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Chi sono e cosa pensano i super trumpiani che negozieranno con la Cina sul commercio

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Lunedì 7 gennaio le delegazioni di Stati Uniti e Cina si incontrano per dare avvio al negoziato bilaterale sul commercio. Il Punto di Marco Orioles

Domani, a Pechino, scatta l’ora X: per la prima volta da quando, il 1 dicembre al G20 di Buenos Aires, Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping hanno concordato una tregua nella guerra commerciale, le delegazioni di Stati Uniti e Cina si incontrano per dare avvio al negoziato bilaterale chiamato a risolvere le controversie sul commercio che hanno spinto l’anno scorso il capo della Casa Bianca a varare dazi multimiliardari sulle importazioni dalla Cina e portato quest’ultima a colpire con analoghe contromisure il made in Usa.

I colloqui dureranno due giorni e saranno al centro dell’attenzione del mondo economico e finanziario globale, che li seguirà col fiato sospeso. Come hanno mostrato i dati diffusi qualche giorno fa sull’andamento della produzione industriale cinese e americana, che segna in ambedue i paesi un preoccupante calo, e la pessima performance di Apple a causa anche della flessione delle vendite degli Iphone in Cina, la guerra commerciale ha già provocato danni alle economie delle due superpotenze, con severe ripercussioni sulla crescita mondiale.

A Pechino saranno assenti i big del governo Usa: non ci saranno l’influente ministro del commercio Robert Lighthizer, considerato il principale fautore della politica dei dazi, né il Segretario al Tesoro Steven Mnuchin e il superconsigliere al commercio del presidente Trump, Peter Navarro. La delegazione americana sarà guidata invece dal vice di Lighthizer, Jeff Gerrish, e comprenderà i sottosegretari dei Dipartimenti di Agricoltura, Commercio, Energia e Tesoro, insieme a vari funzionari delle corrispondenti agenzie incardinate alla Casa Bianca. Il Ministero del Commercio cinese non ha diffuso invece i nomi della sua delegazione, limitandosi ad auspicare che i colloqui siano “positivi e costruttivi”.

La presenza nella capitale cinese delle seconde file dell’amministrazione americana indica che questa prima fase del negoziato sarà interlocutoria, ma non che gli Usa rinunceranno alla loro condotta aggressiva. La scelta di far condurre i colloqui a Gerrish segnala, semmai, che sarà perseguita una linea di assoluta fermezza. Il numero due del ministero del Commercio è infatti un fiduciario del suo boss Lighthizer e ne condivide le stesse posizioni da falco. Oltre a capitanare l’ala dura del governo sul fronte dei commerci, Lighthizer è l’uomo che, due decadi fa, si oppose all’ingresso della Cina nella WTO, ed è il principale artefice della politica che ha condotto gli Stati Uniti a introdurre dazi pesantissimi che hanno colpito 250 miliardi di beni importati dal Dragone.

Gerrish è un suo fedelissimo. Avvocato specializzato in commercio internazionale, è stato suo partner nello studio legale Skadden, Arps, Slate, Meagher & Flom dove la coppia ha assunto la difesa di colossi come la U.S.Steel Corp. I semi di questa amicizia decennale sono fioriti quando Lighthizer, assumendo l’incarico di Segretario al Commercio, ha voluto come sue vice proprio il suo ex collega, al quale spesso e volentieri delega il compito di rappresentare il dicastero nei più importanti meeting internazionali.

Le idee sul commercio, poi, sono fondamentalmente le stesse del suo capo e, soprattutto, del presidente Trump. Sono venute chiaramente alla luce l’anno scorso in occasione dell’audizione alla Commissione Finanze del Senato chiamata a confermare la sua nomina. Oltre a sottolineare che Lighthizer è il suo “incredibile mentore”, in quella sede Gerrish espose la sua visione del mondo maturata nella città in cui è cresciuto, Troy, un ex polo manifatturiero vicino ad Albany specializzato nel settore tessile e dell’acciaio che è stato fortemente colpito dai processi di deindustrializzazione innescati dalla globalizzazione. “La mia esperienza”, disse ai senatori riuniti per ratificare la sua nomina, “mi ha chiaramente dimostrato che abbiamo bisogno di una politica commerciale che metta l’America al primo posto (America first). Questo non significa rinchiuderci dal resto del mondo. Significa semplicemente mettere al primo posto, in tutto quello che facciamo nell’arena del commercio, gli industriali, i lavoratori, gli agricoltori, i rancher e i fornitori di servizi americani”.

