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Come e perché la Germania di Merkel fa affari con la Cina

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Obiettivi, sfide e scenari per la Germania di Merkel (non solo sulla Cina)

Eric Langenbacher – che pure si era affermato come uno dei più autorevoli osservatori dell’evoluzione politica della Germania contemporanea, – nel 2017 firma un volume dal titolo: Twilight of the Merkel Era: Power and Politics in Germany after the 2017.

Alla luce di quanto accaduto in questi sei mesi di presidenza europea e più in generale della brillante prova nella gestione del Covid-19 è davvero uno strano tramonto quello della Cancelliera: piegare le resistenze degli ultra falchi rigoristi in Olanda, Finlandia e Austria, e allo stesso tempo degli euroscettici a Varsavia e Budapest per sbloccare i fondi del Recory, portare in porto – in extremis – l’accordo sulla Brexit e infine incassare un via libera (in attesa del pronunciamento del Parlamento europeo) di un accordo strategico con la Cina – il Bilateral Investment Agreement (Bit) – che potrebbe rappresentare uno dei pilastri dell’architettura del mondo post Trump.

Negli anni, la presidenza di turno di aveva abituato a stanchi riti e a tanta retorica, qui siamo di fronte a un sostanziale cambio di passo.

Tutti e tre i traguardi portano il peculiare segno della personale strategia negoziale della Merkel: negoziare, negoziare e ancora negoziare, a oltranza, fino alla dead line e oltre se necessario, fino allo sfiancamento fisico e psicologica delle controparte, tutto al fine di chiudere il miglior deal possibile. In particolare il Bit è stato chiuso al XXXV round negoziale e dopo ben 7 anni di trattative (sovrapponibili con gli ultimi tre della presidenza di Obama e i quattro di quella di Trump: entrambe con una postura anti cinese) e si è concluso con concessioni considerate impensabili da parte di Pechino, come un aggiornamento della legge quadro cinese sulla proprietà intellettuale, un ampliamento della lista dei possibili investimenti stranieri, nuovi parametri sul rispetto del diritto internazionale delle condizioni di lavoro e dei parametri ambientali.

Nel raggiungere questi traguardi va sottolineato comunque anche il ruolo di Parigi (Macron si è speso in prima persona) e di Nicolas Chapuis (ambasciatore Ue a Pechino) che ha personalmente seguito la stesura – comma per comma – del documento finale.

Il mondo sovranista italiano ha sottolineato i rischi, ma alcuni numeri dovrebbero farci riflettere in modo meno ideologico: Eurostat ci dice che la Cina è il primo partner commerciale della Ue con 447 miliardi di interscambio (con un saldo positivo per Bruxelles) e Confindustria indica nel mercato cinese uno di quelli più interessanti per la penetrazione del made in Italy (con una crescita prevista del 20 per cento nei prossimi 5 anni).

Certo le ombre non mancano: il fronte dei diritti umani e delle minoranze resta un nervo scoperto, ma avremo modo di valutare se la strategia di dialogo sarà più o meno efficace del muro contro muro. Chi, a differenza di Langenbacher, aveva colto le potenzialità di questa nuova stagione merkeliana è stato certamente Claudio Landi, giornalista parlamentare di grande esperienza che nel 2019 aveva dato alle stampe Frau Merkel. Regina d’Europa (Passigli Editore; in primavera è prevista una edizione aggiornata).

In particolare, nel volume si sottolinea l’impostazione geopolitica “a più cerchi” che sta permettendo a Berlino di tenere rapporti positivi non solo in Europa ma anche in un mondo sempre più interconnesso e globale, da Est a Ovest.

Inoltre Landi ha voluto evidenziare come la Cancelliera s’ispiri al pensiero di Alfred Herrhausen, del quale l’autore traccia l’interessante percorso di vita, che termina tragicamente a seguito di un attentato da parte della Rote Armee Fraktion.

Herrhausen in quel novembre 1989 ricopre la carica di Presidente della Deutsche Bank: la Germania – da poco riunificata dopo la caduta del Muro di Berlino – ha in Helmut Kohl il cancelliere, che gestisce la complicata situazione interna di due realtà, la Rft e la Ddr, così drammaticamente socialmente ed economicamente diverse.

Herrhausen è depositario di un ruolo che lo indica come banchiere e grande stratega economico tra i più influenti della Germania: vedeva nell’espansione capitalistica verso l’est il modo per accrescere la ricchezza in tutta Europa, coinvolgendo i Paesi che uscivano dall’influenza sovietica, integrandoli in un nuovo processo economico globale. La bomba che esplode al passaggio dell’auto del banchiere interrompe il disegno che Herrhausen stava per presentare al mondo della finanza mondiale, ma il suo pensiero rimane impresso tra le nuove generazioni di politici ed economisti, non ultima la teoria che critica le politiche del debito perseguite da molte grandi banche europee, causa di recessione.

Strategie considerate nefaste e negative per le economie in crisi, auspicando che il debito dei Paesi fosse cancellato al settanta per cento, gli interessi ridotti del cinquanta per cento, spostando la scadenza dei prestiti a trent’anni: Herrhausen era convinto che le nazioni in difficoltà avessero bisogno di risorse e di nuove politiche di sviluppo, non certo di denaro fresco per alimentare nuovi debiti.

Oggi l’attenzione degli analisti più accorti è sulle prossime tappe: il congresso della CDU (a gennaio) e le elezioni tedesche (nel 2021) per capire come sarà riempito il vuoto che lascerà la Merkel.

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