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Che cosa sussurra l’America a Israele contro Huawei e Zte

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Trump

Il Punto di Marco Orioles con le ultime novità sull’attivismo degli Stati Uniti di Trump sul caso Huawei

 

L’amministrazione Trump lancia un avvertimento ad Israele: occhio agli investimenti esteri, soprattutto cinesi, nelle infrastrutture strategiche del vostro paese; se non monitorate attentamente la situazione, cedendo alle lusinghe degli yuan, la collaborazione in materia di intelligence tra Usa e Stato Ebraico potrebbe essere compromessa.

Il monito americano arriva nell’ambito della visita in Israele del sottosegretario all’Energia, Dan Brouillette. Che utilizza gli incontri con il ministro all’Energia del governo Netanyahu, Yuval Steinitz, e con il capo del cyber directorate per consegnare un messaggio inequivocabile al principale alleato degli Usa in Medio Oriente, esortato a diffidare delle intenzioni di un paese, la Cina, la cui ampia disponibilità in termini di investimenti si accompagna ad una seria minaccia alla sicurezza per il paese che, incautamente, ne beneficia.

Brouillette ha incoraggiato Israele a intraprendere “passi aggressivi” nel monitoraggio degli investimenti dall’estero, onde minimizzare il rischio che il passaggio in mani straniere del controllo di infrastrutture strategiche possa avere delle ripercussioni in materia di intelligence e, nella fattispecie, nello scambio di informazioni tra alleati. “Sappiamo che la minaccia sta crescendo di giorno in giorno”, ha precisato il sottosegretario. Che non si nasconde dietro un dito, indicando esplicitamente la fonte dell’apprensione americana. Che ha un nome scolpito in primo piano: quello della Cina.

“Abbiamo intenzione di condividere le nostre esperienze sulla Cina”, ha chiarito Brouillette, “e fare in modo che la gente sappia che nutriamo preoccupazione per certe attività” condotte da Pechino, “e specificatamente da certe aziende”. Riferimento, quest’ultimo, dietro cui si intravede, nitida, l’ombra dei due grandi spauracchi americani: Huawei e ZTE. Le due compagnie di Tlc, cioè, che l’America ha deciso di boicottare – per il sospetto che consentano a Pechino di realizzare una sistematica opera di spionaggio – pretendendo che gli alleati facciano altrettanto. Aziende che non a caso erano state al centro dei colloqui condotti in Israele la settimana scorsa dal Consigliere per la Sicurezza Nazionale Usa John Bolton, che reiterò la richiesta americana di bandire le apparecchiature prodotte da Huawei e ZTE in nome delle medesime esigenze di sicurezza.

Brouillette riprende, dunque, il filo del discorso intessuto la settimana prima da Bolton e rivolge ad Israele una chiara esortazione: se volete preservare la nostra relazione privilegiata con voi, fate attenzione agli investimenti cinesi. Se infatti questi vengono “fatti in modo sbagliato”, ha spiegato successivamente il sottosegretario alla Radio dell’Esercito israeliano, “impedite agli altri alleati di condividere l’intelligence con voi”.

La via suggerita da Brouillette per impedire situazioni spiacevoli è l’istituzione da parte di Israele di un’agenzia nazionale che monitori attentamente le implicazioni degli investimenti stranieri, sulla scia di quanto fa in America la Commissione per gli Investimenti Esteri. “Noi”, ha spiegato il sottosegretario, “valutiamo molto, molto attentamente gli investimenti esteri negli Stati Uniti”. “Speriamo”, ha auspicato, “che Israele adotti un approccio simile”. A tal fine, Brouillette ha accennato alla possibilità che altri funzionari americani, in particolare del Dipartimento del Tesoro, si rechino presto in Israele per fornire tutti i chiarimenti necessari all’istituzione di un organismo analogo alla Commissione Usa.

Il monito Usa non atterra in Israele come un fulmine a ciel sereno. La questione degli investimenti cinesi è da tempo al centro di un dibattito in cui più di una voce si è levata per ammonire dei potenziali rischi. Significativa, a tal proposito, la presa di posizione di Nadav Argaman, capo dello Shin Bet, l’intelligence interna. In un discorso a porte chiuse tenuto la settimana scorsa all’Università di Tel Aviv, Argaman ha sottolineato che “l’influenza cinese in Israele è particolarmente pericolosa in termini di infrastrutture strategiche e investimenti in grandi aziende”.

Il capo dello Shin Bet ha attirato l’attenzione sul caso del porto di Haifa, dove, grazie ad un accordo del 2013, lo Shanghai International Port Group gestirà a partire dal 2021 un nuovo terminal per i container. E sull’appalto, aggiudicato dai cinesi, per la costruzione di una metropolitana leggera a Tel Aviv. Tutti segnali da non sottovalutare, per Argaman, e che richiedono adeguate contromisure. “Ci sono delle lacune nelle leggi israeliane per quanto riguarda le sue esigenze di sicurezza in termini di sorveglianza degli investimenti esteri. (…) Questo potrebbe essere pericoloso” e, pertanto, “ci vuole una legge”.

Le implicazioni della perdita del controllo del porto di Haifa – a pochi passi da un importante base navale israeliana – non possono sfuggire agli americani. Proprio ad Haifa, infatti, sono solite attraccare le navi della Sesta Flotta Usa. Per segnalare il disagio creatosi a seguito dell’accordo con l’avversario cinese sull’importante infrastruttura, la marina americana lo scorso ottobre ha deciso di far attraccare una proprio nave nel porto di Ashdod. Una mossa eclatante.

Ma a generare la diffidenza Usa c’è, anche, il più generale atteggiamento accomodante di Israele nei confronti del Dragone. Gli scambi commerciali tra i due paesi si sono molto accresciuti negli ultimi anni, e a ottobre il premier Netanyahu e il vicepresidente cinese Wang Qishan hanno presieduto un convegno, tenutosi a Gerusalemme, sul commercio e l’innovazione, preludio ad un accordo di libero scambio che dovrebbe essere operativo entro quest’anno.

La Cina ha segnalato ripetutamente la propria intenzione di investire nelle infrastrutture israeliane. Ma la strategia dell’impero di mezzo passa anche per l’acquisizione di aziende israeliane, come fatto nel 2014 con il gigante del cibo Tnuva. Si inseriscono in questa cornice anche i passi compiuti da Huawei e ZTE. A seguito della visita in Israele del CEO di Huawei nel 2016, fu annunciata l’acquisizione di HexaTier, azienda tecnologica israeliana che lavora nel campo del cloud, cui seguì il mese dopo l’acquisto di Toga Networks, azienda che opera nel settore IT. Un interesse per il mondo hi tech israeliano condiviso anche da ZTE, una cui delegazione di alto livello ha compiuto un viaggio in Israele nel 2013.

Queste però, nell’ottica dell’America, sono tutte liaisons dangereuses. Un lusso, nell’era della guerra fredda Usa-Cina, che l’alleato israeliano non può permettersi. Bisogna vedere, a questo punto, cosa farà Netanyahu, chiamato a scegliere tra i ricchi assegni staccati dal Dragone e le esigenze di sicurezza richiamate dal partner. Un dilemma che rovinerà il sonno del primo ministro.

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