli islamisti per assicurarsi la loro collaborazione in attacchi alle infrastrutture emiratine. Inquadrare gli Shabab come “proxy” del Qatar, d’altro canto, non faceva che rientrare a pennello nella percezione di un Paese incline ovunque a fomentare e foraggiare le rivolte jihadiste.

Di fronte a questi episodi, e al montare del sospetto di inverecondi rapporti tra Qatar, Turchia e tagliagole assortiti, la reazione non si è fatta attendere, ed è arrivata attraverso la decisione di emiratini e sauditi di dar man forte alla causa secessionista del Somaliland (che Riad ha riconosciuto de facto) e del Puntland.

Il primo affronto si è registrato nella primavera 2018 quando, nel giro di pochi giorni, alcuni funzionari del Puntland hanno fatto tappa negli Emirati per incontrare il management di P&O e discutere di nuovi investimenti portuali, e il presidente del Somaliland Abdiweli Mohamed Ali ha poi accolto nella sua residenza alcuni diplomatici del nuovo partner per discutere su come “potenziare i rapporti bilaterali”.

Diventava nel frattempo di dominio pubblico l’ennesima provocazione: l’accordo tra Abu Dhabi e Somaliland per l’addestramento delle forze di sicurezza di quest’ultima.

Da quel momento in poi, il barometro dei rapporti tra Emirati e Somalia ha virato decisamente verso la tempesta.

La prima contromossa somala fu anzi immediata: il monito del ministro degli Esteri a DP World affinché troncasse i rapporti con i funzionari del Somaliland coi quali era stato appena pianificato lo sviluppo di una zona economica speciale intorno al porto di Berbera. Un accordo che andava annullato, disse  Ahmed Isse Awad, alla luce del fatto che “il Somaliland punta a diventare uno stato indipendente dalla Somalia”, le cui legittime autorità erano state “bypassate” in quella che secondo l’ambasciatore somalo all’Onu Abukar Osman si configurava come una chiara “violazione della legge internazionale”.

Pochi giorni dopo, l’escalation: le autorità somale sequestrarono quasi 10 milioni di dollari in contanti a bordo di un jet degli Emirati in transito nell’aeroporto di Mogadiscio. Quelli che per Abu Dhabi erano soldi destinata a pagare i salari dei soldati e poliziotti somali addestrati dalle truppe emiratine, per Mogadiscio rappresentavano invece il viatico per future azioni volte a destabilizzare il Paese.

A differenze delle scuse somale, che non arrivarono mai, le conseguenze non si fecero attendere, a arrivarono attraverso la repentina cancellazione della cooperazione militare tra Emirati e Somalia. Una collaborazione che si chiuse nell’ignominia di depositi di armi e munizioni degli Emirati in Somalia saccheggiati alla luce del sole.

Ed è proprio questo il momento in cui il Qatar intuisce la grande opportunità. E si mette immediatamente in moto.

A meno di un mese dall’incidente dell’aeroporto di Mogadiscio, Doha staccava un assegno di 385 milioni di dollari per il governo centrale somalo destinato all’assistenza umanitaria, al settore educativo e alla realizzazione di nuove infrastrutture.

Si metteva in moto, nel frattempo, anche la danarosa macchina del Fondo per lo Sviluppo del Qatar, che varò seduta stante una pletora di progetti in favore della Somalia.

All’alba del 2019, la nuova partnership somala-qatarina faceva quindi un passo da gigante con la fornitura da parte di Doha di 68 veicoli corazzati.

Fu l’atto di nascita di una pur embrionale cooperazione militare che si manifestò anche attraverso il trasferimento negli ospedali del Qatar dei soldati di Mogadiscio rimasti feriti negli attacchi messi a segno dagli Shabab.

E siccome da cosa nasce cosa, ecco che poco tempo dopo il ministro degli Esteri del Qatar Sheikh Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani fece tappa in Somalia con un dono: i piani per realizzare, con un cospicuo investimento da parte della Qatar Ports Management Company (Mwani), un nuovo porto a Hobyo, località nella regione centrale di Mudug che riveste un enorme valore strategico per via della sua prossimità con lo stretto di Bab-el-Mandeb, quello da cui transitano ogni giorno innumerevoli petroliere dirette verso il canale di Suez.

Chi non rimase in silenzio di fronte ad una mossa chiaramente concepita come uno schiaffo fu l’Arabia Saudita, che reagì alla notizia dell’accordo sul porto di Hobyo scatenando una campagna mediatica di demonizzazione del Qatar accusato come sempre di finanziare il terrorismo e adesso anche di sfruttare i miseri somali.

A questo punto la leggenda vuole che i sauditi abbiano offerto – ricevendo un secco diniego – 80 milioni di dollari alla Somalia per troncare i rapporti col Qatar. A riferirlo fu un quotidiano locale, che rimarcava “le pressioni esercitate dall’Arabia Saudita sul governo somalo affinché ribaltasse la sua decisione di rimanere neutrale” nella disfida del regno col Qatar.

Indignata per il rifiuto, l’Arabia Saudita replicò accogliendo i pellegrini islamici del Somaliland in occasione dell’annuale pellegrinaggio alla Mecca accettando il passaporto emesso dalle autorità della regione secessionista. Un affronto aggravato dal primo cittadino del Somaliland che poté beneficiare della decisione, ossia il presidente Muse Bihi.

Da allora, i rapporti tra Somalia e Qatar non hanno fatto altro che intensificarsi. Se dunque nel novembre scorso il nuovo benefattore dei somali ha provveduto a donare loro 25 milioni di dollari per estinguere parte del loro debito con la Banca Mondiale, a dicembre l’ambasciatore del Qatar a Mogadiscio è stato il protagonista di una cerimonia durante la quale, alla presenza del ministro dei trasporti somalo e di numerosi parlamentari, sono state donati all’Autorità per l’Aviazione Civile somala numerosi computer, stampanti e altre attrezzature radio destinate agli aeroporti del paese.

Lungi dall’essere finita, la manna del Qatar sembra invece destinata ad intensificarsi quando, nei prossimi mesi, sarà completata e inaugurata la sua nuova ambasciata somala il cui progetto è stato diffuso via Twitter dal Direttore della Pianificazione e delle Relazioni Internazionali del ministero dell’informazione somalo

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