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Chi Trump vuole piazzare al vertice della Banca Mondiale

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trump silicon valley

Il Punto di Marco Orioles

 

C’è anche Ivanka Trump, figlia e consigliera speciale del presidente degli Stati Uniti, nella rosa dei candidati alla poltrona di presidente della Banca Mondiale lasciata libera lunedì scorso dal dimissionario Jim Yong Kim. Lo rivela il Financial Times, che sottolinea come il nome di Ivanka stia “galleggiando a Washington”.

L’ultima puntata di Trumplandia vede, dunque, di nuovo protagonista l’arrembante figlia di The Donald, piazzata nella West Wing insieme al coniuge Jared Kushner all’inizio dell’avventura del presidente populista alla Casa Bianca. Ma la strada della Banca Mondiale, per Ivanka, è tutta in salita.

Sarà difficile, per la prima famiglia d’America, scansare l’accusa di nepotismo. Che ha già infierito sulla carriera di Ivanka quando il padre, a ottobre, la suggerì come nuovo ambasciatore Usa alle Nazioni Unite al posto dell’uscente (e assai popolare) Nikki Haley. All’epoca, Trump chiuse la questione al solito modo: con un tweet. “Molto carino”, cinguettò il presidente, “tutti vogliono che Ivanka Trump sia il nuovo ambasciatore alle Nazioni Unite. Lei sarebbe incredibile, ma posso già sentire i canti del Nepotismo! Abbiamo persone grandiose che vogliono quel posto”.

A porsi di traverso ai disegni presidenziali ci sono, d’altra parte, anche i criteri seguiti dal board dei direttori della World Bank per vagliare le candidature alla presidenza. Riformate in senso più rigido nel 2011, le regole dicono chiaramente che, per aspirare al prestigioso posto, bisogna superare un processo di selezione “basato sul merito” oltre che vantare “esperienza nella gestione di grandi organizzazioni con esposizione internazionale”, avere “familiarità con il settore pubblico” ed esibire un “fermo impegno e apprezzamento per la cooperazione multilaterale”.

Sono, tutti, punti deboli di Ivanka, nel cui CV si riscontra tutt’al più la collaborazione nella Trump Organization, non proprio un esempio di “grande organizzazione” dedita, come la Banca Mondiale, al sostegno dello sviluppo economico dei paesi emergenti o alla lotta alla povertà estrema. Per non parlare dell’”apprezzamento per la cooperazione multilaterale”, che non è esattamente ciò che caratterizza il trumpismo, impegnato semmai a demolire il sistema multilaterale e a indebolirne quelle istituzioni che, come la Banca Mondiale, ne tengono in mano la torcia.

Ciò su cui Ivanka non difetta, invece, è l’ambizione, ampiamente assecondata dall’illustre genitore. Il duetto fece scalpore, l’anno scorso, quando – sotto i riflettori globali del G20 di Amburgo – il presidente, che tende ad annoiarsi nei grandi vertici, cedette il suo posto alla figlia durante una sessione di lavoro. Lei si accomodò, perfettamente a proprio agio, accanto al presidente cinese Xi Jinping e alla premier britannica Theresa May. Furono, vociferarono allora le malelingue, le prove generali di una scalata al potere che – secondo le indiscrezioni raccolte dal giornalista e insider Tom Wolff nel suo libro “Fire and Fury – vedono Ivanka proiettata su su fino al ruolo di primo presidente donna degli Stati Uniti. Del resto, come dimostra il caso dei clan Bush e Clinton, gli americani non disdegnano le dinastie.

Ma, come ha messo in luce proprio il medium più amato da Trump, Twitter, negli Usa c’è anche chi, dinanzi alla prospettiva di Ivanka sul trono della World Bank, reagisce con sgomento e rabbia. O, come capita in queste circostanze, distillando ironia e sarcasmo. Dopo le rivelazioni del Financial Times, il social dei 280 caratteri si è riempito di messaggi polemici e irriverenti. “Di tutte le persone negli Usa che potrebbero essere presidenti della Banca Mondiale”, ha scritto ad esempio il congressman Ted Liu, “la più qualificata è Ivanka Trump, che ha perso la sua linea di moda & guarda caso è la figlia (del presidente). Capisco”.

Sconfiggere l’ostilità dell’establishment di Washington o il cinismo di un’opinione pubblica abituata alle grandi manovre del potere non sarà, però, la prova decisiva che attende al varco la candidatura di Ivanka alla World Bank. Se dei criteri di selezione abbiamo già detto, bisogna anche tenere conto della concorrenza. Che, sempre secondo il FT, comprende nomi di spicco. Nella short list al vaglio del Dipartimento del Tesoro ci sarebbero la stessa Nikki Haley, il sottosegretario al Tesoro David Malpass e il capo dell’agenzia per lo Sviluppo Internazionale (USAID) Mark Green.

La presenza, tra i papabili, dell’ex ambasciatrice Haley toglie all’arco di Ivanka l’unica vera freccia capace di raggiungere il bersaglio: l’identità di genere. Tutti i dodici presidenti succedutisi dal secondo dopoguerra al timone della Banca erano maschi. L’idea che, al tredicesimo turno, il posto fosse occupato da una donna, per giunta del proprio clan, è tale da solleticare l’immaginazione (e le brame) del capo della Casa Bianca. Ma Haley è un peso massimo che fa impallidire la piuma di Ivanka. E, a Trump, la combattiva ex governatrice della Carolina del Sud piace assai.

Tutto sembra dire, insomma, che Ivanka dovrà attendere il prossimo giro. Anche se, nel mondo dorato di Trumplandia, non è mai detta l’ultima parola.

 

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