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Proteste Universitarie

Chi finanzia le proteste nelle università americane

Proteste universitarie negli Usa tra disinformazione, guerra cognitiva e interferenze elettorali. L'approfondimento di Francesco D'Arrigo, direttore dell'Istituto Italiano di Studi Strategici "Niccolò Machiavelli".

Nella tarda serata di martedì 30 aprile, ultimo giorno della Pèsach, la Pasqua ebraica, il caos è arrivato anche all’università della California UCLA, quando un gruppo di sostenitori di Israele si è scontrato con gli occupanti filo-palestinesti.

Ispirati dall’esempio della Columbia University, dove una minoranza di studenti e manifestanti ha occupato e devastato l’ateneo e terrorizzato i colleghi ebrei, accampamenti “pro-palestina” sono spuntati in altre università private degli Stati Uniti d’America. La tendopoli alla Columbia è stata sgomberata dopo una settimana di caos dalla polizia di New York in assetto antisommossa, dopo la condanna ufficiale della Casa Bianca delle manifestazioni antisemite e le devastazioni delle strutture.

Molti altri campus sono ancora fuori controllo, con occupazioni e violenze che un rapporto del New York Post ha denunciato essere supportate dal miliardario filantropo George Soros, con finanziamenti erogati per fomentare l’agitazione di massa negli atenei americani. “George Soros e i suoi attivisti di sinistra pagano gli agitatori che alimentano l’esplosione delle proteste radicali contro Israele nei college di tutto il Paese”, si legge nel rapporto. Il rapporto prosegue affermando che le tendopoli allestite in università come Harvard, Yale, Berkeley in California, Ohio State University ed Emory in Georgia sono state create e logisticamente assistite da sezioni organizzate di Studenti per la Giustizia in Palestina (SJP), anche queste finanziate da Soros.

Altri report individuano nell’istituzione qatariota per l’istruzione internazionale “Mu’assasat Qatar” il principale finanziatore straniero degli atenei privati e di associazioni studentesche negli Stati Uniti, con oltre un miliardo e mezzo di dollari stanziati per iniziative educative in 28 università americane. Il Qatar, inoltre, spende abitualmente oltre 400 milioni di dollari all’anno per sostenere le attività di sei università americane che hanno sedi anche a Doha, la capitale dell’Emirato governato da una monarchia ereditaria assoluta, che ospita la leadership di Hamas. Il Qatar utilizza queste iniziative accademiche che sponsorizza e le Ricerche che finanzia per diffondere l’ideologia islamista che riflette le opinioni del Qatar.

Gli Stati Uniti danno la possibilità a circa 1 milione di studenti stranieri, che ottengono il privilegio di un VISA per motivi di studio, di frequentare i loro college che con i loro programmi accademici e sportivi all’avanguardia formano le leadership del mondo. A questi numeri bisogna aggiungere quelli dei docenti e dei ricercatori di tutte le nazionalità. Un soft power ineguagliabile, del quale si avvantaggiano anche Paesi avversari. Analizzando le nazionalità degli studenti che frequentano i college americani si scoprono elementi impressionanti, come la presenza di oltre 290 mila universitari cinesi attualmente iscritti ai corsi di laurea statunitensi.

Alla Columbia University, dei circa 36.700 studenti iscritti, 20.500 sono di nazionalità straniera. Moltissimi sono i docenti stranieri, frequentemente sponsorizzati dalle entità che finanziano l’ateneo. Quando verranno rese note le informazioni sui partecipanti alle violente occupazioni di questo ateneo, sarà interessante capire quanti studenti stranieri con un VISA per studio sono stati arrestati e quanti hanno preso parte alle violente attività antisemite che stiamo vedendo ora, giorno dopo giorno, distruggere la credibilità di una delle università più prestigiose al mondo. Studenti con visto di immigrazione per motivi di studio che, a volto coperto, bloccano strade ed aeroporti, bruciano la bandiera degli Stati Uniti d’America e fanno sventolare il vessillo dell’organizzazione terroristica Hamas.

Le occupazioni contro Israele sono state bloccate sul nascere nelle università pubbliche come UF in Florida, Texas, Arizona ed altri campus. Nello sgombero effettuato all’University of Texas, il 70% degli arrestati non sono studenti iscritti all’ateneo di Austin, ma agitatori infiltrati provenienti da altre città e Stati americani. Nella conferenza stampa successiva allo sgombero della Columbia, il Sindaco di New York ed il comandante del NYPD, hanno affermato che delle 300 persone arrestate, più della metà è risultato essere completamente estraneo all’università. Gli esperti di ordine pubblico sanno bene che in ambienti dove ci sono manifestazioni di protesta bastano pochi individui per provocare scontri e creare escalation di violenza con le forze di polizia.

LA GUERRA COGNITIVA CONTRO LE GIOVANI GENERAZIONI AMERICANE

Hamas sta perdendo la guerra contro Israele e l’IDF entrerà a Rafah, ma la propaganda jihadista sta vincendo la guerra dell’informazione, manipolando una parte degli studenti americani e radicalizzando le élite universitarie che formano i futuri leader statunitensi. In altri articoli di Starmag abbiamo descritto come le organizzazioni jihadiste influenzano le opinioni pubbliche occidentali. L’obiettivo principale della propaganda di Hamas è alimentare l’antisemitismo negli Usa ed influenzare le percezioni e le decisioni delle persone, come sta avvenendo in diverse città ed atenei occidentali, cercando di ottenere un duraturo vantaggio strategico. La propaganda è uno strumento chiave nella guerra psicologica di Hamas e dei vari gruppi e movimenti terroristi.

