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Come e perché Di Maio farà vedere le stelle a Conte

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Conte

Come si agita il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e perché il premier Giuseppe Conte non può stare troppo sereno

Certo, per restare al Corriere della Sera, dove ieri è sceso in campo il direttore in persona per prendere le distanze dai dubbi attribuiti al presidente della Repubblica sul rimpasto di governo, fortemente osteggiato dal presidente del Consiglio, non sembra di massimo auspicio, diciamo così, la vignetta di Emilio Giannelli che evoca un po’ per Giuseppe Conte i funerali di Diego Armando Maradona. Di cui sono ancora piene, per polemiche e quant’altro, le cronache giornalistiche e i palinsesti televisivi.

Ancor meno di auspicio è l’intervista concessa dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio allo stesso Corriere, di cui non si può proprio dire che sia convergente col monito levatosi contro il rimpasto, e qualsiasi altra iniziativa scomoda per Conte, dal capo della delegazione grillina al governo Alfonso Bonafede: il guardasigilli subentrato proprio a Di Maio.

Nel momento in cui dice che più del rimpasto egli vede come un pericolo “i veti sul Recovery”, cioè sull’uso dei fondi europei della ripresa, con allusioni sia alle discussioni interne su come gestirli, con centinaia di esperti il cui stesso numero è un problema, sia ai dubbi, alle preoccupazioni e a quant’altro nell’Unione sui ritardi con i quali si sa muovendo l’Italia, Di Maio praticamente dà l’impressione, a torto o a ragione, di essere quanto meno interessato a un rimescolamento delle carte nella maggioranza. Che magari s’intrecci con la fase finale dei fantomatici stati generali, a loro modo congressuali, del Movimento 5 Stelle in cui fargli riprendere almeno in parte, se non del tutto, il potere perduto a favore di un ormai stressato e consunto Vito Crimi. Si vedrà se e con quale supporto del “duro e puro” Alessandro Di Battista, riuscito a rimanere o a riprendere i rapporti con Di Maio.

Per quanto non gli manchino certamente pratiche internazionali di cui occuparsi al ministero degli Esteri, Di Maio in realtà è tutto preso dagli affari interni. E distilla le sue sortite con astuzia in tutte le direzioni possibili e immaginabili. Si sposta da destra a sinistra come una trottola: a destra, per esempio, nell’intervista odierna al Corriere, come aveva già fatto nei giorni scorsi sul Foglio guadagnandosi gli applausi e la promozione di un professore esigente come il forzista Renato Brunetta con un’apertura a ripensamenti sul cosiddetto reddito di cittadinanza, visti più gli ulteriori danni che vantaggi derivati alla lotta alla povertà.

Ora, pur frainteso dal direttore di Domani Stefano Feltri, che dev’essere rimasto fermo a notizie vecchie di qualche ora, Di Maio ha scoperto tutta la pericolosità dell’imposta patrimoniale proposta dalla sinistra di governo assicurando che mai e poi mai i grillini la faranno passare, come per altri versi lasceranno usare i crediti europei del fondo salva-Stati, pur riformato, per potenziare il servizio sanitario nazionale e indotto.

La mobilità e al tempo stesso fissità di Di Maio sono ormai tali che cominciano a dubitarne anche al Foglio. Che all’interesse e alle carezze dei giorni scorsi ha fatto seguire oggi una noterella avvelenata su un doppio gioco, o giù di lì, che il ministro degli Esteri starebbe sotto sotto facendo con “i due Mattei”, Renzi e Salvini, in ordine rigorosamente alfabetico, non certo per fare dormire sonni tranquilli al “principe azzurro” di Giannelli.

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