Berlino si allontana da Donald Trump e la vecchia alleanza si incrina sullo sfondo della guerra in Iran. Sono ormai lontani i tempi in cui Friedrich Merz curava i rapporti con il presidente Usa omaggiandolo dell’autentico certificato di nascita del nonno Friedrich Trump, nato nel 1869 nel piccolo villaggio tedesco di Kallstadt. Ora il cancelliere si trova ora al centro di una frattura politica con Washington che rischia di ridefinire gli equilibri transatlantici.
La richiesta di Trump di un coinvolgimento diretto degli alleati Nato in un’operazione militare nello Stretto di Hormuz – strategico per il traffico mondiale di petrolio e attualmente bloccato dall’Iran – ha trasformato un rapporto inizialmente cordiale in uno scontro pubblico, con possibili conseguenze diplomatiche, militari ed economiche per la Germania.
LA ROTTURA SULL’OPERAZIONE NELLO STRETTO DI HORMUZ
La tensione è esplosa quando Washington ha chiesto ai partner dell’Alleanza atlantica di partecipare a una missione militare considerata ad alto rischio nella regione del Golfo. Berlino ha respinto l’ipotesi di un coinvolgimento diretto, segnando una netta distanza dalla strategia americana. Il ministro della Difesa Boris Pistorius ha sintetizzato la posizione tedesca affermando: “Questa non è la nostra guerra”, una dichiarazione che ha suscitato l’immediata reazione del presidente statunitense.
Trump ha accusato gli alleati europei di mancanza di coraggio, definendoli “codardi”, e durante un congresso politico a Miami ha attribuito erroneamente la frase allo stesso Merz, sostenendo di averlo sentito dichiarare che il conflitto non riguardava la Germania. Nello stesso intervento, il presidente ha aggiunto: “Neanche l’Ucraina è la nostra guerra, ma abbiamo aiutato”, rafforzando la pressione politica su Berlino.
Il cancelliere tedesco ha respinto ogni richiesta di ritrattazione, mentre da Washington è arrivato l’avvertimento che le sue parole non potevano rimanere senza conseguenze politiche. La polemica ha segnato un cambio di tono radicale rispetto alle prime settimane del mandato di Merz, quando Trump lo aveva pubblicamente definito “un amico” dopo gli incontri alla Casa Bianca.
DIVERGENZE STRATEGICHE
Alla base dello scontro vi è anche il metodo con cui gli Stati Uniti hanno avviato la campagna militare contro l’Iran, senza un preventivo coordinamento con gli alleati Nato e al di fuori di un quadro di difesa collettiva. Berlino ha ribadito la disponibilità a contribuire soltanto in una fase successiva, ad esempio per garantire la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz dopo un eventuale cessate il fuoco.
Le parole di Merz si sono fatte negli ultimi giorni progressivamente più dure. Durante un evento pubblico organizzato dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung, il cancelliere ha dichiarato che le mosse americane non rappresentano un tentativo di ridurre le tensioni, ma piuttosto “una massiccia escalation dall’esito incerto”, riferendosi anche alla possibile ipotesi di impiego di truppe terrestri statunitensi.
Negli ambienti diplomatici europei si discute se la Germania avrebbe potuto offrire forme di cooperazione indiretta, evitando però un coinvolgimento bellico. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, ad esempio, durante il suo recente viaggio nella regione del Golfo, ha stretto accordi di cooperazione con paesi come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti per la difesa contro i droni. Berlino si è invece tenuta alla larga e l’attuale confronto verbale evidenzia un crescente divario tra le priorità strategiche di Washington e quelle tedesche.
LE POSSIBILI CONSEGUENZE PER LA GERMANIA
La disputa assume un peso particolare per la Germania, sia sul piano della sicurezza sia su quello economico. Secondo indiscrezioni riportate dalla stampa britannica, Trump avrebbe nuovamente evocato la possibilità di ridurre la presenza militare americana in Germania, elemento centrale dell’architettura difensiva europea e della protezione nucleare garantita dagli Stati Uniti.
Questione che alimenta anche il dibattito interno tedesco, immediatamente accesosi sull’argomento: AfD, per bocca di uno dei suoi leader (il più filorusso Tino Chrupalla, mentre Alice Weidel passa per essere più simpatizzante del mondo Maga) ha rilanciato la richiesta di un ritiro delle truppe americane dal territorio nazionale.
Parallelamente, l’aumento delle provocazioni russe sul fianco orientale della Nato accresce le preoccupazioni strategiche in un momento in cui gli Stati Uniti appaiono sempre più concentrati sul Medio Oriente.
LE RICADUTE MILITARI
A complicare il quadro contribuiscono anche le ricadute militari e industriali: l’intenso utilizzo dei sistemi di difesa Patriot nel Golfo sta riducendo le scorte disponibili, mentre la Germania resta dipendente dalla produzione statunitense per armamenti cruciali, inclusi i missili di difesa aerea e i nuovi caccia F-35.
Sul fronte economico, il blocco dello Stretto di Hormuz continua a spingere verso l’alto i prezzi del petrolio, aggravando i costi energetici per imprese e consumatori. Più a lungo durerà l’interruzione delle rotte marittime, maggiore sarà la pressione sull’economia tedesca, già esposta alle oscillazioni dei mercati energetici globali.
Lo scontro tra Merz e Trump rischia dunque di non rimanere confinato soltanto a un episodio diplomatico, ma di rappresentare un ulteriore segnale della ridefinizione dei rapporti transatlantici tra alleati storici dal secondo dopoguerra. Una grave frattura era in realtà già avvenuta ai tempi della guerra in Iraq, quando Gerhard Schröder, affiancando il presidente francese Jacques Chirac, si oppose a George W. Bush. Ma quello era un altro contesto rispetto ai rivolgimenti epocali di questi tempi.







