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Cina, Trump e Ue: cosa pensano i tedeschi?

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Germania tedeschi

Berlin Pulse 2020: come è cambiata, nel post pandemia, la percezione dei cittadini tedeschi su Cina, Trump e Ue. L’approfondimento di Pierluigi Mennitti da Berlino

La pandemia cambia le prospettive internazionali dei cittadini tedeschi e rimescola vecchie alleanze, accelerando sensazioni e cambiamenti già in corso da tempo. Si avvicina la Cina, nonostante i sospetti che una trasparente comunicazione dei dati abbia ritardato l’allarme mondiale, e si allontanano gli Usa, l’alleato storico avvertito distinto e distante. È il risultato di Berlin Pulse 2020, il sondaggio annuale condotto dalla fondazione Kölber, uno dei tanti e autorevoli istituti di ricerca in Germania, realizzato questa volta di proposito nella prima metà di aprile con l’intento di misurare l’impatto della crisi del coronavirus sull’opinione dei tedeschi.

E il primo dato che balza agli occhi è l’equivalenza ormai raggiunta tra le due grandi potenze che si sfidano ormai apertamente per la leadership del mondo all’indomani della pandemia, quando il contagio sarà sconfitto e bisognerà ricostruire economie ed equilibri politici. In quel mondo il 37% dei tedeschi considera più importante mantenere un rapporto solido con Washington e il 36% ritiene che sia più importante averlo con Pechino. Solo un anno fa a favore degli Usa pendeva la metà dei tedeschi, mentre gli affascinati dalla Cina erano solo il 24%. Tredici punti in meno per il tradizionale asse atlantico, dodici in più per la fascinazione lungo la Via della Seta.

E questo nonostante il 71% degli interpellati ritiene che la diffusione mondiale dei contagi sarebbe stata meno grave qualora i cinesi fossero stati trasparenti con le informazioni. Non è l’unica contraddizione che emerge da uno sguardo più approfondito ai dati. Man mano che le domande scavano più in profondità, le posizioni perdono nettezza e le risposte non sempre appaiono conseguenti. Solo sull’immagine che i tedeschi hanno degli Stati Uniti non c’è contraddizione. Ed è a essa che i ricercatori imputano il riequilibrio delle simpatie verso la Cina: non è tanto una grande passione scoppiata per Pechino, quanto un vero e proprio crollo subito dall’immagine americana, già mostratosi con il passaggio dalla presidenza Obama a quella Trump, e ora accentuatasi durante i mesi della pandemia. Anche in Germania, come in Italia, la politica cinese delle mascherine ha suscitato sentimenti di solidarietà, mentre a molti tedeschi è rimasto impresso lo scontro del proprio governo con l’amministrazione Usa che voleva una licenza esclusiva per il vaccino allo studio di un’azienda biofarmaceutica di Tubinga.

Tanto è vero che nella valutazione dell’immagine della Cina dopo l’emergenza covid-19, per il 36% degli interpellati è peggiorata, per il 32% invariata e solo per il 25% è peggiorata. Il giudizio complessivo sull’atteggiamento di Pechino durante la pandemia non è dunque positivo. Ma quello americano è catastrofico. Ben il 73% dei tedeschi ritiene che l’immagine degli Usa sia peggiorata, il 17% invariata e solo il 5% pensa sia migliorata.

La gestione trumpiana dell’emergenza ha confermato i tedeschi nel loro giudizio (e qualche volta pregiudizio) verso il tycoon. L’irruenza di Trump non può proprio far breccia da questa parte dell’Atlantico, il confronto con lo stile compassato e “scientifico” della cancelliera ha accentuato le diffidenze. Nessun popolo è tanto condizionato dalla figura del presidente nel giudizio sugli Stati Uniti come quello tedesco, osservano i ricercatori del Kölber. C’è una diffusa preferenza per i presidenti democratici, anche tra l’elettorato conservatore. Un crollo di simpatia era già stato registrato ai tempi di George W. Bush (e Gerhard Schröder lo aveva sapientemente sfruttato ai tempi della rottura sulla guerra in Iraq), mentre in nessun paese quanto la Germania Barack Obama è stato tanto osannato, nonostante lo scandalo dello spionaggio Usa verso aziende e politici tedeschi, compresa Angela Merkel. La distanza verso il tradizionale alleato è di fatto quella verso il suo presidente, mentre la propaganda cinese non ha intaccato più di tanto.

Curiosi anche altri due aspetti trattati dal sondaggio che evidenziano giudizi contraddittori. Uno riguarda l’Unione Europea. La grande maggioranza degli interpellati (87%) dichiara che l’Ue ha fatto più della Cina per aiutare gli Stati membri durante la pandemia, il che è anche normale visto che le decisioni di Bruxelles avevano impatto immediato sugli aderenti al club. Sembrerebbe un giudizio positivo, se non fosse che il 38% ritiene che l’immagine delle istituzioni europee sia peggiorata durante la crisi e il 33% migliorata (il 24% invariata). Ci sarebbe voluta più solidarietà, ma poi il 59% dei tedeschi si esprime contro l’ipotesi dei coronabond. Anche in tempo di crisi la solidarietà tedesca trova un confine nell’eterno tabù della condivisione dei rischi (e dei debiti). La Francia resta il partner principale, secondo il 44%. Solo il 10% indica gli Usa.

Il secondo aspetto riguarda il giudizio sulla globalizzazione. I tedeschi sanno che tale sistema ha favorito l’economia tedesca, esaltandone le potenzialità di paese esportatore e dunque il 65% la giudica favorevolmente e teme la fase di riflusso che sembra iniziata (e che la crisi pandemica potrebbe accelerare). Su questo punto gli scossoni di Trump alla rete di commercio globale degli scorsi anni avevano già lasciato il segno. E tuttavia l’esperienza della crisi – in particolare la carenza di materiale sanitario di sicurezza – spinge l’85% degli interpellati ad auspicare la ripresa della produzione nazionale di beni strategici, anche se questo dovesse comportare prezzi più elevati. Di fronte alla scelta tra la borsa o la vita, non c’è globalizzazione che tenga: meglio una fabbrica di mascherine a Tubinga.

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