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Amazon, Google, Facebook e non solo. Per chi tifano le tech company alle presidenziali Usa 2020

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Amazon Google

Le big tech come Amazon, Google e Facebook versano donazioni in maniera equa ai comitati elettorali di Democratici e Repubblicani con leggera preponderanza verso i secondi in vista delle elezioni presidenziali Usa 2020

Restare neutrali tra il rosso e il blu risulta un po’ difficile per le big tech. In vista delle elezioni presidenziali Usa 2020, il confronto tra i contributi politici dell’ultimo anno di Amazon, Facebook, Google e Microsoft suggerisce che le aziende hanno tentato di restare bipartisan tra Dem e Repubblicani. Tuttavia, emerge una propensione per i secondi.

I numeri delle donazioni delle aziende attraverso i Pac sono consultabili sul sito OpenSecrets.org, curato dal “Center for Responsive Politics”, un think tank senza scopo di lucro con sede a Washington che si occupa dello studio degli effetti dell’attività di lobbying sulle elezioni e le politiche pubbliche americane.

Oggi comincia la convention del partito repubblicano che investirà ufficialmente l’attuale inquilino della Casa Bianca Donald Trump del ruolo di candidato presidente repubblicano. Alle elezioni del 3 novembre sfiderà Joe Biden, il candidato democratico per la presidenza in ticket con Kamala Harris.

Il risultato delle elezioni influenzerà anche i colossi tecnologici. Negli ultimi tempi infatti i giganti della Silicon Valley stanno cercando di respingere nuovi regolamenti o azioni legali antitrust. Il Dipartimento di Giustizia e la Federal Trade Commission hanno trascorso più di un anno a indagare su Google, Facebook, Amazon e Apple per possibili violazioni del diritto della concorrenza. Durante un’audizione alla Camera il mese scorso, i legislatori sia repubblicani sia democratici hanno criticato gli amministratori delegati di tutte e quattro le società riguardo la posizione dominante delle big tech a danno di consumatori, rivali e piccole imprese.

COSA SONO I PAC

Negli Stati Uniti le aziende possono contribuire ai comitati elettorali attraverso i Pac. Si tratta di comitati di azione politica (Political Action Committees), promossi da organizzazioni o associazioni per raccogliere le risorse private destinate ai candidati. Questi organi devono registrarsi qualora spendano più di 2.600 dollari presso la Federal Election Commission (Fec), incaricata di far rispettare la legge sul finanziamento delle campagne elettorali federali.

LA SPESA 2020

Tra le aziende tecnologiche, il Pac di Amazon risulta il maggiore contributore alle campagne politiche quest’anno. Secondo i dati di OpenSecrets, il gigante dell’e-commerce ha diviso equamente i suoi dollari aziendali (993mila), con il 49% andato ai Democratici e il 50% ai Repubblicani. Al secondo posto troviamo Google con 831mila dollari, di cui 442mila destinati ai Repubblicani e 389mila ai Democratici. Al terzo posto, in misura minore rispetto ai primi due, si posiziona il gruppo guidato da Mark Zuckerberg con soli 236mila dollari. Anche per Facebook, una parte leggermente maggiore è destinata ai Repubblicani (126,500 dollari) rispetto ai 110 mila per i Dem.

Sempre nel settore Comunicazioni/Elettronica, ma non nella categoria “internet”, troviamo poi Microsoft, classificato nella lista “Electronics Mfg&Equip”. Il pac del colosso tecnologico di Redmond fondato da Bill Gates è il primo della sua categoria con 642,500 dollari versati. Si posiziona così dietro Google e prima di Facebook.

Anche Microsoft ha versato di più ai Repubblicani (circa il 55% con 353mila dollari) rispetto ai 289,500 dollari ai Dem.

LA SPESA 2019

Come ha riportato Protocol a inizio anno, una revisione di tutti i contributi politici nel 2019 dai PAC di Amazon, Facebook, Google e Microsoft suggerisce che le aziende hanno compiuto uno sforzo deliberato per dividere i loro dollari tra le linee rosse e blu.