La guerra psicologica viene utilizzata in modo massiccio dai movimenti jihadisti e coinvolge i mezzi di comunicazione tradizionali come la stampa, la televisione e la radio, ma soprattutto le nuove tecnologie come Internet ed i social media. Attraverso l’utilizzo dei media, delle piattaforme social e di altre App di comunicazione, vengono diffuse informazioni e messaggi che cercano di manipolare le opinione pubbliche, creando la narrativa di un Israele impegnato nel “genocidio” dei palestinesi. La disinformazione è un’altra tattica utilizzata dalle organizzazioni jihadiste, attraverso la diffusione di informazioni false o fuorvianti, come il numero di bambini morti in palestina, per confondere ed influenzare le percezioni e le emozioni delle giovani generazioni, al fine di ottenere il loro supporto e creare divisioni all’interno della società.

Molti sostenitori della causa palestinese, soprattutto opinion maker ed intellettuali, come i docenti e gli studenti di oltre 300 università statunitensi che hanno aderito alla Students for Justice in Palestine (SJP), Antifa, Black Lives Matter ed altri movimenti antagonisti, in questi giorni hanno rilasciato dichiarazioni e slogan antisemiti agghiaccianti, condividendo la strage del 7 ottobre compiuta da Hamas ed inneggiando alla distruzione di Israele “from the river to the sea”.

Sui social media, TikTok in particolare, una vera e propria tempesta disinformativa sta accompagnando l’insieme di tattiche utilizzate dai movimenti che alimentano le proteste studentesche, con l’obiettivo di ottenere un indebolimento delle istituzioni accademiche e soprattutto del presidente Joe Biden, soprannominato “Genocide Joe Has Got to Go!” negli slogan, nei post online e nelle magliette che indossano sotto le chefiah.

ALLERTA PER LE INTERFERENZE ELETTORALI

La situazione a Gaza e le occupazioni delle università gravano pesantemente sulle elezioni americane. Secondo le Agenzie di intelligence Usa non vi sono dubbi che dietro queste manifestazioni antisemite vi siano anche attori esterni avversari, che hanno infiltrato associazioni e movimenti studenteschi per delegittimare le istituzioni statunitensi e per portare avanti la loro specifica agenda politica.

In una elezione presidenziale in cui ogni singola fibrillazione potrebbe fare la differenza fra una vittoria e una sconfitta, la questione di Gaza potrebbe costare al presidente il consenso di una cospicua fetta dell’elettorato su cui conta: da una parte i voti dei progressisti, giovani e americani di discendenza araba contrariati per il sostegno all’alleato Israele; dall’altra i voti degli ebrei americani che da sempre votano in maggioranza il partito democratico, che non si sentono più sicuri nemmeno negli Usa. A tutto ciò si aggiungono la guerra in Ucraina ed i relativi stanziamenti per la fornitura di armi al governo di Zelensky e le continue tensioni con la Cina, sia per la difesa di Taiwan che per la questione “TikTok”, culminata con la promulgazione del Protecting Americans from Foreign Adversary Controlled Applications Act, approvato con voto unanime bipartisan. Atto che identifica l’App TikTok, come una piattaforma che minaccia la sicurezza nazionale.

L’intensa attività di questi giorni sui social media che ha fomentato gli scontri nelle università occidentali ha fatto ulteriormente innalzare i livelli di guardia della NSA e delle Agenzie di intelligence europee sull’azione di troll pilotati da governi avversari (Russia, Cina, Iran, Corea del Nord), concentrata sulla manipolazione delle tornate elettorali degli Stati Uniti con milioni di post rilanciati nei feed social per influenzare gli studenti, esacerbare malcontento e tensioni. In questi mesi che precedono le presidenziali statunitensi ed il rinnovo del parlamento europeo, sono stati riattivati un enorme numero di account falsi per prendere di mira il presidente Joe Biden, il partito democratico e tutti gli esponenti politici che sostengono l’Ucraina e Israele. Campagne di disinformazione focalizzate sull’esasperazione dei temi divisivi, incluso l’incitamento all’antisemitismo ed all’odio tra persone con idee diverse, con l’obiettivo di indurre i cittadini dei paesi occidentali a dubitare che la democrazia sia ancora il sistema migliore per organizzare gli Stati ed affrontare i problemi della società.

Per contrastare l’azione di queste sempre più pesanti interferenze nelle elezioni bisogna ampliare la collaborazione tra Stati alleati, unendo le forze per far emergere la disinformazione e la manipolazione informativa straniera, come hanno recentemente fatto Italia e Stati Uniti siglando un’intesa bilaterale per sviluppare risposte coordinate. Ma al contempo bisogna investire sulla formazione dei cittadini, soprattutto delle giovani generazioni, perché una persona più consapevole dei rischi del mondo digitale ha maggiori strumenti per vagliare l’informazione che riceve su Internet.

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