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Perché il Libano è in subbuglio (anche economico)

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Libano

Vi spiego perché in Libano per Hezbollah e il presidente Aoun saranno dolori. L’analisi di Eugenio Dacrema, ricercatore del MENA Center dell’Ispi e già visiting resercher dell’American University di Beirut.

 

Ieri in Libano è scattato il ventunesimo giorno consecutivo di una ondata senza precedenti di manifestazioni che ha già fatto cadere la settimana scorsa il primo ministro Hariri e innescato una crisi di governo che sta mettendo in estrema difficoltà il sistema politico libanese.

Sistema che, va detto, si è trovato clamorosamente impreparato dinanzi al deflagrare di una protesta che non solo ha assunto proporzioni mai viste, con almeno metà della popolazione scesa nelle strade ad invocare un radicale cambio di passo da parte della politica, ma che ha soprattutto assunto caratteri di trasversalità geografica, sociale e culturale tali da far pensare che nel Paese dei Cedri si stia davvero consumando una mutazione di portata storica.

Questa, almeno, è la lettura di Eugenio Dacrema, ricercatore del MENA Center dell’Ispi che ha alle spalle un lungo trascorso in Libano nelle vesti di visiting resercher dell’American University di Beirut.

Nei sommovimenti in corso nel paese del Mediterraneo Orientale, Dacrema intravede infatti i segni di un netto scollamento tra il sistema politico ed economico partorito dagli accordi di Taif che nel 1990 posero fine alla guerra civile, e una nuova generazione portatrice di istanze e visioni del mondo che non si riconosce più nel sistema di spartizione su basi settarie delle leve del potere concepito quasi trent’anni fa.

È questa la ragione che spinge il ricercatore a formulare addirittura l’orazione funebre per l’egemonia culturale di cui hanno beneficiato in questi decenni il movimento Hezbollah, per quanto riguarda la popolazione sciita, e l’attuale presidente della Repubblica Michel Aoun per quanto concerne la componente cristiana. Una rendita di posizione che viene meno insomma, e che apre nuovi e incerti scenari per la politica e la società del Libano.

Dacrema, partiamo dalla cronaca di queste ore, ossia dal ventunesimo giorno consecutivo di proteste in un Paese, il Libano, che da martedì scorso è senza governo. Che sta succedendo?

Per capire cosa sta succedendo in Libano bisogna partire da lontano. Il Libano è un paese che nel 1990 uscì da una lunghissima guerra civile. Gli accordi di Taif ne sancirono la fine del lato bellico, ma ne congelarono gli effetti sulla società, vale a dire fissando quella segregazione settaria che riflette le caratteristiche di un Paese che è per l’appunto pieno di sette. Gli accordi di Taif sancirono queste divisioni erigendo un sistema politico e di distribuzione del potere basato sulle quote e sulla presenza di figure istituzionali che vengono distribuite tra i vari gruppi religiosi libanesi. Ecco, il sistema politico attuale riflette ancora il Libano uscito nel 1990 dalla guerra civile. Il problema è che nel frattempo sono cambiate tante cose. E la società libanese si è evoluta. Quello che sta succedendo in questi giorni può dunque essere descritto come lo scoppio di un bubbone, rappresentato dal gap incolmabile tra la società libanese com’è oggi e un sistema politico ed economico rimasto fermo al 1990.

Ecco, se l’innesco delle manifestazioni è stata la odiosa tassa sulle telefonate via Whatsapp, dalle sue parole si deduce chiaramente che alla radice vi sono ben altre cause, senz’altro più profonde e durature.

Infatti non è la prima volta che il popolo libanese scende in piazza. Di esplosioni di protesta, per quanto più limitate rispetto ad oggi, ve ne sono state diverse in anni recenti. E in quelle occasioni hanno iniziato a prendere forma dei network di protesta che oggi hanno preso il sopravvento. E sebbene non si sia ancora coagulata una vera leadership, le persone che stanno manifestando in questi giorni sono le stesse che si sono fatte le ossa nelle contestazioni degli anni passati.

L’indicatore più eloquente che lei cita per rimarcare la specificità dell’attuale movimento di protesta è rappresentato dal coinvolgimento di città come Tiro e Tripoli che, a differenza della capitale Beirut che è da sempre effervescente, non avevano mai preso parte alle proteste del passato.

