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Chi sono e cosa sostengono gli antispecisti

di

antispecisti

L’articolo di Giuseppe Gagliano

La filosofia vegana — definita anche antispecista — rappresenta una delle ultime frontiere, insieme alla ambientalismo antagonista e radicale, di quella filosofia di ispirazione anarchica, socialista utopista che come una vera e propria corrente carsica ha attraversato tutta la storia dell’Occidente con lo scopo di cambiare radicalmente l’assetto economico e politico dell’Occidente.

Adriano Fragano è fondatore della rivista Veganzetta, cofondatore del progetto di controinformazione campagne per gli animali e responsabile della Mappa vegana Italia italiana. Secondo l’autore l’Antispecismo (As) altro non è che un orientamento filosofico, politico e culturale. Ebbene in cosa consiste in estrema sintesi il programma antispecista?

In primo luogo l’As rifiuta la discriminazione basata sulla specie perché sostiene che l’appartenenza biologica alla specie umana non può né deve giustificare sul piano morale e sul piano giuridico la possibilità di disporre della vita, della libertà e del corpo di un altro essere appartenente ad un’altra specie.

In secondo luogo gli attivisti antispecisti lottano sul piano politico e giuridico affinché le esigenze primarie degli animali siano considerate fondamentali tanto quanto quelle degli esseri umani.

In terzo luogo gli antispecisti affermano che, preso atto del fatto che anche gli animali sono esseri senzienti e simili a quelli umani, devono essere definiti come persone non umane e bisogna quindi conferire loro uno status equivalente a quello di persone.

In quarto luogo gli antispecisti sostengono che, alla luce di queste tesi, debba cambiare profondamente il rapporto tra persone umane e persone non umane, cambiamento che porterà a una radicale ripensamento e cambiamento della società umana che porterà necessariamente alla liberazione animale.

In quinto luogo l’antispecista deve attivarsi concretamente allo scopo di influenzare la società umana allo scopo di creare una una nuova società più giusta, orizzontale, libera e compassionevole. Proprio per questa ragione l’attività antispecista non intende riformare la società umana ma intende cambiarla radicalmente attraverso l’abbattimento dell’ideologia del dominio che la contraddistingue. Da questo punto di vista l’As deve essere considerato come una naturale evoluzione del pensiero antirazzista e antimilitarista. In un certo senso l’ottica antispecista è mutuata dalla lotta per i diritti civili e umani anche se il suo impegno presenta delle peculiarità particolari essendo rivolta al mondo animale.

In sesto luogo l’As coerente con i propri principi non può che praticare sul piano concreto una scelta di vegana radicale. Concretamente l’antispecista vegano non solo non mangia carne e pesce ma neppure latticini, uova e miele; non può né deve indossare capi in pelle e soprattutto non compra e non vende animali.

Ma che cos’è allora, secondo Fragano, lo specismo? Lo specismo può considerarsi una vera e propria ideologia e prassi di dominio sugli animali. Infatti lo specismo attua un controllo o totale o parziale del ciclo biologico di un altro essere vivente fino a fargli perdere l’autonomia riducendolo ad una risorsa.

Dal punto di vista storico quindi tutte le società umane che hanno praticato l’addomesticamento — per esempio attraverso l’allevamento — e l‘agricoltura vanno considerate, secondo l’autore, speciate soprattutto perché considerano l’essere umano superiore o signore della natura. Fra i movimenti politici certamente più vicini al movimento o ideologie antispecista abbiamo l’individualismo anarchico di Thoreau o più semplicemente il movimento anarchico che è stato fra i primi a muoversi in tal senso. Ovviamente, l’Antispecismo coerente, implica la accettazione di un pacifismo altrettanto coerente e rigoroso come fu quello di Gandhi, Tolstoj o Capitini.

Se gli animali, secondo la prospettiva antispecista non devono essere più strutturati come risorse né tantomeno come succedanei o sostituti a livello affettivo, questi dovrebbero essere liberati sul territorio o vivere in centro protetti se non in grado di provvedere in autonomia alle proprie esigenze. Concretamente questo significa che i cani, i gatti, le mucche, i maiali e le galline dovrebbero tornare alla vita selvatica cessando di svolgere qualsiasi ruolo assegnato loro dalla società umana allo scopo di vivere liberi in natura.

