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L’America? A me pare da tempo un po’ declinante. Parola di Jamie Dimon (Jp Morgan)

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Dimon, Ma e Conte hanno fatto i discorsi meno scontati a Davos. L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta sull’edizione del World Economic Forum conclusasi a Davos

Quest’anno, a Davos, sembrava di stare in un grande magazzino nella settimana dei saldi di fine stagione. Vetrine un po’ disadorne, senza i modelli di alta moda sfoggiati in passato. Sugli scaffali, gli evergreen: i capi che non possono mancare nel guardaroba. Tutto già visto e rivisto. I venditori non convincono più tanto: il pubblico, più confuso che persuaso, è incuriosito dai prodotti nuovi.

È in tono minore, l’edizione di quest’anno del World Economic Forum: sono mancate le sciabolate di Donald Trump, che l’anno scorso aveva maramaldeggiato promettendo sfracelli globali, pur di riportare l’America ai fasti del passato; ed ancor più non c’è stato nessuno capace di incarnare il potere vero, come fece l’anno ancora precedente il presidente cinese Xi Jinping, paladino della libertà dei mercati, che si era imposto con il carisma di chi incarna la millenaria storia cinese. Assente per via dello shutdown, Trump è stato rappresentato dal Segretario di Stato Mike Pompeo.

Neppure il presidente francese Emmanuel Macron si è fatto vivo, anche perché alla vigilia aveva già ricevuto a Parigi la gran parte dei vertici delle aziende presenti a Davos. Frastornati per le continue manifestazioni dei Gilets Jaunes, e chissà se davvero rassicurati dalle parole del presidente francese, che ha confermato loro che il passo delle riforme continuerà ad essere celere e deciso, palesando che il Debat national, avviato dal presidente per suscitare il dibattito con la cittadinanza e le istituzioni locali, non è altro che cellophane. Solo il fantasma di Theresa May, la premier britannica alle prese con il caos politico ed istituzionale londinese, che rende impossibile prevedere l’esito della Brexit.

È rimasta sola, la Cancelliera Angela Merkel, a fare da testimonial della stagione della globalizzazione che fu trionfante, e del multilateralismo che ora viene strattonato: nessuna nazione può far da sé, ha ribadito. Parole che sono volteggiate senza rete, visto che il G7 è in frantumi, l’America di Trump si è ritirata un po’ da tutti gli Accordi recenti: dal COP 21 sull’ambiente, dal TPP in materia di liberalizzazione del commercio, dal JCPOA sul nucleare iraniano; impone dazi unilaterali al mondo intero sull’acciaio e l’alluminio, per difendere gli interessi strategici statunitensi, ed insiste sulla Cina per forzare la mano nei colloqui in corso per riequilibrare i saldi commerciali, sempre peggiori.

Tra un’America che va per conto suo, un’Inghilterra che non sa dove andare, un’Europa che sbarella tra sovranismi e populismi, la Francia e la Germania che si arroccano in una riedizione del Sacro Romano Impero Germanico con l’Accordo di cooperazione ed integrazione appena firmato ad Aquisgrana, ben poco entusiasmo ha suscitato la passerella dei capitani d’industria e dei finanzieri: tutti alle prese con troppi interrogativi e sempre meno certezze. Perché, in fondo, oltre alle sopraggiunte inquietudini politiche, ormai è venuta meno la copertura che negli anni scorsi era stata assicurata dalla politica monetaria delle Banche centrali di Stati Uniti ed Unione Europea. Un diluvio di liquidità che ha ampiamente compensato, con l’enorme crescita del volume del debito, la repressione finanziaria derivante dalla riduzione dei tassi. E, purtroppo, senza neppure raggiungere l’obiettivo di una inflazione stabile dei prezzi al consumo, vicina ma non superiore al 2%, secondo il mantra ossessivo di questi anni.

Tre sono stati gli interventi più eterodossi, che hanno rappresentato in modo esemplare le tensioni globali, americane, cinesi ed europee: quelli di Jamie Dimon, Ceo di JpMorgan; Jack Ma, Ceo di Alibaba; Giuseppe Conte, il nostro Presidente del Consiglio dei Ministri.

