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Algeria, ecco la posta in gioco alle elezioni presidenziali

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Elezioni presidenziali in Algeria per il dopo-Bouteflika. Fatti, nomi e scenari nel punto di Marco Orioles

Ieri in Algeria si sono celebrate le elezioni presidenziali in un clima di alta tensione che ai più anziani avrà ricordato quel giorno di quasi trent’anni in cui la vittoria schiacciante degli islamisti del Fis costrinse i generali ad annullare il voto, schiudendo le porte ad una truculenta guerra civile che non ha ancora del tutto suturato le sue ferite.

24 milioni di elettori sono stati chiamati a scegliere il successore di Bouteflika, deposto ad aprile dopo vent’anni consecutivi di governo gli ultimi dei quali in totale condizione di incapacità. La sua caduta è avvenuta sull’onda di imponenti proteste popolari innescate dalla decisione dell’ormai ottuagenario presidente di cercare un quinto mandato. Proteste  proseguite anche dopo che il capo dell’Esercito, generale Salah, ha tolto di mezzo l’ostacolo e aperto una transizione che solo teoricamente il voto di ieri dovrebbe chiudere.

Questo turno presidenziale avrebbe dovuto tenersi a giugno, ma fu poi cancellato a causa della mancanza di candidati validi e rimandato più volte a causa dei malumori di un popolo indignato per la palese volontà del vecchio regime, e degli alti papaveri delle Forze Armate in particolare, di mantenere i propri antichi privilegi dietro la facciata di un cambiamento per via elettorale.

Quella di Salah e dell’establishment militare che, dietro le quinte, muove i fili del potere politico ed economico dell’Algeria e ha cercato in questo mesi un volto nuovo che plachi le piazze ma soprattutto si impegni a tutelare i ramificati interessi del cosiddetto Pouvoir è, tuttavia, operazione densa di incognite.

Prova ne siano i disordini che hanno marcato questo turno elettorale. Impossibile infatti, per gli algerini, trascurare l’elemento comune ai cinque candidati che ieri hanno chiesto il loro voto: un lungo passato di militanza e gestione del potere nelle file del partito di Bouteflika o addirittura al diretto servizio dell’ex presidente.

È certamente così per quelli che sono considerati i tre frontrunner, a partire dal settantaquattrenne Abdelmadjid Tebboune, etichettato nei social media come “il prescelto” per via dei suoi legami strettissimi con il generale Salah, oltre che per aver già ricoperto le cariche di primo ministro, ministro dell’edilizia popolare e ministro dell’informazione.

Vizi condivisi anche dall’altro favorito, Ali Benflis, 75 anni, un lungo passato al fianco di Biouteflika che ha servito prima nelle vesti di capo dello staff e poi, per tre volte, di primo ministro, prima di distanziarsi – ma solo pro forma, secondo l’accusa dei suoi rivali – dal suo ex boss e di sfidarlo alle presidenziali del 2004 e del 2014.

Chi sembra avere meno scheletri nell’armadio è Azzedine Mihoubi, 60, attuale leader del secondo gruppo parlamentare, RND, che ha tuttavia fatto fatica a nascondere dal suo curriculum la lunga collaborazione con Bouteflika, di cui fu ministro della cultura prima e dell’informazione poi. E se l’assenza di accuse di corruzione o scandali finanziari pongono Mihoubi a debita distanza dagli ex seguaci di Bouteflika finiti al centro di clamorose inchieste giudiziarie, pesa sulla sua reputazione l’arresto, per reati di corruzione, dell’ex n. 1 del suo partito, Ahmed Ouyahia.

Chiudono il cerchio dei favoriti Abdelkader Bengrina, che prima di fondare il partito islamista MSP ha servito il regime nelle vesti di ministro del turismo, e Abdelaziz Belaïd, già leader dell’organizzazione giovanile del FLN e candidato alla presidenza nel 2014.

Che a correre per il vertice del potere siano solo fuoriusciti di un regime di cui tutti nel Paese sono stufi è qualcosa che ha ovviamente mandato su tutte le furie la popolazione, resasi protagonista ieri di vari incidenti e addirittura episodi di violenza. La BBC segnalava, tra le altre cose, che in due villaggi della Kabilia la folla è penetrata nei seggi per dare fuoco alle schede elettorali.

Impressionanti le scene ad Algeri, dove non si poteva non notare la polizia in assetto anti-sommossa schierata nei pressi di Maurice Audin Square e dell’ufficio postale, epicentro delle proteste oceaniche di questi mesi. Tutt’altro che intimiditi, gli abitanti della capitale si sono riversati in migliaia nelle strade per innalzare il proprio grido di protesta per elezioni da tutti considerate una “farsa”. E se ad Algeri non si sono verificati seri incidenti, durante la giornata nei social si diffondevano a macchia d’olio i video delle massicce proteste andate in scena in città come Orano e Constantine. 

È in questo clima incandescente che la commissione elettorale ha reso noto che alle cinque del pomeriggio di ieri, ora locale, aveva votato solo il 33% degli aventi diritto. Un’affluenza quanto mai deludente che è la miglior dimostrazione dei guai a venire per l’Algeria post-Bouteflika.

Quando oggi verranno diffusi i risultati del voto, e sapremo il nome del successore di Bouteflika o – se nessun candidato avrà superato il 50% – quelli dei due leader che si sfideranno al ballottaggio, non attendiamoci insomma folle festanti e grida di giubilo.

Prepariamoci, piuttosto, al protrarsi di un’instabilità scrutata non poco anche in Italia e dall’Eni (qui l’approfondimento di Start).

 

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