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Che cosa cambierà in Libano con il nuovo governo. Il Punto di Orioles

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Libano

Obiettivi, sfide e incognite per il nuovo governo in Libano retto da Hassan Diab. L’approfondimento di Marco Orioles

Dopo cento giorni e passa di crisi politica segnata da veementi proteste popolari in cui molti hanno intravisto un embrione di rivoluzione, il Libano ha da martedì scorso un nuovo governo.

Ad un mese dalla sua nomina e a poco più di cento giorni dalle drammatiche dimissioni del suo predecessore Saad Hariri, il primo ministro designato, il sessantenne docente di ingegneria dell’American University di Beirut con un passato da ministro dell’educazione, Hassan Diab, ha formato il suo gabinetto.

La parola chiave scelta, più che comprensibilmente, dal nuovo premier per presentare all’opinione pubblica libanese la sua squadra è “tecnocrati”.

È con una veste che si vuole rassicurante per una popolazione che per oltre tre mesi ha squarciato le piazze con slogan contro il sistema settario e le sue derive corruttive che Diab ha voluto introdurre un team chiamato ora al duplice e difficile compito di placare la rabbia popolare e strappare il Libano dal baratro economico.

Con 20 ministri designati, il nuovo governo si presenta a ranghi ridotti rispetto a quello ben più folto presieduto da Hariri. Ma non è questa la sola novità, e nemmeno la più significativa.

Altre due infatti sono le caratteristiche del nuovo gabinetto che hanno attirato l’attenzione della stampa e degli analisti. Spicca, anzitutto, la presenza di ben sei ministri in rosa destinate a dicasteri niente affatto marginali, tra qui quello delicatissimo della Difesa, unico caso nel mondo arabo di donna chiamata a guidare le forze armate.

Ma l’elemento più appariscente è quello voluto dallo stesso primo ministro per tentare di placare la piazza inferocita: è la presunta o pretesa assenza, tra i ministri, di affiliazioni con quei principali partiti libanesi che da tre mesi a questa parte sono nell’occhio del ciclone, accusati dai libanesi delle peggiori nequizie tra cui la paralisi di un intero sistema politico e la conseguente incapacità di affrontare le svariate emergenze economico-finanziarie che incombono su un Paese da molti ritenuto sull’orlo del default.

A spiccare è l’assenza, nella compagine di governo, di rappresentanti di Hezbollah. Ma il “Partito di Dio” ha già fatto sapere di voler appoggiare i nuovi titolari dell’Industria e della Difesa, alla stessa stregua della coalizione di partiti tradizionali che, forte della maggioranza dei seggi in parlamento, si è detta pronta a mettere il cappello sul gabinetto Diab e concedergli la fiducia.

Quella del neo-premier pare dunque caratterizzarsi come il classico colpo al cerchio e alla botte. Se con una mano, infatti, il primo ministro si assicura i voti necessari per entrare in carica, con l’altra traccia il solco tra il suo esecutivo ed una classe politica mai così detestata. E lo fa preoccupandosi anche di tenere a distanza di sicurezza un movimento come Hezbollah la cui partecipazione al precedente gabinetto non solo ha fatto risuonare campanelli d’allarme ovunque, ma ha avuto il tragico effetto di alienare al Libano la simpatia – e i conseguenti aiuti economici –  di quelle nazioni amiche, come le danarose monarchie del Golfo, in cui molti intravedono la sola chance per il Paese di scongiurare il peggio.

Non è detto, tuttavia, che l’equilibrismo di Daib ottenga i risultati sperati. A giudicare dalla reazione della piazza, i libanesi sembrano anzi tutt’altro che convinti della sincerità delle parole del loro nuovo premier quando ha definito la nascita del suo governo “una vittoria” per i manifestanti. Lo stesso dicasi per la sua promessa di andare incontro alle loro “aspirazioni” lavorando per “una giustizia indipendente, il recupero del denaro della corruzione e la lotta contro i guadagni illeciti”.

In effetti, non erano passati che pochi minuti dall’annuncio della nascita del nuovo gabinetto che gli abitanti di Beirut si sono riversati nelle strade presentandosi fin sotto il palazzo del Parlamento inneggiando alla “rivoluzione” e pretendendo a gran voce le dimissioni immediate del presidente della Repubblica Michel Aoun.

Poche ore dopo, nella capitale si registravano più o meno le stesse scene del precedente “weekend della rabbia” che ha avuto un bilancio di quasi 500 feriti a causa dell’intervento senza guanti delle forze di sicurezza, che sono andati incontro alla folla scagliando su di essa gas lacrimogeno e pallottole di gomma.

Gomme bruciate un po’ ovunque, ma anche cumuli di immondizia nelle strade e blocchi stradali improvvisati, hanno così trasformato di nuovo Beirut nel palcoscenico di uno scontro frontale tra un potere politico che non sa più che pesci pigliare e una piazza che ha perso ogni residua fiducia nei propri rappresentanti e pretende ben più che cambiamenti cosmetici.

I simboli più eloquenti di questo iato tra popolo e palazzo sono stati probabilmente le muraglie erette in gran fretta martedì dalle forze dell’ordine nelle strade che conducono al Parlamento per sbarrare l’accesso ad una massa animata da intenzioni tutt’altro che benigne.

È su questo sfondo di fiamme che Daib farà ora il suo tentativo di strappare la fiducia ai deputati e tentare il tutto per tutto per estrarre il Libano dal caos. Ci vorrà del tempo, visto che il Parlamento deve prima votare la legge finanziaria del 2020 preparata dal governo uscente in una sessione che comincia stamattina e si protrarrà per diversi giorni.

Saranno sicuramente giorni di fibrillazione, ma anche di meditazione per un popolo che deve sciogliere il dilemma ben colto dalla CNN: rigettare il cambiamento incarnato da Daib e proseguire la protesta ad oltranza, o restituire al Paese – dopo tre mesi di paralisi e scontro aperto – un esecutivo pienamente funzionante che possa misurarsi con le gravi sfide all’orizzonte.

Sfide che si chiamano crisi di liquidità, che ha portato a stringenti controlli sulla circolazione dei capitali che stanno strangolando i cittadini come le banche, ma anche tagli secchi degli stipendi, forniture energetiche intermittenti e, soprattutto, debito.

Poco tempo ancora dunque e sapremo se la crisi che ha travolto il governo Hariri e spinto il Libano sull’orlo di una rivoluzione avrà trovato uno sbocco politico o se, invece, quella che molti considerano una democrazia piena di falle ma comunque una democrazia e quindi una perla rara in Medio Oriente proseguirà nella sua agonia.

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