Jamie Dimon ha detto finalmente la verità sul declino degli Usa: l’istruzione è una vera e propria emergenza nazionale, così come l’assistenza sanitaria e le infrastrutture avrebbero bisogno di altrettanti interventi radicali. Non per caso, si tratta di investimenti in beni pubblici e di consumi sociali, che sono stati sempre più trascurati. In America, il settore pubblico si è ritratto dal settore della formazione di massa, sia professionale che superiore, e non bastano un pugno di università di fama mondiale a garantire la formazione dei milioni di laureati che servono a far progredire l’economia con innovazioni continue, come invece avviene in Cina o in Giappone: Gli immigrati che hanno conseguito una elevata professionalità, formati nelle università e poi addestrati nelle imprese americane, tornano sempre più spesso nei Paesi di origine, dove mettono a frutto ciò che hanno imparato.

È in atto, ormai da anni un reverse-drain-brain: arrivano tanti giovani stranieri, volenterosi e determinati, che studiano sodo, che fanno qualche anno di training e che poi tornano a casa. Le crisi del 2001 e del 2008 hanno indotto centinaia di migliaia di persone, giovani e meno giovani, specialmente indiani e cinesi, a lasciare gli Usa. Inutile poi parlare del costo esorbitante della sanità privata americana, che assorbe circa il doppio delle risorse di quelle europee, gestite dal sistema pubblico su base universalistica. Dell’abbandono delle infrastrutture basta vedere che cosa succede in California, dove la gestione privata delle reti elettriche e del sistema idrico è ormai al collasso. Siamo di fronte ad un clamoroso fallimento del mercato. A partire dagli anni ’80 l’America si è deindustrializzata a favore del Messico; poi, dal 2000, a favore della Cina. Ha abbandonato la manifattura per la FIRE Economy (Finance, Insurance, Real Estate), mentre la tecnologia informatica sviluppata nella Silicon Valley non compensa la perdita di posti di lavoro del Continente intero.

Jack Ma ha tracciato un quadro ancor più preoccupante: a suo avviso, la rivoluzione tecnologica in corso, con la completa digitalizzazione dei dati e le innovazioni determinate dall’intelligenza artificiale, può innescare un nuovo conflitto mondiale, così come successe in passato. Anche allora, furono scatenati le rivoluzioni tecnologiche: davano luogo a nuovi assetti di potere economico e quindi politico, su base internazionale, e turbavano così profondamente gli equilibri da rendere inevitabile il conflitto armato.

Giuseppe Conte, alla guida di un governo di coalizione che in Italia riassume le tendenze populiste e sovraniste che agitano l’Europa, si è soffermato su due questioni: l’euro e la politica del rigore fiscale; la riduzione del ruolo dello Stato nell’economia a favore dell’iniziativa privata che richiede grande flessibilità nel mercato del lavoro. Si è trattato di promesse non mantenute, in entrambi i casi.

Una moneta forte, con una bassa inflazione, non solo non ha aiutato la crescita, ma ha fatto incrementare il rapporto debito/pil nonostante la disciplina fiscale che l’Italia ha rispettato per decenni, con la spesa primaria, quella al netto degli interessi, sempre inferiore al gettito fiscale. Non basta: il ritrarsi della Stato dalla produzione diretta di beni e servizi, in favore di un sistema di mercato che sarebbe stato più efficiente, e le liberalizzazioni del mercato del lavoro e dei salari, hanno comportato una riduzione drastica del livello di benessere. Anche le classi medie, che si erano affrancate dal timore della povertà, sono cadute nuovamente nel gorgo dell’instabilità. Conte ha concluso auspicando un cambiamento radicale: “un’Europa del popolo, fatta dal popolo per il popolo”. Davvero inusitato, per un consesso in cui il potere è del Denaro, fatto dal Denaro per il Denaro.

Nessuna certezza per il futuro, quest’anno, a Davos. Si guarda al passato per meglio interpretare il futuro: un inedito spiraglio di saggezza, mentre soffia forte il vento del cambiamento.

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