IL GRANDE ASSENTE APPLE

In questi elenchi manca Apple. A differenza dei suoi rivali, il colosso di Cupertino non ha un Pac. L’anno scorso il ceo Tim Cook ha dichiarato pubblicamente che non crede che i Pac dovrebbero esistere.

LA SPESA PAC NIENTE AL CONFRONTO DELLE ATTIVITÀ DI LOBBYING

Secondo Protocol, con l’eccezione di Microsoft, la spesa Pac delle aziende tecnologiche è cresciuta notevolmente negli ultimi 10 anni. La spesa per il Pac di Amazon è aumentata di 14 volte negli ultimi 10 anni, mentre la spesa di Google è più che quintuplicata.

Tuttavia, la spesa per il Pac delle aziende è poca cosa rispetto a quella dei loro tradizionali sforzi di lobbying. Secondo il Center for Responsive Politics, Amazon si è classificata al nono posto per la spesa per lobbying aziendale, con un esborso di 16,8 milioni di dollari l’anno scorso. Seguita poco dopo da Facebook con 16,7 milioni di dollari.

Le big tech hanno speso complessivamente 53,6 milioni di dollari in attività di lobby nel 2019. Finora quest’anno, la loro spesa complessiva è stata di 27,6 milioni di dollari.

LA CAMPAGNA DEL 2016

Facciamo invece un salto indietro di quattro anni. Per la corsa alla Casa Bianca del 2016, le donazioni ai candidati presidenziali delle aziende tech sono andati in maniera preponderante a Hillary Clinton. I dipendenti delle compagnie di internet hanno donato 6,3 milioni di dollari alla candidata Dem e solo 59 mila dollari al rivale Donald Trump. Ma per quanto riguarda i Pac, ovvero le donazioni fatte direttamente dalle aziende, il discorso è diverso. Dei 3,6 milioni di dollari donati da Facebook, Google, Amazon e Microsoft, 2,1 milioni sono andati a candidati repubblicani, e 1,5 milioni sono andati a candidati democratici.

Anche nelle precedenti elezioni presidenziali, le big tech hanno versato di più ai comitati elettorali repubblicani.

“Il mito della Silicon Valley immacolata e liberal, però, decade almeno in parte se si va a guardare i numeri” aveva commentato Eugenio Cau sul Foglio nel 2017. “Lo ha fatto per esempio Thomas B. Edsall sul New York Times, che ha messo insieme tutte le donazioni elettorali degli imperi tecnologici e ha notato un fatto inatteso: nella campagna per il Congresso, i Pac legati alle grandi compagnie tecnologiche americane hanno donato molti più soldi ai candidati repubblicani che ai democratici”.

LE AUDIZIONI ANTITRUST

Come dicevamo all’inizio, i numeri uno di Facebook, Google, Apple e Amazon hanno accettato di testimoniare davanti al Congresso per un’indagine antitrust in corso sull’industria tecnologica.

Amazon è accusata di aver abusato del suo ruolo sia di rivenditore che di piattaforma che ospita venditori di terze parti sul suo mercato. Apple è stata accusata di usare ingiustamente il suo potere sul suo App Store per bloccare i rivali e costringere le app a pagare commissioni elevate. Su Facebook pende l’accusa di monopolio sui social network. Alphabet, la società madre di Google, si occupa di più accuse di antitrust a causa del predominio di Google nella pubblicità online, nella ricerca e nel software per smartphone.

Secondo il New York Times, i  democratici potrebbero anche allontanarsi dal tema dell’antitrust per concentrarsi sulla disinformazione sui social media. Alcuni repubblicani dovrebbero sviare invece la discussione con i timori di pregiudizi liberal dei colossi della Silicon Valley e le accuse che le voci conservatrici siano censurate sulle piattaforme social.

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