Molto interessante è la precisazione che l’autore compie sotto il profilo politico tra un animalismo generico che si pone in un atteggiamento di dialogo con le istituzioni avanzando delle richieste di carattere giuridico e l’Antispecismo che invece deve avere una visione anti gerarchica ed egualitaria rifiutandosi quindi di riconoscere l’istituzione come referente in quanto questa è la concretizzazione di una società verticale e gerarchica. Si tratta, in altri termini, non di estendere semplicemente i diritti degli uomini agli animali ma di cambiare radicalmente l’assetto politico e sociale distruggendo il concetto stesso di antropocentrismo. Proprio per questa ragione l’Antispecismo è anticapitalista in modo radicale poiché l’ideologia capitalista non tiene in alcun conto le esigenze del singolo, dei suoi diritti fondamentali.

Ma come dovrebbe essere, secondo l’autore, una futura società antispecista? In primo luogo bisogna limitare in modo radicale le nascite e quindi la società del futuro dovrà essere fatta da un numero molto esiguo di essere umani distribuiti in aree circoscritte ;l’agricoltura diventerà semplicemente attività di sussistenza e l’allevamento scomparirà. Anche le città, come le vediamo e le viviamo noi oggi, scompariranno per cedere il posto al villaggio perché maggiormente integrato nell’ambiente. Quanto alla gestione degli affari correnti questa avverrà per intervento diretto dei cittadini mediante un criterio di democrazia diretta e partecipativa.

L’autrice Melanie Joy paragona la mentalità che induce la civiltà occidentale a mangiare carne al razzismo e al patriarcato. Questa mentalità prende il nome di carnismo. Lo scopo quindi della filosofia vegana — che l’attivista americana enuncia in modo molto chiaro in un brevissimo scritto dal titolo “manifesto per gli animali“ (edizione Laterza 2018) — è quello non solo di cambiare in modo radicale la mentalità occidentale ma naturalmente anche di cambiare profondamente il sistema economico capitalistico — nello specifico l’industria agroalimentare — che consente lo sfruttamento degli animali.

Naturalmente l’ipotesi giuridica ed insieme morale dalla quale parte la filosofia vegana difesa dalla attivista americana è quella secondo la quale gli animali avrebbero gli stessi diritti degli essere umani e come tali andrebbero quindi trattati. A tale proposito è significativo che a pagina 14 del saggio l’autrice paragoni il numero degli animali d’allevamento uccisi a quello delle vittime di tutte le guerre della storia della umanità. Altrettanto significativo (pagina 16) che l’autrice paragoni la mentalità carnista alla schiavitù e alla lapidazione delle donne sospettare di infedeltà che venivano praticate secoli fa.

Alla luce di queste analogie le conseguenze alle quali conduce la mentalità carnista — e cioè l’eliminazione fisica degli animali — è paragonabile all’omicidio e allo stupro che erano considerate pratiche antiche e quindi considerate naturali. In altri termini la mentalità che intende contrastare l’autrice è una delle tante varianti delle ideologie violente che hanno caratterizzato la storia della civiltà umana. L’atteggiamento dell’autrice nei confronti di questa mentalità è esattamente speculare a quello degli attivisti degli anni ‘70 o degli attivisti del movimento no global e nei confronti del sistema capitalistico. Significative sono le sue espressioni riguardo alla necessità di contestare questo sistema, di metterlo in discussione, di costruire un contro-sistema di valori che sia finalizzato al conseguimento della giustizia sociale. Insomma lottare per il Veganismo per l’autrice è come lottare per la parità di diritti fra uomo e donna e fra quella fra bianchi e neri.

Di analogo interesse è la post fazione dello studioso italiano Leonardo Caffo secondo il quale l’animalismo sarebbe una variante delle tradizionali utopia volte alla conversione definitiva a una forma di vita priva di sovranità e di gerarchia come ha d’altronde sempre sostenuto il movimento anarchico. Un tipico esempio di intrinseca mentalità anticapitalistica è data dall’affermazione di Caffo secondo la quale il fatto che le 10 grandi industriali alimentari legate alla carne abbiano un giro di affari di circa 400 miliardi di dollari all’anno rappresenta un insulto inammissibile ed inaccettabile di fronte alla disuguaglianza sociale ed economica. Quanto strettamente legato anche sotto un profilo squisitamente storico sia l’ideale vegano con l’ideologia anarchica lo dimostra una considerazione di Caffi nel saggio “Vegan. Un manifesto filosofico”.(Einaudi 2018).