Gli obiettivi del negoziato Usa-Cina sono ben noti e comprendono un ampio spettro di comportamenti da parte di Pechino considerati dagli americani sleali e distorsivi della concorrenza. “Sappiamo di quali cambiamenti abbiamo bisogno”, ha detto venerdì il consigliere economico della Casa Bianca Larry Kudlow in un’intervista a Fox Business. Gli Stati Uniti hanno già presentato ai loro interlocutori un elenco di sessanta richieste che sono state a loro volta suddivisi in 142 punti. I funzionari cinesi hanno già fatto sapere che il 40% circa delle istanze Usa possono essere risolte rapidamente, un altro 40% presenta notevoli difficoltà, mentre il restante 20% pone ostacoli insormontabili a causa di motivi di sicurezza nazionale.

Ciononostante, tanto a Pechino quanto a Washington ci si mostra ottimisti, se non altro perché un fallimento del negoziato produrrebbe immediatamente conseguenze negative sulle rispettive economie. Del resto, il solo fatto che le due delegazioni si incontrano domani ha fatto tirare un sospiro di sollievo ai mercati. Giovano, in questo senso, anche le notizie che filtrano dalla Cina: come ha rivelato il mese scorso il Wall Street Journal, il governo sarebbe pronto a rivedere il suo piano “Made in China 2025”, incentrato sulla leadership delle industrie cinesi in settori ad alto tasso tecnologico, per tenere in considerazione un aumento della presenza delle aziende straniere nel suo mercato.

Anche gli Stati Uniti affrontano fiduciosi la sfida del negoziato. “Penso che faremo un accordo con la Cina”, ha dichiarato venerdì un Trump particolarmente su di giri. “Penso che davvero lo vogliano. Penso in un certo senso che debbano (…) La Cina non sta andando bene per ora. E questo ci mette in una posizione molto forte. Stiamo andando molto bene. (…) Spero che faremo un accordo con la Cina E se non lo faremo, ci pagheranno decine di miliardi di dollari di dazi”.

Il presidente sa bene che la Cina farà l’impossibile per scongiurare lo scenario peggiore: sulla base dell’intesa raggiunta da lui e da Xi a Buenos Aires, in assenza di un accordo il 1 marzo gli Stati Uniti si riservano il diritto di aumentare al 25% i dazi su 200 miliardi di dollari di merci cinesi dall’attuale livello del 10%. Un provvedimento sospeso per propiziare un “deal” che, nel calcolo della Casa Bianca, è tutto nell’interesse della Cina, la cui economia fondata sull’export non può permettersi di scherzare col fuoco delle tariffe a stelle e strisce.

Trump ha anche minimizzato sul caso Apple, il cui annuncio di qualche giorno fa di un calo delle vendite degli Iphone nel mercato cinese ha causato un tonfo del titolo nei listini, solo parzialmente recuperato nell’ultima seduta di Borsa. Quando i reporter gli hanno chiesto se fosse preoccupato per la performance di Apple, il presidente ha replicato: “No, non lo sono. Intendo dire, guardate, sono saliti un sacco. (…) Apple è una grande azienda. (…) Apple fabbrica i suoi prodotti in Cina. Cina è il maggior beneficiario di Apple, più di noi”. Trump non si è risparmiato una nota nazionalistica tipica del suo stile. “Voglio che Apple produca negli Stati Uniti i suo Iphone e tutte le grandi cose che fa. E questo accadrà”.

I colloqui che si aprono domani sono solo la prima occasione in cui gli esponenti dei due governi si confronteranno sui temi del commercio. Il prossimo appuntamento è previsto la settimana prossima a Washington e avrà come protagonisti Lighthizer e il vicepremier cinese Liu He. Occhi puntati anche sul World Economic Forum di Davos, dove i rappresentanti cinesi avranno l’occasione di parlarsi a tu per tu con lo stesso Lighthizer, Trump e altri alti esponenti del governo americano.

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