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Come (e con chi) Trump vuole accerchiare la Cina

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Il commento di Carlo Pelanda, saggista e analista, docente di geopolitica economica, sulla nuova grand strategy di riduzione netta del potere della Cina messa a punto dal Presidente Trump

La questione cinese sta trasformandosi da implicita a esplicita nelle relazioni internazionali. Negli anni 70 Henry Kissinger avvicinò l’America alla Cina per depotenziare l’impero sovietico, rimarchevole strategia divisiva di scuola geopolitica tedesca che sostituì quella troppo costosa del contenimento puntuativo e globale dell’Urss, avviandone il declino. Tale successo inserì nel pensiero strategico statunitense il concetto di utilità della Cina che influenzò sia le aperture di Bill Clinton sia la risposta non troppo ostile (contenimento solo indiretto) di G.W. Bush quando Pechino prese una postura imperiale nonché il tentativo di Barack Obama di arginarne l’espansione con un bastone troppo sottile (Tpp e Ttip).

La svolta dittatoriale di Xi Jinping, l’imposizione di un commissario politico in ogni azienda o fondo cinesi, il progetto di rendere la Cina primo potere globale nel 2049 e quello di dominio dell’Eurasia hanno reso esplicita e direttamente sfidante per l’America la questione cinese, annullando l’utilità della Cina e spingendo Donald Trump ad avviare una nuova grand strategy di riduzione netta del potere di Pechino. Il ricatto alla Germania serve a evitare la neutralità dell’Ue e a metterla in postura anticinese, così come la relazione privilegiata con l’Italia.

Il passo successivo sarà l’inclusione della Russia e di altri nel Pacifico nello schema di accerchiamento della Cina per comprimerla con una strategia del boa. La Cina sta reagendo, pur evitando frizioni dirette, ma non quelle via proxy, motivo di incentivi all’Iran e transfer tecnologico a Pyongyang, cercando di rompere l’accerchiamento, di dipendere meno dall’export e potenziando il controllo dell’orbita per dissuasione militare. Ma Pentagono e Nasa già nel 1994 avevano programmato il mantenimento della superiorità. Per inciso, è rilevante la disponibilità di Trump ad aprirla a collaborazioni italiane. I proxy saranno dissuasi dalla certezza di un bombardamento. La modifica del modello economico prenderebbe almeno un ventennio. Le nazioni rilevanti stanno limitando la penetrazione cinese.

Pechino non potrà arrendersi né far finta, come suggerirebbe Sun Tsu, perché i militari coglierebbero l’occasione per defenestrare Xi Jinping. L’unica arma di Pechino è che all’America e ai suoi alleati non conviene far implodere la Cina perché non c’è un prestatore di ultima istanza così grande da contenere il contagio globale di una sua crisi. Lo scenario è aperto, ma quelli detti sono i nuovi termini di riferimento che il mercato dovrebbe usare per valutare il rischio geopolitico globale.

Articolo pubblicato su Mf/Milano finanza

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