Esatto. Insieme a questo fattore va citato un dato sociologico. Alle proteste del passato partecipava di norma la borghesia più istruita, specialmente della capitale, ovverosia la parte della società che ha tradizionalmente maggiore possibilità di informarsi. Si trattava insomma della classica élite, e non certo degli strati meno abbienti. Ed è proprio qui che troviamo la principale differenza tra oggi e il passato: si sono create delle connessioni tra strati e località differenti della società libanese. La sorpresa più grande è venuta ad esempio da Tripoli, una città grande ma povera e soprattutto settarizzata, anche dal punto di vista della distribuzione della popolazione nei vari quartieri. Il fatto che la gente di Tripoli sia scesa tutta in piazza a prescindere dalle divisioni settarie è qualcosa che ha colpito molto gli stessi libanesi. E non c’è solo Tripoli. Abbiamo visto scendere in piazza le popolazioni di centri molto piccoli ma simbolici, come Baalbek e Nabatiyye, che sono due feudi di Hezbollah molto noti. Mai e poi mai gli abitanti di queste località sarebbero scesi in piazza se non per manifestazioni volute dai partiti che lì hanno sempre dominato.

A tal proposito, in un saggio scritto per l’Ispi lei scrive a chiare lettere che i fatti di questi giorni segnano una rottura di portata storica, rappresentata dalla fine dell’egemonia culturale di Hezbollah da un lato e del presidente Michel Aoun rispettivamente sulla popolazione sciita e su quella cristiana.

È proprio così. Ricordo che Aoun ha beneficiato per anni dell’aura dell’eroe di guerra, ed il suo mito aveva fatto presa anche tra i cristiani che non lo votavano. Una cosa analoga era accaduta in seno alla popolazione sciita con Hezbollah e il suo leader Hassan Nasrallah. Questa cosa sembra essersi rotta. I libanesi sembrano non nutrire più la stessa ammirazione acritica per queste due figure fino a poco tempo fa letteralmente intoccabili.

Se a questo punto inserisco in questa analisi il tweet con cui ieri il Segretario di Stato Usa Mike Pompeo ha ammonito l’Iran a smetterla di ingerire in Libano, lei cosa mi risponde?

Devo risponderle francamente, da persona che conosce molto bene la realtà del Libano, che nessun cittadino pensa e dirà mai che il problema del Libano è rappresentato da Hezbollah e dall’Iran. La questione cambierebbe molto se le attuali manifestazioni venissero represse nel sangue, e l’Iran venisse percepito come la forza che è dietro le violenze sui manifestanti. E devo dire che l’Iran potrebbe rischiare di scivolare in questa trappola.

Come evolverà a questo punto la crisi di governo? Il primo ministro Hariri si è dimesso la settimana scorsa, ma il presidente Aoun non ha ancora avviato le consultazioni.

La strategia che si sta seguendo in questo momento è abbastanza evidente ed è quella classica libanese di ammazzare tutto con i tempi. Ricordo che in Libano è abbastanza normale che la formazione di un nuovo governo duri tantissimo, anche diversi anni. Anche in questa occasione, così, l’atteggiamento della classe politica è volto a posticipare le decisioni il più a lungo possibile. Mi viene spontaneo sottolineare che in Medio Oriente, per parlare delle dinamiche politiche, si tende a ricorrere al concetto di “processo”, per sottolineare come tale processo si sa quando ha inizio ma non quando arriverà a conclusione, e nel frattempo chi ha il potere nutre la speranza che la gente si stufi e se ne torni a casa.

C’è dunque una spaventosa contraddizione tra i tempi levantini della politica di Beirut e quelli fulminei con cui pochi giorni fa centinaia di migliaia di libanesi hanno organizzato e messo in scena una catena umana di 170 chilometri che collegava Tripoli a Tiro.

È proprio così. Per inciso, i manifestanti ci hanno messo cinque giorni a organizzare quella catena umana. Questo ci fa capire come da una parte in Libano vi sia una politica rimasta di fatto al secolo scorso e dall’altra vi sia una popolazione molto giovane, istruita e connessa cui i politici libanesi non riusciranno mai a stare dietro.

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