Energia

Eni, ecco tutte le cose turche tra Italia, Turchia, Cipro e Ue

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Il caso che riguarda Eni e Total a Cipro. La posizione dell’Ue. I rapporti fra Roma e Ankara. E le questioni militari. Fatti e approfondimenti


C’è sempre qualcuno che prova a destabilizzare gli equilibri. Se quel qualcuno è anche vicino di casa allora il problema è certamente più serio. E così, mentre Erdogan invade il nord della Siria, inneggiando ad una primavera di pace, ha anche aperto un altro fronte a Cipro, mettendo sotto tiro le trivelle di Eni e Total.

Si vocifera che Roma e Parigi siano pronte a inviare fregate di guerra per difendere le proprie aziende, ma per ora sono solo voci. Roma, per esempio, impiega 130 soldati italiani in Turchia per difendere lo spazio aereo dai missili che potrebbero arrivare dalla Siria (operazione Sagitta). Andiamo per gradi.

I DUE FRONTI DI GUERRA: LA SIRIA

Partiamo dal principio. Il 9 ottobre la Turchia ha dato inizio all’operazione “Primavera di Pace”, attaccando il nord-est della Siria. L’obiettivo di Recep Tayyip Erdoğan, sultano turco, è quello di rispedire i profughi siriani, attualmente in Turchia, nel lembo di terra che oggi è occupato dai curdi (ma dove si trovano anche assiri, arabi, mussulmani e cristiani).

UN AFFARE DA 27 MILIARDI DI DOLLARI

Dietro i piani (e la guerra di Erdogan) si nascondono interessi economici rilevanti. Il sultano, infatti, avrebbe già presentato progetti di villaggi, scuole, mosche ed ospedali, per un totale di 27 miliardi di dollari. Cifra per cui il presidente turco ha chiesto anche il contributo dell’Unione europea.

COSA ACCADE A CIPRO

C’è anche un altro fronte di “guerra” che Erdogan ha aperto in contemporanea. È quello che coinvolge Cipro, l’Italia e Francia, contemporaneamente. Ankara ha annunciato trivellazioni per lo sfruttamento di giacimenti di gas a Nord-Est di Cipro nella Zona Economica Esclusiva le cui licenze operative sono state assegnate alla francese Total e all’italiana Eni. La Turchia, con questa mossa, intende rivendicare i diritti della Repubblica Turca del Nord di Cipro, mai riconosciuta però dalla comunità internazionale.

EUROPA PROPONE BLOCCO ARMI

L’Europa ha condannato l’invasione della Turchia in Siria, ma per ora non ha avviato alcuna operazione effettiva per fermare le mosse del sultano. L’Europa, al momento, si impegna “a rafforzare le posizioni nazionali, in merito alla politica di esportazione di armi verso Ankara”. Non ci sarebbe una posizione unitaria: non è stato previsto l’embargo della Ue, ogni Stato potrà decidere tempi e modi per procedere.

MISURE RESTRITTIVE CONTRO VIOLAZIONE DELLA ZEE

Per difendere le aziende del Vecchio Continente e provare a fermare le trivellazioni turche nella Zona economica esclusiva di Cipro, e dunque sul caso che riguarda Eni e Total, l’Europa ha deciso di definire “un quadro per misure restrittive contro i responsabili”. A queste misure potranno seguire delle sanzioni.

Con questa decisione, presa in sede di Consiglio Esteri, l’Ue ha voluto ribadire che “la delimitazione delle zone economiche esclusive e la piattaforma continentale dovrebbero essere gestite attraverso il dialogo e la negoziazione in buona fede, nel pieno rispetto del diritto internazionale e conformemente al principio delle relazioni di buon vicinato”.

PARIGI, ROMA E LE FREGATE DA GUERRA

Più dura, invece, dovrebbe essere la risposta di Roma e Parigi. La Francia ha già fatto sapere che invierà una nave da guerra in zona e lo stesso, secondo la Grecia, farà l’Italia, che però non si è ancora espressa ufficialmente sulla questione e non compare nulla sull’eventuale missione sul sito della Difesa.

GLI INTERESSI TRA UE E TURCHIA

E mentre soffiano (debolissimi) venti di guerra, c’è da sottolineare che i rapporti tra l’Unione Europea e la Turchia sono di vecchia data (nonostante tutto) e gli interessi commerciali tra le due regioni sono altissimi. L’Unione europea, infatti, è il primo mercato per la vendita di prodotti turchi davanti a Russia, Cina e Usa (nel 2018 il 42% degli scambi commerciali del Paese è stato con l’Europa), mentre Ankara per il Vecchio Continente rappresenta il suo quinto partner commerciale (ed il primo partner della Germania). Interrompere questi rapporti, dunque, avrebbe conseguenze economiche non di poco conto.

GLI INTERESSI TURCHI DELL’ITALIA

Anche l’Italia fa affari in Turchia. Ed ad Ankara, la nostra penisola vende soprattutto armi: è il nostro primo cliente internazionale. Un rapporto del 2018, ripreso da Repubblica, sostiene che le imprese italiane hanno esportato verso la Turchia armi per 890 milioni di euro nei quattro anni precedenti, fatturando nel solo 2018 360 milioni di euro. Tra le aziende che vendono armi ad Ankara ci sono Alenia Aermacchi, Leonardo e Beretta.

LA POSIZIONE DI DI MAIO

E sarà proprio per questo che Luigi Di Maio ha tentennato fino ad oggi sullo stop all’export di armi verso la Turchia. L’Italia fermerà la vendita, ma il ministro degli Esteri spera che Roma non agisca indipendentemente ma con una misura comune.

BASTA LO STOP AGLI ARMAMENTI?

E comunque, lo stop alla vendita delle armi non farà certo paura alla Turchia. Ankara, formalmente nel novero degli alleati del Patto atlantico (con il secondo esercito per dimensioni dopo quello americano), acquista armi anche dalla Russia. Proprio Mosca fornire ad Erdogan i sistemi di difesa missilistica S-400.

LA MISSIONE IN TURCHIA

C’è da chiedersi, comunque, come la posizione dell’Italia (formalmente contraria a quanto sta facendo la Turchia) si sposi con l’operazione Sagitta, che vede impegnati 130 soldati in Turchia. La missione Nato Sagitta contribuisce alla difesa degli spazi aerei e territoriali contro una eventuale minaccia missilistica proveniente dalla Siria, si legge sul sito della Difesa.

LA MISSIONE DELL’ITALIA PER DIFENDERE CIPRO DALLA TURCHIA

E mentre l’Italia difende la Turchia dalla Siria, ora sotto attacco di Erdogan, il nostro Paese (seppur con impegno minore) contribuisce anche a difendere Cipro da Ankara, su terraferma. Sull’isola, infatti, la Turchia ha autoproclamato, con guerre e scontri, la Repubblica turca di Cipro del Nord, mai riconosciuta a livello internazionale.

Con la missione UNFICYP, si intende far rispettare “e risoluzioni emanate a seguito del cessate il fuoco (16 agosto 1974) e prevenire un ritorno allo scontro interetnico tra le etnie greche e turche residenti nell’isola, nonché contribuire alla stabilizzazione ed al mantenimento della legge e dell’ordine”. L’Italia aveva sospeso il suo contributo nel febbraio 2015, per poi partecipare nuovamente alla missione UNFICYP dall’8 novembre 2016 con 4 militari dell’Arma dei Carabinieri presso il Quartier Generale della Forza nella città di Nicosia, inseriti nella componente UNPOL con l’incarico di Police Officers e compiti di monitoraggio presso le stazioni di Polizia nella Buffer Zone.

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