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L’America tra libertà, violenza e vulnerabilità. L’analisi del prof. Lombardi (Cattolica)

Usa

L’analisi di Marco Lombardi, direttore del centro di ricerca ITSTIME dell’Università Cattolica e docente di Sociologia, pubblicata sul sito dell’Università Cattolica di Milano

Sarà un caos.

Quanto accaduto sarà una vulnerabilità enorme per tutto il mondo.

La prospettiva che adotto, per leggere quello che è accaduto a Capitol Hill è parziale e riguarda gli aspetti di cui mi occupo. Per essere una persona che si muove tra Siria e Somalia, Afghanistan e Libia, e via così, dove partecipo a tavoli in cui gli americani hanno tradizionalmente interpretato il ruolo della potenza democratica, che si propone di guidare spesso difficili transizioni verso miraggi di pace: mi immagino i commenti a Kabul e Mogadiscio, le risatine cinesi. Mi immagino che diranno d’ora innanzi i problematici interlocutori di quei “tavoli”. Questo è un grosso scossone alla stabilità del mondo. Molto grosso.

Lo scossone globale è, dunque, enorme perché mostra alcune ipotesi che oramai sono consolidate tendenze e ridefinisce delle condizioni operative nei contesti più difficili del mondo.

Innanzitutto, questa notte si è “finalmente” compiuta la transizione del 1989, impropriamente vissuta come una vittoria americana: dopo trent’anni i due blocchi mostrano di avere fallito nel tentativo di meritarsi l’egemonia globale, senza essere comunque sostituiti da altro. Trump, il fautore di quanto accaduto, ha pensato di trarre vantaggio dalla esplosione innescata da una lunga minaccia cominciata presidenze addietro.

E tutto ciò non ha nulla a che fare con le vicende elettorali americane recenti: è il risultato di un mondo sempre più radicalizzato al quale mancano leadership adeguate di governo.

Il sogno della globalizzazione, che standardizza e orienta verso un comune destino, promotrice di reticolarità necessariamente democratica, ha acquisito il sigillo della “fuffa”. Ormai è chiaro che globalizzazione e reticolarizzazione sono processi differenti e paralleli, che producono un mondo sempre più denso di relazioni a fronte del moltiplicarsi dei nodi della rete, di cui è incrementata la diversità.

Altro che omogeneità: il nuovo governo è la sfida al mantenimento delle relazioni positive tra diversità, in un contesto sempre più imprevedibile di interdipendenze. L’America chiamata dal vecchio mondo, che non voleva comprendere quanto i cambiamenti fossero più radicali di quelli narrati, a continuare a fare da regolatore politico del traffico, ha fallito, e Trump, paradossalmente, ha celebrato il fallimento nel tentativo di salvare gli Stati Uniti, togliendo loro dalle spalle il fardello di potenza globale.

Non poteva che andar male, perché gli americani non potevano togliersi addosso quello che il resto del mondo gli attribuiva, senza una discontinuità forte.

Questo apre la possibilità a un nuovo ordine tutto da negoziare, e da meritare.

In secondo luogo, il mondo sta vivendo in un clima di violenza, diffusa e pervasiva, che si manifesta puntuale a Parigi, a Hong Kong, a Santiago: i processi di radicalizzazione, che abbiamo studiato occupandoci di terrorismo, caratterizzano ormai la crescita di tanti giovani e non solo. Diversi fattori, in questi ultimi anni, hanno contribuito alla radicalizzazione del mondo. Per esempio, la fretta che è frutto del senso di incertezza e della conseguente mancanza di orizzonte, rinforzata dalla emergenza pandemica che è stata il booster, l’acceleratore, dei processi già in corso. Per esempio, la scomparsa dei corpi intermedi che garantivano la negoziazione e il confronto, dunque la mediazione, senza dare la possibilità di raggiungere immediatamente il destinatario finale accusato dei nostri malesseri.

La vita non è una scorciatoia, perché ogni risultato deve essere comunque raggiunto “prima” se no si è in “ritardo”, senza però avere la possibilità di misurare la distanza temporale sulla base di un metro condiviso: lungi da me una qualche celebrazione dello “slow”. Ma invece, il mio è un suggerimento a riconsiderare lo spazio e il tempo come le due variabili costitutive di ogni scenario e situazione, alle quali riconoscere una sovradeterminazione rispetto alle nostre capacità operative, consapevoli dunque dei limiti di ogni nostra strategia.

Proprio su quest’ultimo piano operativo, quello che mi porta, spesso, a cercare di ricucire dialoghi interrotti tra comunità in conflitto mi immagino gli scossoni più grossi e la turbolenza maggiore. Se qualche anno fa, poco prima di una tornata elettorale a Kabul, a cena con un ministro afghano e l’ambasciatore americano, potevo fare sorridere ricordando come “paesi esempio” di democrazia potessero vivere bene con un basso rate di votanti, tutto ciò per promuovere la partecipazione politica afgana, mi immagino ora, quel medesimo tavolo, dove le immagini di Capitol Hill saranno consumate per quello che mostrano, per quello a cui assomigliano, prima ancora per quello che sono. E così sarà in tanti tavoli simili, dove oramai un interlocutore che sembrava “inossidabile” mostra la ruggine che ha colpito tutti i sistemi democratici del mondo.

E i cinesi sorridono, che per loro è una bella risata.

L’attacco a Capitol Hill si dispiegherà come un’ombra nera sulle possibilità di governo pacifico del mondo globale. Quel mondo in cui l’America è chiamata a svolgere un ruolo da pivot. Che oggi ha drammaticamente messo in crisi.

L’attacco a Capitol Hill ha prima creato un problema all’America alla quale, un po’ salvificamente, avevamo affidato il governo del mondo, e conseguentemente a tutti noi: che saremo chiamati a rimboccarci le maniche.

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