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Autonomia Regioni, ecco tutti i nodi da sciogliere fra Lega e M5S

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governo gialloverde

La discussione in consiglio dei ministri. I prossimi passi del governo. Le diversità anche da superare tra Lega e Movimento 5 Stelle. Fatti e scenari nell’approfondimento di Daniele Capezzone per il quotidiano La Verità sul progetto di autonomia regionale differenziata

(estratto di un articolo di Daniele Capezzone per il quotidiano La Verità fondato e diretto da Maurizio Belpietro)

Primo passo compiuto per l’autonomia regionale differenziata. Ieri sera in Consiglio dei ministri (senza un voto), il ministro Erika Stefani, come aveva preannunciato in una recentissima intervista alla Verità, ha illustrato le tre bozze d’intesa con la Lombardia e il Veneto (le due Regioni protagoniste della prova referendaria del 2017) più l’Emilia Romagna, mentre sono in via di elaborazione ulteriori accordi anche con Liguria, Piemonte, Toscana, Umbria, Marche.

La Stefani ha presentato ai suoi colleghi lo stato (molto avanzato) dell’arte, evidenziando i nodi che ancora restano nel negoziato con ciascuna Regione. Entro un tempo a questo punto auspicabilmente non lungo, toccherà al premier Giuseppe Conte giungere alla firma con ciascuna Regione.

Superata la fase delle intese tra Regioni ed esecutivo, ci saranno i disegni di legge governativi e poi si andrà in Parlamento, dove servirà la maggioranza assoluta, prova – quest’ultima – decisamente non banale, specie in Senato.

L’impianto prevede un ruolo residuale dello Stato in un numero piuttosto vasto di materie (si arriva a 23 macro-ambiti). Attualmente, in base all’articolo 117 della Costituzione, ci sono materie a competenza concorrente: può legiferare lo Stato e può legiferare la Regione. Inevitabilmente si crea confusione. L’obiettivo è il trasferimento alla Regione di competenze su cui possa legiferare in autonomia, e ovviamente esercitare le relative funzioni amministrative.

Quanto alle risorse, ci sono due possibilità. A volte si tratta di competenze per cui non è prevista una spesa: in quel caso, ciò che è in gioco è essenzialmente il superamento delle burocrazie ministeriali centrali a beneficio degli organi regionali.

Altre volte – più spesso – invece una spesa c’è: in questo caso, in prima battuta, si adotta il criterio della “spesa storica”. Di che si tratta? Già esiste la cosiddetta spesa statale regionalizzata, è una componente del bilancio dello Stato: è la spesa che lo Stato sostiene in quella Regione. Che si farà allora? Si attribuirà alla Regione lo stesso costo che sosteneva lo Stato. Questo all’inizio: ma poi l’obiettivo – non facile – sarà quello di arrivare a costi e fabbisogni standard.

Sul piano politico, è comprensibile l’attesa delle Regioni che hanno spinto di più, a partire dai governatori della Lombardia Attilio Fontana e del Veneto Luca Zaia. Approccio molto costruttivo anche dalle altre Regioni che hanno intrapreso il cammino, a volte puntando a un numero più limitato di materie. Ad esempio il governatore della Liguria Giovanni Toti ha fatto sapere che per la sua Regione le priorità sono soprattutto l’autonomia dei porti e della rete logistica. Sul versante opposto, prevedibile (i governatori di Campania e Puglia hanno già cominciato) qualche lamento su presunte risorse in più destinate al Nord, ma a onor del vero si tratta di polemiche di retroguardia.

Veniamo ai nodi. La Verità ha ottenuto da fonte governativa primaria un quadro della situazione, con le questioni ancora da dirimere caso per caso.

Per la trattativa con il Veneto, le questioni aperte riguardano le competenze in materia di ambiente (rifiuti, danno ambientale, bonifiche, valutazione impatto ambientale), di sanità (farmaceutica, spesa per il personale sanitario, sistema tariffario e di rimborso), di infrastrutture (porti, aeroporti, autostrade e ferrovie), di cultura e Mibac (sovrintendenze e Fus). Più o meno analoga la situazione per ciò che riguarda il negoziato con la Lombardia: anche qui i punti da dirimere riguardano l’ambiente (rifiuti, bonifiche, valutazione di impatto ambientale), la sanità (farmaceutica, spesa per il personale sanitario, sistema tariffario e di rimborso), le infrastrutture (porti, aeroporti, autostrade e ferrovie), la cultura e il Mibac (sovrintendenze e Fus). Come si vede, la battaglia è essenzialmente su più competenze da “strappare” allo Stato a favore della Regione.

Un po’ diverso lo stato del negoziato con l’Emilia Romagna, dove la materia del contendere sembra più legata alle risorse che alle competenze. La Regione rivendica risorse certe sulla difesa del suolo, sull’edilizia scolastica e il diritto allo studio, per la riqualificazione urbana e le periferie, per la sanità e i relativi ticket (oltre alla programmazione in ciascuno di questi ambiti). L’Emilia Romagna rivendica inoltre poteri di programmazione per le ferrovie (con la regionalizzazione del fondo per il trasporto pubblico locale), vuole misure per la montagna (fiscalità di vantaggio, ad esempio riduzioni Irap) e possibilità di istituire zone economiche speciali. Ancora, viene rivendicata la regionalizzazione dei contratti e degli accordi di sviluppo, almeno fino a una certa soglia (20-30 milioni), e infine la competenza sulla procedura di Via anche delle infrastrutture statali di interesse regionale.

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