Infatti secondo l’autore nel 1841 venne fondata una comunità utopica nel New England ispirata sia alla filosofia vegana sia guarda caso all’ideale anarchico. Non devono dunque destare alcuna sorpresa le derive di natura terroristica come quelle del militante Steven Best che promuove la possibilità di una lotta armata in difesa degli animali cercando addirittura in personificarne il punto di vista come sottolinea il vegano Caffo nel suo saggio a pag .60.

Al di là degli estremismi violenti dell’animalismo più radicale di matrice americana, estremamente significativo è il fatto che Caffo consideri la filosofia vegana non tanto come un sistema culturale quanto piuttosto come un vero e proprio sistema metafisico nel quale gli animali e gli ecosistemi acquisiscono una dimensione completamente nuova rispetto a quella che fino a questo momento hanno avuto dalla tradizione antropocentrica occidentale.

In questa ottica è pienamente coerente l’adesione da parte del militante e filosofo vegano Caffo al pacifismo e quindi ad esempio alla riflessione di Gandhi e di Tolstoj. Allo stesso modo, a nostro avviso, è altrettanto coerente che due filosofi antispecisti canadesi abbiano riconosciuto agli animali un vero e proprio diritto di cittadinanza arrivando addirittura a suggerire tre tipi diversi di cittadinanza animale e cioè una domestica, una selvatica e una liminale che riguarda quegli animali, come i piccioni delle nostre città, ai quali andrebbe concesso una specie di residenza priva di cittadinanza in senso proprio come afferma Caffi nel suo saggio. Proprio in quest’ottica la studiosa italiana Paola Cavalieri già nel lontano 1999 aveva sostenuto che mammiferi, uccelli, vertebrati avendo caratteristiche psicofisiche analoghe a quelle umane non potevano essere escluse dal cerchio dei diritti.

Ma il punto di vista del militante italiano Caffi si spinge ben oltre fino a affermare che sia necessario mettere radicalmente in discussione la distinzione tra uomo e animale: dovremmo cioè “incominciare a vivere in un mondo privo di dominio da parte degli uomini sugli animali abituandosi addirittura a fare a meno dello stesso concetto equivoco di animale giungendo così a un vero e proprio azzeramento delle differenze categoriali tra umani e animali” (p.107).

Vediamo adesso di trarre alcune conclusioni.

Come hanno opportunamente sottolineato a più riprese sia Eric Denécé, direttore del Centre Français de Recherche sur le Renseignement, nel saggio Ecoterrorism (Tallandier, 2016) che Christian Harbulot, direttore della Ecole de guerre économique, nel saggio Manuel d’intelligence economique (PUF, 2012) le implicazioni sul piano dell’industria agroalimentare sarebbero devastanti se le riflessioni del l’Antispecismo si realizzassero.

Proprio per questa ragione, a nostro modo di vedere, l’intelligence economica deve occuparsi in modo sistematico e approfondito di questi movimenti politico-culturali — sia dell’Antispecismo di prima come quello di seconda generazione — allo scopo di prevenirne gli epiloghi infausti sia per la nostra industria che per quella europea dal momento che questo orientamento filosofico e politico non contempla in linea teorica la possibilità di coesistenza pacifica con la mentalità “carnivora“ cioè con quella mentalità tipica del capitalismo e dell’industria agroalimentare ma ha come suo esplicito obiettivo quello non solo di contestare dall’interno il sistema capitalistico ma di cambiarlo mutandolo radicalmente come hanno cercato di fare di volta in volta i movimenti di estrema sinistra degli anni sessanta e settanta, i movimenti anarchici dell’Ottocento e del Novecento, il pacifismo radicale di Gandhi, Capitini e Tolstoj e l’ecologia profonda come quella di Arne Naess.

In questa ottica la filosofia vegana o antispecista che dir si voglia non è in fondo nient’altro dal punto di vista storica che una variante di un sistema di pensiero filosofico e politico antiantropocentrico — come quello della decrescita — e anticapitalista.

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