Mondo

Chi e perché critica la condanna di Alemanno

di

Berlusconi

Il corsivo di Paola Sacchi

Gianni Alemanno, condannato a 6 anni in appello perché corrotto ma senza corruttori, in quanto per la Cassazione chi avrebbe dovuto corromperlo è stato ritenuto reo di traffico di influenze e non corruzione, in quel ginepraio dell’inchiesta sulla cosiddetta Mafia capitale, che sempre per la Cassazione invece mafia non era, ieri ha spiegato molto bene in una intervista il suo “calvario” all’amico e compagno di partito di una vita (il Msi e poi An) Francesco Storace, oggi vicedirettore di Il Tempo. E Il Secolo d’Italia ha titolato : “Sentenza politica”.

Ma a denunciare a tutta pagina, in prima, su Il Riformista, la vicenda dell’ex sindaco di Roma è anche un uomo, che, per storia politica, è all’opposto di Alemanno. E cioè il direttore di questo quotidiano Piero Sansonetti, che fu vicedirettore, poi condirettore dell’Unità ancora giornale del Pci.

Un’altra voce autorevole levatasi in un tweet è quella di Daniele Capezzone, editorialista del quotidiano La Verità, opinionista tv su Mediaset, ex deputato e per due volte presidente di Commissione a Montecitorio, ex dirigente radicale, poi figura di primo piano in Forza Italia e il Pdl, personaggio anche lui diverso e lontano dalle radici di Alemanno.  Solidarietà da Marcello Veneziani, intellettuale, invece, del mondo della storica destra. E solidarietà dallo storico Marco Gervasoni, editorialista di Il Giornale.

Tra i politici spicca la forte perplessità sulla sentenza (“Fa venire più di un dubbio”) di Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera e cofondatore di Fratelli d’Italia. Per il resto, a meno non sbagli e in tal caso mi scuso, non ho visto altre numerose voci, anche dallo stesso centrodestra, levarsi sulla strana condanna di Alemanno, al quale vengono dati anche più anni rispetto a quelli chiesti dalla Procura. Colpisce un passaggio dell’editoriale di Sansonetti, dove si ipotizza come una sorta di teorema: condannato perché “ex fascista, uomo nero?”.

Ho conosciuto tanti anni fa l’ex sindaco di Roma da una sponda opposta, come inviato speciale dell’Unità proprio sulla destra, nella transizione da Msi ad Alleanza nazionale. Dopo Stefano Di Michele, fui io l’altro giornalista dell’ex giornale del Pci-Pds-Ds incaricato di seguire un mondo che era all’opposto. Ricordo la lucidità, quasi più che da politico da analista politico, con la quale Alemanno spiegava a me, in modo quasi neutrale, la storia del Msi, le dinamiche interne di un mondo a me praticamente sconosciuto. L’ho poi sentito altre volte negli anni per Panorama del Gruppo Mondadori. Erano anni per lui di vittorie come la nomina a ministro dell’Agricoltura, l’elezione alla guida del Campidoglio.

Poi però, e molto prima dell’inchiesta giudiziaria, partì presto una campagna da sinistra contro di lui, in cui in sostanza era sempre “reo” di essere “l’uomo nero”, seppur candidato unico di tutto il centrodestra, con Forza Italia allora trainante. Ci fu la nevicata nella Capitale che lo mise al centro di furibondi attacchi, in una città che già altre volte e con giunte di altro colore, per sua natura fisiologica, territoriale, climatica, si era trovata impreparata di fronte alla neve.

Alemanno ha annunciato che ricorrerà in Cassazione. Saranno i giudici a emettere il definitivo verdetto. Quello che colpisce però è che un verdetto tutto politico sia come stato già emesso nei suoi confronti. Non è purtroppo affatto una notizia che il centrosinistra da sempre giustizialista con gli avversari politici, quello stesso centrosinistra, oggi anche pentastellato, che ha mandato a processo Matteo Salvini, in questo caso addirittura per un atto del potere esecutivo, quindi in un contesto molto, molto differente, non abbia alzato un dito. Anzi, sui social attacchi a gò-gò di fan di sinistra e grillini.

Le sentenze si rispettano certamente, ma la condanna di Alemanno solleva dei forti dubbi. E da quella che fu l’area politica di Alemanno voci un po’ più forti in nome del garantismo, che non deve mai essere innocentismo, ben altra cosa, uno se le sarebbe aspettate.

Così come ha colpito la scarsa presenza di commenti in solidarietà dell’ex sottosegretario del governo Berlusconi, Nicola Cosentino, ex coordinatore regionale azzurro in Campania, recentemente assolto in Appello dopo 9 anni, dicasi 9, in un procedimento clou.

Il garantismo, che non è affatto innocentismo, purtroppo continua a restare alcune volte il gap per quel maggiore indirizzo liberale di cui l’attuale destra-centro italiano necessita.

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